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	<description>Your Way to Sustainable Fashion</description>
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		<title>Header  &#124; Evento 4s 2025</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/header-evento-4s-2025/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Guerrini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Sep 2025 14:34:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Non categorizzato]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row has-bg need-focus style-color-xsdn-bg row-container onepage-section" data-label="welcome" data-name="welcome" id="row-unique-0"><div class="row-background background-element">
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		<item>
		<title>GLOBAL FASHION SUMMIT 2025: LA SOSTENIBILITÀ È UNA MARATONA CHE HA BISOGNO DI LEADERSHIP</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/global-fashion-summit-2025-la-sostenibilita-e-una-maratona-che-ha-bisogno-di-leadership/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2025 16:34:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche quest’anno, il Global Fashion Summit ha riunito a Copenhagen brand, policy maker, investitori, solution provider e organizzazioni internazionali sotto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Anche quest’anno, il Global Fashion Summit ha riunito a Copenhagen brand, policy maker, investitori, solution provider e organizzazioni internazionali sotto un titolo volutamente evocativo: </em>Unlocking Barriers. Building Bridges<em>. La nostra partecipazione come Innovation Forum Exhibitor – la prima come Ympact, il nuovo brand con cui presentiamo le soluzioni del nostro gruppo – ci ha consentito di avere un’ampia visione delle istanze e delle novità al centro di un evento sempre interessante per le prospettive di sviluppo dell’industria della moda. Quello che segue è il nostro racconto.</em></p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;">Il coraggio di agire. Anche quando i segnali sono contrastanti</span></h2>
<p>A poche settimane dal pacchetto legislativo Omnibus e in attesa dell’implementazione del Digital Product Passport, l’edizione 2025 del <strong><a href="https://globalfashionsummit.com/" target="_blank" rel="noopener">Global Fashion Summit</a></strong> ha riproposto una domanda fondamentale: <strong>cosa serve davvero per accelerare la trasformazione sostenibile della moda</strong>?<br />
La risposta ricorrente è stata una: la <strong>leadership</strong>. Più delle norme e dei vincoli di mercato, ciò che oggi può fare la differenza è la capacità delle aziende e delle persone che le guidano di compiere scelte lungimiranti, anche in scenari complessi.</p>
<p><em>“Abbiamo colto un messaggio potente che condividiamo: la sostenibilità è un driver di competitività tra i più importanti, ma ha bisogno di coraggio, di visione, di metodo scientifico fondato sui dati e di una leadership capace di trasformare le barriere in ponti. È la leadership che guida il cambiamento, non il contrario”</em>, ha osservato <strong>Francesca Rulli</strong>, che ha seguito i lavori del Summit nella sua veste di co-founder <strong>Ympact</strong>.</p>
<p>Il keynote della CEO di Global Fashion Agenda, <strong>Federica Marchionni</strong>, ha dato forma a questo invito al cambiamento attraverso cinque ingredienti chiave, su cui si articolata l’agenda dell’evento: <strong>innovazione, capitale, coraggio, incentivi e regolamentazione</strong>. Cinque leve complementari, da attivare insieme per rendere sistemico ciò che oggi risulta spesso ancora solo sperimentale.<br />
“<em>La sostenibilità è una maratona, non uno sprint</em>”, ha detto Marchionni aprendo i lavori del Summit, richiamando tutti a un impegno costante capace di superare le logiche emergenziali per costruire un cambiamento duraturo.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Una prospettiva globale con margini di miglioramento</strong></span><strong><br />
</strong></h2>
<p>Il Summit si è confermato un appuntamento importante  di confronto globale, capace di intercettare le grandi trasformazioni in atto: ambientali, regolatorie, tecnologiche. Un momento strategico anche per chi, come noi, lavora sul campo al fianco delle imprese per trasformare gli obiettivi in azioni misurabili di riduzione d’impatto.</p>
<p>Tra le evidenze raccolte, anche qualche vuoto significativo: la <strong>filiera produttiva</strong>, in primis, poco rappresentata sia sul palco che in platea.<br />
<em>“Abbiamo colto un’energia molto positiva da parte di brand, ONG, provider e studenti. La voce della filiera – quella che ogni giorno traduce le strategie in processi – si è però sentita poco e questo è un punto su cui riflettere”</em>, ha rimarcato Rulli.</p>
<p>Poco presente anche l’Italia, il che è parso strano visto il ruolo d’eccellenza che il Made in Italy gioca nella produzione tessile-moda a livello europeo e mondiale.<br />
<em>“Sarebbe un’opportunità preziosa raccontare l’esperienza di tanti fornitori italiani che da anni implementano progetti concreti di sostenibilità. Dalla chimica sicura alla decarbonizzazione, dalla tracciabilità al riciclo, c’è un patrimonio di competenze e risultati che merita di essere condiviso”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Fare chiarezza sull’innovazione</strong></span><strong><br />
</strong></h2>
<p>Come <strong>Innovation Forum Exhibitor</strong>, abbiamo toccato con mano la vivacità dello spazio espositivo del Summit, dedicato alle soluzioni più avanzate al servizio della sostenibilità. Tracciabilità digitale, materiali bio-based, modelli rigenerativi, metriche avanzate di circolarità… La tecnologia ci spalanca incredibili prospettive, ma da sola non basta. Senza visione, senza metodologie armonizzate, senza investimenti pazienti e regole chiare, il rischio è che gli strumenti restino prototipi inapplicabili.</p>
