Il 30 marzo 2022, la Commissione Europea presenta un pacchetto per promuovere modelli di business circolari e responsabilizzare i consumatori verso una transizione verde. All’interno, una strategia ad hoc per il settore del tessile, osservato speciale per il suo enorme impatto ambientale e sociale. Tra le finalità del pacchetto UE, rendere i prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili, superare il modello basato sull’anacronistica logica del take-make-waste, garantire filiere di produzione etiche, evitare la distruzione dell’invenduto, combattere il greenwashing…

Gli antefatti

Facendo un passo indietro, va rilevato anzitutto come il pacchetto di proposte in oggetto rientri nel Piano d’azione per l’economia circolare. Adottato a marzo 2020, il Piano rappresenta uno dei pilastri del Green Deal, l’Agenda europea per la crescita sostenibile che ambisce a dotare l’Unione Europea di un’economia efficiente e competitiva sotto il profilo delle risorse, garantendo in particolare zero emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050, una sviluppo dissociato dall’uso indiscriminato delle risorse, la presa in carico dei bisogni di tutte le persone e del Pianeta senza distinzioni geografiche.

Il pacchetto UE

Proviamo a fare una sintesi delle proposte più interessanti contenute nel pacchetto presentato a marzo dalla Commissione Europea.

Ecodesign

Ormai è assodato: se un prodotto viene progettato con criterio e attenzione all’etica (ambientale e sociale) avrà un impatto negativo sensibilmente inferiore lungo il suo ciclo di vita. Si stima infatti che la progettazione di un capo di abbigliamento incida fino all’80% sul suo impatto. Per questo la Commissione Europea si è impegnata a definire requisiti obbligatori di ecodesign mirati ad allungare la vita dei prodotti, a migliorarne i requisiti di sicurezza, a renderli più facili da mantenere, riparare, riutilizzare, riciclare… A far sì, insomma, che siano il risultato di processi più efficienti in termini di energia e risorse utilizzate.

Greenwashing

La Commissione Europea struttura le sue azioni di contrasto al greenwashing e al socialwashing, pratiche diffuse di comunicazione ingannevole che consistono nel millantare strategie di sostenibilità senza averle messe davvero in pratica, al fine di migliorare la propria immagine e la propria reputazione. Nel pacchetto, si individuano requisiti specifici di informazione per dare modo ai consumatori di conoscere l’impatto ambientale di quello che comprano.
Sul tema, varrebbe la pena di aprire un inciso, sollevando un’eccezione di non poco conto. Perché si parla tanto di sostenibilità dei singoli prodotti e poco o nulla di sostenibilità dei processi che a quei prodotti danno luogo? È evidentemente più facile investire su una singola collezione green per affermare a ritroso che la propria azienda è sostenibile. Peccato che la sostenibilità, quella vera, non sia fatta di iniziative spot, ma di una strategia di ampio respiro che interessa trasversalmente tutta l’organizzazione e che richiede non di rado una trasformazione radicale del proprio modello di business.

Passaporto digitale

Il tema è la tracciabilità, un obiettivo-chiave che la Commissione Europea intende perseguire dotando ogni prodotto di un passaporto digitale. Il suo scopo, negli intenti, è agevolare i diversi anelli della filiera – dai produttori, importatori e distributori ai rivenditori, riparatori, rigeneratori e riciclatori – nell’accesso a informazioni utili a migliorare le prestazioni ambientali, prolungare la vita del prodotto, aumentare l’efficienza e l’uso di materie prime secondarie, riducendo così la necessità di risorse naturali primarie, risparmiando costi e limitando le dipendenze strategiche.

Fast fashion, si rallenta

Entro il 2030, i prodotti tessili immessi nel mercato dell’Unione Europea dovranno essere realizzati il più possibile con fibre riciclate e nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente. I capi di abbigliamento dovranno essere longevi, sicuri, riutilizzabili… Il che impegnerà le aziende, da un lato, a ridurre il numero delle collezioni annue e gli Stati membri a sostenere la transizione attraverso agevolazioni fiscali per chi si occupa di riutilizzo e riparazione.
A rafforzare il principio – perché sarebbe ingenuo fissare nuove regole e pensare che le persone disciplinatamente le rispettino – la Commissione Europea sta lavorando anche a un sistema di sorveglianza per verificare la conformità dei prodotti importati con i requisiti UE.

La gestione del fine vita

Nel pacchetto dell’Unione Europea non poteva mancare un capitolo dedicato ai rifiuti tessili e alle responsabilità connesse dei produttori, che dovranno occuparsi del loro corretto smaltimento minimizzando il ricorso all’incenerimento e al conferimento in discarica. Vengono introdotte misure per prevenire e fermare la distruzione dei beni di consumo invenduti, prevedendo obblighi di trasparenza e comunicazione a carico delle grandi imprese e divieti di distruzione per determinati prodotti.

Legislatore e gioco di squadra

Accogliamo sempre con favore le iniziative del legislatore in materia di sostenibilità, specie se, come in questo caso, impegnano tanti Paesi diversi con un pacchetto unico e strutturato di misure coerenti. Le azioni volontarie in tema di sostenibilità – rileva Francesca Rulli, CEO di Process Factory e ideatrice di 4sustainability®sono ormai tantissime, il che se da una parte è un segnale importante di maturità del sistema, dall’altro ci dice anche quanto sia necessario l’intervento del legislatore, per uniformare gli standard facendo chiarezza e per recuperare anche la titolarità di un ruolo che fin qhttps://www.4sustainability.it/francesca-rulliui, di fatto, hanno esercitato i brand, le imprese, le ONG… Gli iter di legge, purtroppo, hanno tempi lunghissimi che il pianeta non più permettersi, figuriamoci il mercato. Occorre allora giocare d’anticipo, coinvolgendo i protagonisti del cambiamento perché i loro sforzi convergano verso un obiettivo comune: da una parte la filiera produttiva, che il framework 4sustainability® punta a supportare nell’implementazione di progetti di sostenibilità e nella misurazione delle relative performance; dall’altra i consumatori, che vanno correttamente informati e messi in condizione di scegliere in modo responsabile, così da pungolare i brand (e il legislatore stesso) a rafforzare la loro azione nel tempo”.
Serve fare squadra, insomma. La consultazione online avviata dalla Commissione Europea per raccogliere il contributo dei diversi player del settore e costruire un percorso di transizione più possibile condiviso sembra corrispondere esattamente a questo spirito. Per partecipare, c’è tempo fino al 15 maggio.