CONTRO LA FAST FASHION, UN CENT PER OGNI CAPO

4sustainability_tassa_moda_gran_bretagna.jpgDirettive forti contro il settore della moda. La Commissione Ambiente del Parlamento inglese dichiara di voler mettere una tassa di un centesimo per ogni capo venduto nel Paese. Il che facendo due conti, porterebbe alla raccolta di 35 milioni di sterline da destinare all’economia circolare.
Davanti ad un settore moda che non sembra in grado di autoriformarsi e alla pressione dell’opinione pubblica che non dà i risultati sperati, gli stati nazionali decidono di prendere in mano le redini della situazione.
La Camera dei Comuni – con la sua Commissione parlamentare ambientale – infatti, ha chiesto al governo britannico di intervenire in modo rapido e concreto sul settore.

«Il modo in cui noi facciamo, utilizziamo e gettiamo via i nostri vestiti è insostenibile. La produzione tessile contribuisce al cambiamento climatico più dell’intero trasporto internazionale aereo e navale, consuma laghi d’acqua dolce e crea inquinamento da sostanze chimiche e da plastica». Queste le parole dei parlamentari britannici, che proseguono denunciando la mancanza di rispetto delle leggi sul salario minimo (fissato a 8,21 sterline l’ora per i maggiori di 25 anni, ma spesso inferiore a 5 sterline) e ricordando quanto sia diffuso lo sfruttamento del lavoro nella moda. E concludono chiedendo maggiori controlli e il rafforzamento della legge sulla “schiavitù moderna” e accusando, soprattutto, il modello industriale incarnato nella fast fashion, che incoraggia comportamenti d’acquisto ai limiti dell’ossessivo.

Il consumo di nuovi vestiti nel Regno Unito, in effetti, è più elevato che in qualsiasi altro Paese europeo: 26,7 kg pro capite a fronte di 16,7 kg in Germania, 16 kg in Danimarca, 14,5 kg in Italia, 14 kg nei Paesi Bassi e 12,6 kg in Svezia. Un consumo ingiustificato rispetto alle reali necessità, con ritmi di rinnovo dei guardaroba parossistici. Le quantità minime di riuso (circa 300mila tonnellate di rifiuti tessili l’anno finisce in discarica o negli inceneritori) e di riciclo (meno dell’1% dei tessuti) sono l’ulteriore aggravante.

Per risolvere il problema, serve un netto cambio di rotta e un’accelerazione dei tempi rispetto alle timide iniziative già intraprese dal governo. Realizzare questa rivoluzione implica una spinta decisa non tanto sulla leva della sensibilità ambientale, quanto su quella fiscale ed economica.