<p>Difficile, inoltre, orientarsi tra tante proposte diverse fra loro, anche quando riunite in macrocategorie come “tracciabilità” o “misurazione d’impatto”.<br />
<em>“La varietà dell’offerta è sempre un valore, ma rischia di generare confusione se non accompagnata da una narrazione chiara. Dietro termini simili si celano infatti approcci spesso diversi, mentre le imprese hanno bisogno di essere aiutate a scegliere soluzioni coerenti con i propri obiettivi”</em>, ha proseguito Rulli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Regole, trasparenza e governance</strong></span></h2>
<p>Il tema della compliance è emerso con forza in più interventi, a conferma che l’evoluzione normativa – dalla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) alle direttive anti-greenwashing – non è più una cornice astratta ma una leva concreta di trasformazione. Tracciabilità, rendicontazione e gestione integrata dei dati diventano prerequisiti per l’accesso al mercato.</p>
<p>“<em>Nel nostro lavoro quotidiano</em> – spiega Rulli – <em>lo vediamo continuamente. Anzi, lo dimostriamo insieme a centinaia di fornitori che stanno ottenendo risultati concreti su decarbonizzazione, riduzione dell’uso d’acqua, eliminazione delle sostanze pericolose dai processi produttivi, riciclo… grazie a un framework strutturato come <strong>4sustainability®</strong></em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Collaborazione e valore condiviso</strong></span></h2>
<p>Nel programma degli speech, ben articolato attorno ai cinque pilastri lanciati da Marchionni nel suo speech di apertura, il focus su innovazione e <em>climate strategy</em> è emerso con la dovuta rilevanza. Avrebbero meritato un livello simile di approfondimento anche altri temi, come la <strong>collaborazione tra stakeholder</strong> o la <strong>distribuzione del valore</strong> lungo la filiera.</p>
<p><em>“In alcuni panel dedicati all’impatto sociale, si è parlato di diritti, ma poco di modelli collaborativi, aspetto invece cruciale per realizzare modelli di produzione sostenibili: senza il coinvolgimento attivo della filiera e un nuovo equilibrio tra profitto e impatto, infatti, la transizione non può che restare incompiuta. Servono connessioni e dialogo tra brand e filiere, per realizzarla. In questo contesto, Ympact rappresenta l’unica soluzione one-stop che si rivolge sia ai brand che alle filiere, combinando metodo, tecnologia e competenze a supporto. Un approccio integrato che abilita la trasformazione del settore verso trasparenza e sostenibilità: prodotti tracciati da filiere responsabili.”</em>.</p>
<p>Anche a formula chiusa di alcune sessioni, riservate solo a determinati stakeholder, ha suscitato qualche perplessità rispetto all’apertura che questi spazi di confronto dovrebbero avere.<br />
<em>“Crediamo che sostenibilità significhi anche inclusione e accessibilità. Allargare il perimetro della partecipazione, anche con format più aperti e sostenibili nei costi, sarebbe un passo avanti verso uno stakeholder engagement più efficace”</em>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>I nostri takeaways e i prossimi appuntamenti</strong></span><strong><br />
</strong></h2>
<p>Torniamo da Copenaghen con diverse conferme. Ve ne riproponiamo in sintesi alcune tra le più rilevanti.</p>
<ol>
<li><strong>La normativa non aspetta</strong>. Servono sistemi strutturati di raccolta dati, con approcci integrati tra funzioni aziendali e attori di filiera.</li>
<li><strong>La leadership si misura nella difficoltà</strong>. Senza visione e coraggio si va poco lontano, anche quando i mercati rallentano.</li>
<li><strong>La collaborazione è un requisito</strong>, non un’opzione. Bisogna andare tutti nella stessa direzione.</li>
<li><strong>Innovare è implementare</strong>. Tecnologie e soluzioni non mancano, ma vanno integrate con intelligenza e pragmatismo.</li>
<li><strong>La sostenibilità è sistema</strong>. Superare le logiche individuali è la chiave per ridurre gli impatti ed essere più competitivi</li>
</ol>
<p>Avremo modo di parlarne il <strong>3 ottobre</strong> nell’<strong>edizione 2025</strong> dell’<strong><a href="https://www.4sustainability.it/evento-4sustainability-2025/">Evento 4sustainability</a></strong> ospitata da Eurojersey. Attraverso casi concreti e il contributo di ospiti di rilievo, dimostreremo come metodologie armonizzate, condivisione dei dati, collaborazione tra stakeholder e tecnologie interconnesse possono rendere la filiera più efficiente, tutelare la brand reputation e ridurre gli impatti.</p>
<p>Sempre in ottobre, al <strong>Venice Sustainable Fashion Forum</strong>, l’Italia sarà protagonista di un altro confronto che auspichiamo possa contaminare anche contesti internazionali come il Global Fashion Summit, con <strong>più voce alla manifattura</strong> e più spazio al valore generato da modelli di business, territori, dimensioni e culture differenti.</p>
<p><em>“La sostenibilità è pluralità, rispetto delle diversità e dei contributi di ciascuno”</em>, conclude Rulli. <em>“È anche l’essenza del Sustainable Development Goal n.17 – Partnership for the Goals. </em><em>Ed è la direzione su cui noi continueremo a lavorare”</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL GRUPPO YHUB ANNUNCIA L&#8217;INGRESSO DI GIORGIO ARMANI SPA E FONDAZIONE DEL TESSILE ITALIANO</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-gruppo-yhub-annuncia-lingresso-di-giorgio-armanispa-e-fondazione-del-tessile-italiano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 May 2025 09:26:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>COMUNICATO STAMPA &#160; Milano, 6 maggio 2025.  YHub, primo Gruppo italiano di servizi innovativi e piattaforme tecnologiche per la tracciabilità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-gruppo-yhub-annuncia-lingresso-di-giorgio-armanispa-e-fondazione-del-tessile-italiano/">IL GRUPPO YHUB ANNUNCIA L&#8217;INGRESSO DI GIORGIO ARMANI SPA E FONDAZIONE DEL TESSILE ITALIANO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-130144" src="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2025/05/YHub.png" alt="" width="259" height="104" srcset="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2025/05/YHub.png 624w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2025/05/YHub-300x121.png 300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2025/05/YHub-350x141.png 350w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></strong></h3>
<h3></h3>
<h2 style="text-align: center;"><strong>COMUNICATO STAMPA</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p>Milano, 6 maggio 2025.  <strong>YHub</strong>, primo Gruppo italiano di servizi innovativi e piattaforme tecnologiche per la tracciabilità e la sostenibilità dell’industria della moda e del lusso, annuncia l’ingresso di due nuovi prestigiosi investitori: <strong>Giorgio Armani SpA</strong> e <strong>Fondazione del Tessile Italiano</strong>. L’operazione conferma il ruolo del Gruppo nel settore a supporto di brand e filiera produttiva, rafforzando ulteriormente il suo posizionamento come partner strategico per la trasformazione sostenibile e consolidando un’alleanza unica per visione e soluzioni. Il controllo resta saldamente nelle mani dei soci fondatori <strong>Francesca Rulli</strong>, <strong>Massimo Brandellero</strong> e <strong>Cristian Iobbi</strong>. L’operazione vede anche l’ingresso nell’assetto societario di <strong>Matteo De Angelis</strong>, General Manager del Gruppo.</p>
<p>Questo passaggio delinea in modo ancora più chiaro il progetto avviato nel 2024 con analoga operazione, che aveva visto l’ingresso nella compagine societaria di <strong>Foro delle Arti</strong> (Holding di <strong>Brunello Cucinelli SpA</strong>), dell’imprenditore <strong>Matteo Marzotto</strong>, di <strong>Claudio Rovere</strong> (Founder &amp; CEO di <strong>Holding Industriale SpA</strong>), di <em>venture fund</em> gestiti dalla banca d’affari globale <strong>LionTree</strong> e dell’innovatore digitale <strong>Federico Marchetti</strong> (fondatore di YOOX) attraverso Mavis.</p>
<p>YHub, che si presenta sul mercato con il <strong>brand unico Ympact</strong>, supporta <strong>oltre 3.000 aziende</strong> del sistema moda nella tracciabilità delle catene di fornitura e nella misurazione degli impatti ambientali e sociali della produzione, collaborando con <strong>più di 50 brand globali</strong> e mappando <strong>oltre 80.000 fornitori</strong> in <strong>22 Paesi</strong>. Grazie all’integrazione di competenze, metodo e tecnologia, il Gruppo consente alle inmprese del settore di rispondere alle crescenti esigenze del mercato e alle evoluzioni normative in materia di sostenibilità.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Brand e filiera insieme</strong></span></h2>
<p>Giorgio Armani SpA è uno dei principali brand globali del fashion and luxury, noto per il suo stile raffinato e senza tempo. Il gruppo disegna, produce e distribuisce una vasta gamma di prodotti, sintesi di artigianalità e innovazione.</p>
<p>Fondazione del Tessile Italiano, costituita nel 1998, è nata per promuovere il settore tessile attraverso una serie di attività ad ampio raggio, volte a incrementarne la competitività in un mercato sempre più globalizzato.</p>
<p>La visione di integrare in YHub investitori di questo profilo, che rappresentano quanto di meglio i brand e la filiera italiana sono in grado di esprimere, è l’espressione di un convincimento forte, che impegna tutti gli stakeholder del settore a sostenersi reciprocamente per avvicinare i comuni obiettivi di sviluppo sostenibile.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>I commenti</strong></span></h2>
<p><strong>Francesca Rulli</strong>, <strong>Massimo Brandellero</strong>, <strong>Cristian Iobbi</strong>, soci fondatori di <strong>YHub:<br />
</strong>“<em>Siamo entusiasti di accogliere la Giorgio Armani SpA e Fondazione del Tessile Italiano nel nostro ecosistema. È un altro passo verso quel futuro, inizialmente solo immaginato, in cui industria, innovazione e sostenibilità interagiscono per costruire una moda ancora più responsabile e trasparente, insieme a chi ne condivide i valori. L&#8217;esperienza e l’autorevolezza dei nuovi partner e degli investitori che già nel 2024 hanno riconosciuto il valore della nostra proposta al mercato saranno fondamentali per supportare brand e filiera in modo sempre più incisivo, ampliando l’impatto positivo che stiamo generando per il settore</em>”.</p>
<p><strong>Andrea Camerana</strong>, Consigliere di Amministrazione di <strong>Giorgio Armani SpA</strong>:<br />
“<em>Siamo lieti di entrare a far parte del Gruppo YHub e contribuire attivamente allo sviluppo di soluzioni innovative per la tracciabilità e sostenibilità nella moda, obiettivi irrinunciabili e raggiungibili solo attraverso una stretta collaborazione tra brand e filiera produttiva</em>”.</p>
<p><strong>Simone Canclini</strong>, Presidente di<strong> Fondazione del Tessile Italiano</strong>:<br />
<em>“L&#8217;ingresso in YHub rappresenta per noi un’opportunità strategica per sostenere il percorso di cambiamento che le aziende devono portare avanti, impostando il dialogo necessario con i brand su progettualità e investimenti condivisi”.</em></p>
<p>__________</p>
<p>Per gli aspetti legali relativi all’operazione, il Gruppo YHub è stata assistito da Zaglio-Orizio-Braga e Associati Studio Legale, con un team composto dal socio Marco Orizio e dall’<em>associate</em> Désirée Pasquariello. Studio Data ha agito in qualità di advisor finanziario.</p>
<p>__________</p>
<p><strong>YHub</strong> <em>è il primo gruppo italiano di servizi innovativi e piattaforme IT per la moda responsabile. Attraverso l’integrazione di competenze, metodo e tecnologia, supporta brand e supply chain nella tracciabilità e nella riduzione degli impatti ambientali e sociali della produzione. Tutte le realtà di YHub sono Società Benefit: Process Factory, società di consulenza ideatrice del sistema 4sustainability® per il miglioramento delle performance di sostenibilità e la validazione dei dati; The ID Factory, B Corp specializzata in soluzioni digitali per la tracciabilità di materiali, processi e prodotti; Ympact, piattaforma per la gestione dei dati d’impatto e l’applicazione su larga scala di 4sustainability®. Con un team di 80 professionisti, il gruppo supporta oltre 3.000 aziende, collabora con più di 50 brand globali e mappa oltre 80.000 fornitori in 22 Paesi. </em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-gruppo-yhub-annuncia-lingresso-di-giorgio-armanispa-e-fondazione-del-tessile-italiano/">IL GRUPPO YHUB ANNUNCIA L&#8217;INGRESSO DI GIORGIO ARMANI SPA E FONDAZIONE DEL TESSILE ITALIANO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>FRANCIA, APPROVATA LA LEGGE CONTRO I PFAS</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/francia-approvata-la-legge-contro-i-pfas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 14:16:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[chemical management]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Francia ha compiuto un passo significativo nella lotta contro i Pfas, approvando una legge che ne vieta l’uso in [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/francia-approvata-la-legge-contro-i-pfas/">FRANCIA, APPROVATA LA LEGGE CONTRO I PFAS</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La Francia ha compiuto <strong>un passo significativo nella lotta contro i Pfas</strong>, approvando una legge che ne vieta l’uso in una serie di prodotti di largo consumo. L’Assemblea Nazionale ha dato il via libera definitivo al provvedimento, che <strong>a partire dal 1° gennaio 2026</strong> impedirà la produzione, l’importazione, l’esportazione e la commercializzazione di Pfas in diverse categorie di prodotti, tra cui <strong>prodotti tessili e impermeabilizzanti per abbigliamento</strong>, cere per sci e snowboard, vernici e cosmetici. <strong>Dal 2030 il divieto verrà esteso all’intero comparto tessile</strong>, con un’unica eccezione per gli indumenti protettivi destinati a vigili del fuoco e forze dell’ordine.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Cosa sono i Pfas e perché sono pericolosi</span></h2>
<p>I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche) sono una famiglia di composti chimici che comprende <strong>tra 5.000 e 10.000 sostanze</strong>. Grazie alla loro resistenza all’acqua, al calore e alla corrosione, sono utilizzati in prodotti antiaderenti, impermeabili e isolanti elettrici. Li troviamo in indumenti tecnici, calzature, utensili da cucina, lenti per occhiali, stent cardiologici e persino in alcuni farmaci.</p>
<p>Proprio la loro elevata stabilità li rende <strong>pericolosi per la salute e l’ambiente</strong>: si accumulano nell’ecosistema e negli organismi viventi, con effetti negativi sulla fertilità, il sistema immunitario, il metabolismo e un aumento del rischio di alcuni tipi di tumore.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>L’impatto sul settore tessile e della moda</strong></span></h2>
<p>L’industria tessile e della moda è tra le più coinvolte dalla normativa, visto l’uso diffuso dei Pfas per conferire proprietà idrorepellenti e antimacchia a tessuti e calzature. La <strong>transizione verso alternative sostenibili</strong> richiederà ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, per individuare materiali innovativi e trattamenti alternativi come polimeri bio based e cere vegetali.</p>
<p>L’impatto sarà particolarmente significativo per i <strong>brand outdoor, sportswear e moda funzionale</strong>, che dovranno ripensare intere linee di prodotto. Alcuni marchi, come <strong>Patagonia</strong>, hanno già avviato la transizione verso materiali privi di Pfas, ma la sfida rimane complessa e nei commenti delle aziende prevale la cautela.</p>
<p><strong>Francesca Rulli</strong>, co-founder di <strong><a href="https://www.linkedin.com/company/ympact4sustainability" target="_blank" rel="noopener">Ympact</a></strong> e ideatrice del <strong>framework 4sustainability</strong>, richiama l’industria della moda al dovere di eliminare dai processi produttivi l’uso di sostanze di cui la scienza ha provato la pericolosità: “<em>Negli ultimi decenni, la corsa a tessuti antimacchia e impermeabili ha portato a un uso eccessivo di queste sostanze, spesso anche dove non strettamente necessario: ci siamo abituati a non preoccuparci delle macchie sui vestiti e a pretendere prestazioni idrorepellenti estreme, anche in capi di uso quotidiano. Inoltre, i Pfas vengono impiegati come ausiliari nei processi di tintura, stampa e finissaggio per migliorarne le performance. Se consideriamo i rischi per la salute dell’uomo e per l’ambiente, è indispensabile ripensare sia i processi produttivi che le specifiche di prodotto, a partire proprio da quei casi in cui l’uso di queste sostanze serve più a evitare resi che a rispondere a una reale esigenza funzionale. Certo, educare il consumatore non è semplice, ma un&#8217;informazione chiara potrebbe indurre tante persone a sostenere questa transizione</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Misure fiscali e controlli ambientali</strong></span></h2>
<p>Oltre ai divieti progressivi, la legge introduce una <strong>tassazione sui Pfas nei prodotti destinati ai consumatori</strong>, per incentivarne la riduzione prima delle scadenze imposte. I dettagli applicativi sono ancora in via di definizione.</p>
<p>Secondo <strong>Giancarlo Di Blasi</strong>, Research and Development Director di <strong><a href="https://www.brachi.company/chi-siamo/P/52" target="_blank" rel="noopener">Brachi Testing Services</a></strong>, “<em>il vero nodo da sciogliere sarà stabilire con precisione le modalità analitiche e le soglie di concentrazione ammesse: un aspetto tecnico ma decisivo per l’efficacia del provvedimento. Sarà interessant</em>e – sottolinea – <em>capire se la Francia sceglierà di estendere la restrizione anche alle catene corte dei PFAS, come già previsto a livello europeo dal Regolamento (UE) 2024/2462 per il PFHxA (C6), oppure se adotterà un approccio simile a quello californiano, basato sulla misura del Fluoro Totale presente nei prodotti. In quel caso, bisognerebbe stabilire limiti chiari e ambiziosi, considerando che in California il contenuto massimo, fissato a 100 mg/kg, verrà dimezzato a partire dal 1° gennaio 202</em>7».</p>
<p>La normativa prevede anche il<strong> controllo obbligatorio dei Pfas nell’acqua potabile</strong>, rafforzando la legislazione europea che, dal 1° gennaio 2026, imporrà il monitoraggio di venti inquinanti di questo gruppo nei Paesi membri. La Francia, inoltre, includerà il Tfa (acido trifluoroacetico) – il Pfas più diffuso, secondo <strong>Greenpeace</strong> – tra le sostanze da monitorare nelle acque e nell’ambiente. I risultati delle ispezioni ambientali saranno pubblicati annualmente e resi accessibili online.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Verso un divieto europeo dei Pfas?</strong></span></h2>
<p>I primi passi dell’UE risalgono al 2009, con la messa al bando dell’acido perfluoroottansolfonico (Pfos), ritenuto “potenzialmente cancerogeno” dall&#8217;Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Nel 2020, la stessa sorte è toccata all’acido perfluoroottanoico (Pfoa) – classificato come cancerogeno – e, più recentemente, all’acido perfluoroesansolfonico (Pfhxs), utilizzato per produrre la schiuma degli estintori. Ora è sul tavolo una proposta per <strong>generalizzare le restrizioni a tutti i Pfas</strong>: a febbraio 2023, <strong>Danimarca</strong>, <strong>Germania</strong>, <strong>Paesi Bassi</strong>, <strong>Norvegia</strong> e <strong>Svezia</strong> hanno chiesto all’European Chemicals Agency (<strong><a href="https://echa.europa.eu/it/" target="_blank" rel="noopener">ECHA</a></strong>) di rivedere il regolamento Reach in questo senso. Nel suo piano d’azione, il governo francese ha dichiarato l’intenzione di unirsi a questi Paesi per sostenere la richiesta, salvo muoversi in autonomia, come abbiamo visto, ponendosi di fatto come modello di riferimento.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Una sfida da cogliere</strong></span></h2>
<p>Se altri Paesi seguiranno l’esempio, il settore tessile dovrà <strong>accelerare la ricerca di alternative per rimanere competitivo in un contesto normativo in evoluzione</strong>, traducendo gli investimenti in processi produttivi più sicuri e sostenibili in vantaggio.<br />
Si tratta di una trasformazione radicale per l’intero comparto e la legge francese potrebbe rappresentare l’innesco: dall’innovazione dei materiali alla revisione delle filiere produttive, fino alla necessità di bilanciare sostenibilità ambientale ed esigenze economiche.</p>
<p>Il dibattito è aperto e il 2026 si avvicina. <strong>L’industria della moda sarà pronta a raccogliere la sfida?</strong><br />
L’eliminazione dei Pfas, secondo Rulli, richiede un percorso strutturato, simile alla creazione di un sistema di gestione delle sostanze chimiche lungo la filiera.<br />
“<em>Il primo passo</em> – spiega – <em>è la valutazione del rischio, analizzando i prodotti e le catene di fornitura coinvolte. Poi, è essenziale raccogliere dati dai fornitori per individuare eventuali esposizioni a queste sostanze e verificarli con test di laboratorio. La ricerca di alternative sostenibili, dalle materie prime ai trattamenti, deve essere accompagnata da una stretta collaborazione con i fornitori per garantire una transizione efficace. Altrettanto fondamentali sono il monitoraggio dei progressi, la formazione interna per sensibilizzare sui rischi e l’educazione del consumatore. Infine, la trasparenza: pubblicare dati verificati e ottenere certificazioni di sostenibilità rafforza l’impegno dell’azienda. Questo processo stimola anche l’industria chimica a innovare, sviluppando formulazioni più sicure. Più aziende adotteranno questa strategia, maggiore sarà la spinta in ricerca e innovazione</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/francia-approvata-la-legge-contro-i-pfas/">FRANCIA, APPROVATA LA LEGGE CONTRO I PFAS</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>PERCORSI DI DISTRETTO: LA SOSTENIBILITÀ INCONTRA I TERRITORI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/percorsi-di-distretto-la-sostenibilita-incontra-i-territori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Dec 2024 09:35:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=129014</guid>

					<description><![CDATA[<p>Percorsi di distretto: implementare gli strumenti per la tracciabilità e la sostenibilità è il roadshow organizzato tra novembre e dicembre [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/percorsi-di-distretto-la-sostenibilita-incontra-i-territori/">PERCORSI DI DISTRETTO: LA SOSTENIBILITÀ INCONTRA I TERRITORI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Percorsi di distretto: implementare gli strumenti per la tracciabilità e la sostenibilità <em>è il roadshow organizzato tra novembre e dicembre 2024 nei territori-chiave della produzione moda italiana per aiutare le imprese ad affrontare le complessità normative della transizione sostenibile. Le cinque tappe del programma, concepito come seguito ideale dell’Evento 4sustainability </em>Connection Wires<em>, hanno offerto l’occasione per approfondire anche le soluzioni YHub, primo gruppo italiano di servizi innovativi e piattaforme digitali per la tracciabilità e la misurazione d’impatto del settore.</em></p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le tappe del roadshow</strong></span></h2>
<p><strong>Biella,</strong> <strong>12 novembre</strong> | In collaborazione con <strong><a href="https://www.magnolab.com/" target="_blank" rel="noopener">Magnolab</a></strong></p>
<p><strong>Como,</strong> <strong>14 novembre</strong> | In collaborazione con <strong><a href="http://www.brachi.company/" target="_blank" rel="noopener">Brachi Testing Services</a></strong></p>
<p><strong>Fermo, 19 novembre</strong> | In collaborazione con <strong><a href="https://www.itssmart.it/" target="_blank" rel="noopener">ITS Smart Academy</a></strong></p>
<p><strong>Prato, 25 novembre</strong> | In collaborazione con <strong>Prato Futura</strong></p>
<p><strong>Arzignano, 4 dicembre</strong> | In collaborazione con <strong><a href="https://distrettovenetodellapelle.it/" target="_blank" rel="noopener">Distretto Veneto della Pelle</a></strong></p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Gli spunti del confronto con le aziende</strong></span></h2>
<p>Il dialogo con la filiera produttiva ha ruotato attorno a macro-temi di evidente attualità, sviluppati con l’intento di informare e fornire risposte concrete alle esigenze delle aziende, valorizzando al contempo le peculiarità di ogni territorio.</p>
<ul>
<li><strong>Conformità normativa come leva d&#8217;innovazione</strong>: le nuove direttive europee, pur molto impegnative, rappresentano un’opportunità per ripensare processi e strategie aziendali.</li>
<li><strong>La tracciabilità, standard del futuro</strong>: la capacità di mappare e collegare i flussi produttivi è centrale per accrescere la fiducia dei clienti e garantire la competitività sui mercati globali.</li>
<li><strong>L’importanza delle partnership</strong>: la collaborazione tra attori della filiera è condizione irrinunciabile per assicurare la transizione del settore.</li>
<li><strong>L’armonizzazione come scopo</strong>: la riduzione delle inefficienze passa per l’adozione di sistemi uniformi di raccolta dati e di controllo.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La risposta dei territori</strong></span></h2>
<p>L’interesse e la <strong>partecipazione attiva</strong> che hanno caratterizzato tutte le tappe del roadshow testimoniano una crescente sensibilità delle imprese verso la trasformazione sostenibile dei modelli di business: ciò che è emerso con forza, rispetto a un passato anche recentissimo, è la consapevolezza degli scenari aperti dall’accelerazione normativa globalmente in atto e da quella altrettanto importante a livello di soluzioni tecnologiche a supporto, dove una delle sfide più sentite ha certamente a che fare con il <strong>Passaporto Digitale di Prodotto</strong>.</p>
<p>Gli impatti di questa ondata di novità sull’operatività delle aziende è fonte di preoccupazione trasversale ai vari distretti. Pesano sul contesto l’incertezza sulle specifiche delle leggi in arrivo e gli oneri connessi; il fronte aperto della sicurezza dei dati, sulla cui trasparenza si gioca la partita della transizione sostenibile; il procedere lento nell’armonizzazione dei requisiti richiesti dai brand e la fatica che costa ai fornitori adeguarsi…<br />
Insomma, un orizzonte complesso che i relatori del ciclo di incontri – per <strong>YHub</strong>, <strong>Francesca Rulli</strong>, <strong>Martina Schiuma</strong>, <strong>Massimo Brandellero</strong> ed <strong>Enrico Purgato</strong> – hanno provveduto a schiarire rassicurando l’uditorio sulla gradualità e la fattibilità di un processo di conversione da interpretare come opportunità di crescita, prima ancora che come obbligo. L’essenziale è attrezzarsi, cominciando dalla mappatura dei diversi tier lungo la filiera e dalla raccolta dei dati di performance ambientale e sociale su cui si fonda il <strong>Green Deal Europeo</strong>, indispensabili anche per la costruzione dei DPP.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Esigenze comuni, accenti diversi</strong></span></h2>
<p>La risposta dei territori ha evidenziato elementi di riflessione assolutamente trasversali, ma con accenti diversi da distretto a distretto.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Biella</strong> <strong>e</strong> <strong>Como</strong></span></h3>
<p>A Biella e Como, il confronto ha restituito un quadro molto interessante delle dinamiche all’origine di alcune istanze delle imprese, non solo di questi distretti. L’uscita delle prime bozze delle normative, in particolare, ha generato una duplice accelerazione: da una parte, i controlli nei confronti dei fornitori sono sensibilmente aumentati, spinti anche dai casi giudiziari di non conformità che hanno esposto mediaticamente alcuni brand; dall’altra, si è generata una vera e propria rincorsa allo sviluppo di piattaforme tecnologiche da testare oggi perché possano essere pronte domani, all’entrata in vigore delle nuove leggi. Il peso di questo caos si è riversato sulle aziende della filiera, da cui è emersa forte ed esplicita la richiesta di <strong>armonizzazione dei sistemi di auditing</strong>, oltre che di raccolta dati.</p>
<p>“<em>È un’urgenza</em> – spiega <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>che abbiamo colto in tutti gli appuntamenti del roadshow e che richiede uno sviluppo coerente delle nostre soluzioni a supporto di brand e filiera. Il percorso di ascolto ci guida verso l’obiettivo di armonizzare strumenti e metodi, offrendo alla filiera una soluzione idonea a raccogliere ed elaborare i dati per rispondere più efficacemente alle richieste dei clienti. Questo approccio facilita lo scambio e ottimizza lo sforzo necessario per gestire e verificare le informazioni. Nel 2025, continueremo a lavorare con determinazione su questa strada, convinti che solo un confronto costante con le imprese possa avvicinare gli obiettivi. Ringrazio chi ci ha ospitati e chi, con le sue domande e i suoi interventi, ha arricchito il nostro viaggio nei distretti della moda italiana</em>”.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Prato</strong></span></h3>
<p>L’apertura a logiche collaborative e l’interesse ad approfondire i dettagli per adottare le misure necessarie è risultata maggiore nei territori con imprese più strutturate e verticalizzate. In un distretto come quello di Prato caratterizzato invece da aziende mediamente piccole e piccolissime, la riflessione è confluita su un tema come la <strong>frammentazione</strong> che riguarda il modello produttivo in senso più ampio – al di là, cioè, degli oneri riferibili alla sola transizione green – e sui concetti di aggregazione e collaborazione sistemica per superare il vincolo dimensionale.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Fermo</strong></span></h3>
<p>Un’altra esigenza diffusa trasversalmente ai distretti dove abbiamo fatto tappa è la carenza delle <strong>competenze</strong> che servono per realizzare progetti concreti di tracciabilità e riduzione d’impatto. In quello calzaturiero delle Marche è risaltato in modo particolare: il legame tra la lentezza dei processi di conversione e la difficoltà di reperire risorse già formate e pronte per lavorare in azienda è suonato infatti in forma quasi di appello, come limite alla progettualità per lo sviluppo sostenibile, oltre che per la compliance.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Arzignano</strong></span></h3>
<p>La trasparenza è una condizione necessaria della sostenibilità che richiede in tanti casi un vero e proprio switch culturale. Vale per tutti i distretti del tessile e vale, a maggior ragione, per i distretti della pelle come quello di Arzignano, dove il know how delle singole imprese ha caratteristiche tipiche di unicità ed eccellenza. Le resistenze che ne derivano alla condivisione dei dati – indispensabile per intraprendere certi percorsi di trasformazione – si superano quindi solo con un netto <strong>cambio di mindset</strong>.</p>
<p>“<em>L’incontro di Arzignano</em> – rileva <strong>Massimo Brandellero</strong> –<em> ci ha dato modo di sottolineare come la condivisione dei dati lungo la filiera sia un requisito indispensabile per restare competitivi, interpretando gli obblighi di adeguamento alle nuove norme come opportunità di crescita.<br />
Il Passaporto Digitale di Prodotto emerge come lo strumento più idoneo per valorizzare la qualità e la sostenibilità del Made in Italy, assicurando una maggiore connessione tra i diversi attori della filiera e rafforzando la fiducia dei clienti sui mercati globali.<br />
Grazie al Distretto Veneto della Pelle per l’accoglienza e a tutte le aziende presenti per gli utili spunti di riflessione. La strada è complessa, ma il distretto di Arzignano, con il suo patrimonio di tradizione e capacità innovative, ha tutte le caratteristiche per diventare un esempio di eccellenza sostenibile</em>”.</p>
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		<title>IL DIVARIO SALARIALE DI GENERE NELL’INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-divario-salariale-di-genere-nell-industria-della-moda-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 10:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante i progressi, il divario salariale di genere resta una realtà nell’industria della moda italiana, dove le donne costituiscono gran [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-divario-salariale-di-genere-nell-industria-della-moda-italiana/">IL DIVARIO SALARIALE DI GENERE NELL’INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Nonostante i progressi, il divario salariale di genere resta una realtà nell’industria della moda italiana, dove le donne costituiscono gran parte della forza lavoro ma, salvo eccezioni, continuano a guadagnare meno degli uomini. Comprendere e ridurre questo divario non è solo una questione di giustizia, ma un passaggio cruciale per promuovere un settore realmente equo e inclusivo. Si inserisce in questo solco lo studio </em>Unpacking Pay Equity in Fashion<i> che costituisce lo spunto di questo nostro approfondimento.</i></p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;">Unpacking Pay Equity in Fashion</span></h2>
<p>Lo studio<strong><em> Unpacking Pay Equity in Fashion </em></strong>è stato realizzato da <strong>GFA (Global Fashion Agenda)</strong> e <strong>PwC</strong> per investigare il tema della parità di genere nell’industria della moda italiana. Le informazioni su cui si basa derivano dalle interviste a 25 brand, dall’analisi 2024 della Fashion Industry Target Consultation di GFA e UNEP (United Nations Environment Programm), da due tavole rotonde a cui hanno preso parte i dirigenti dell’industria della moda in occasione dell’International Women’s Day e del Global Fashion Summit di Copenhagen e da un sondaggio, infine, condotto su 105 imprese italiane in collaborazione con CNMI (Camera Nazionale della Moda Italiana), Confartigianato Moda e CNA Federmoda.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le misure legislative per la parità salariale</strong></span></h2>
<p>Negli ultimi anni, la spinta normativa ha fatto sì che sempre più imprese rendicontassero le proprie performance in ambito di parità di genere e salariale. Fra i testi di legge di fonte europea, citiamo:</p>
<ul>
<li>la <strong>Direttiva 2023/970 </strong>sulla trasparenza retributiva, che obbliga i datori di lavoro delle aziende con oltre 100 dipendenti a divulgare informazioni sulle retribuzioni</li>
<li>la <strong>Direttiva sulla Rendicontazione di Sostenibilità (CSRD)</strong>, che impone una rendicontazione dettagliata sulla sostenibilità societaria in relazione a varie tematiche, tra cui l’uguaglianza e il divario salariale di genere (per le aziende con oltre 500 dipendenti, entrerà in vigore nel 2025)</li>
<li>la <strong>Direttiva sulla Due Diligence di Sostenibilità (CSDDD)</strong>, che interviene indirettamente sul divario salariale di genere in quanto affronta gli aspetti di DD, appunto, relativi a problematiche ambientali e sociali</li>
</ul>
<p>In Italia, anche la <strong>Legge 162/2021 </strong>rappresenta un passo importante verso l’uguaglianza di genere sul lavoro:</p>
<ul>
<li>perché abbassa a <strong>50 dipendenti</strong> – prima erano 100 – la soglia per le aziende obbligate a redigere un rapporto biennale sulla situazione del personale, con informazioni dettagliate su assunzioni, retribuzioni, avanzamenti di carriera e formazione analizzate in ottica di genere;</li>
<li>perché istituisce una certificazione di parità che premia le aziende virtuose con <strong>incentivi fiscali</strong> e <strong>premialità negli appalti pubblici</strong>;</li>
<li>perché rafforza la supervisione del Consigliera/e di parità, con la possibilità di segnalare al Ministero del Lavoro eventuali inadempienze;</li>
<li>perché prevede <strong>sanzioni </strong>per le aziende inadempienti e <strong>agevolazioni </strong>per quelle che dimostrano invece un impegno nella riduzione del <em>gender gap</em>.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La risposta delle aziende</strong></span></h2>
<p>E le aziende come si stanno muovendo? Un sondaggio condotto a livello globale da GFA e UNEP sugli stakeholder dell’industria della moda ha rilevato un <strong>aumento del 35% degli obiettivi di parità salariale</strong> tra il 2022 e il 2023 e un aumento del 49% degli obiettivi legati alle politiche di Diversity, Equity and Inclusione (DE&amp;I). Solo il 52% dei brand, tuttavia, ha dichiarato di lavorare sugli obiettivi di parità salariale. Scarsa programmazione? Mancanza di strumenti adeguati?</p>
<p>Secondo lo studio, gli investimenti in attività di audit e monitoraggio sono consistenti, ma manca una piena visibilità dei salari dei fornitori. Sollecitati in tal senso, i brand interpellati hanno riconosciuto la necessità di trovare <strong>soluzioni condivise e standardizzate</strong>, piuttosto che di procedere ognuno per sé. E questo è un bene, se dalle buone intenzioni germoglieranno progetti concreti, perché le sfide da superare nei tempi dettati dal legislatore e dal mercato esigono un approccio fondato sulla <strong>collaborazione fra stakeholder</strong> e sull’<strong>interoperabilità fra sistemi</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Definizioni e misure del divario retributivo di genere</strong></span></h2>
<p>Per divario retributivo di genere s’intende la differenza tra i salari lordi di donne e uomini calcolata sulla retribuzione media dei dipendenti, tenendo in considerazione le imprese con più di dieci dipendenti e tutti i lavori ad esclusione e del settore agricolo, della difesa e degli enti sovranazionali.</p>
<p>Esistono tre forme distinte di misurazione del divario salariale di genere:</p>
<ul>
<li><strong>Unadjusted gender pay gap</strong> | La differenza tra il salario orario medio degli uomini e quello delle donne espressa come percentuale del salario maschile.</li>
<li><strong>Explained gender pay gap</strong> | La differenza tra il salario orario medio degli uomini e quello delle donne giustificata da caratteristiche misurabili dei dipendenti e dell’impiego – età, livello d’istruzione, settore, seniority – espressa come percentuale del salario maschile: se il valore è negativo, significa che le caratteristiche delle donne giustificherebbero un salario orario superiore a quello degli uomini.</li>
<li><strong>Unexplained gender pay gap</strong> | Il divario salariale di genere vero e proprio, dato dalla differenza tra i divari unadjusted ed explained. Si tratta, in poche parole, della componente del divario salariale che non può essere giustificata da nessun fattore se non quello di genere.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il trend in Italia</strong></span></h2>
<p>Tra il 2012 e il 2022, in Europa, il divario salariale di genere è diminuito. L’Italia, in particolare, ha registrato un <em>unadjusted gender pay gap</em> pari al 4,3% – nel 2018 era del 5,5% – contro una <strong>media europea del 12,7%</strong>. È un dato molto buono, dovuto in parte alla maggior rappresentanza nella forza lavoro di donne con un elevato livello d’istruzione e con lavori coerentemente ben retribuiti. Le donne con un livello di istruzione minore – e con un salario tendenzialmente più contenuto – hanno invece un tasso più basso di partecipazione al mercato del lavoro.</p>
<p>L’industria manifatturiera della moda si discosta da questo quadro, perché è caratterizzata da una sovra partecipazione delle donne rispetto alla media della manifattura italiana, soprattutto in ruoli non manageriali.</p>
<p>Le persone impiegate nell’industria della moda italiana sono 600.000. Nel 2022, le donne rappresentavano circa il 60% della forza lavoro nei settori tessile e abbigliamento, il doppio rispetto alla presenza femminile nell’intero settore manifatturiero italiano.<br />
Il <strong>numero delle donne nei CdA delle aziende</strong> del settore è in aumento, ma i progressi sono lenti e faticosi anche per via del fatto che le iniziative di legge in materia non interessano ancora le aziende piccole e piccolissime che costituiscono il grosso del settore. Parliamo in tutto di circa 60.000 aziende, l’81,3% delle quali hanno meno di 10 dipendenti. Il 18,5% sono PMI (10-249 dipendenti), mentre solo lo 0,2% sono classificabili come grandi imprese (più di 250 dipendenti).</p>
<p>Il settore moda, abbiamo detto, vede una <strong>forte concentrazione di donne nelle posizioni meno remunerate</strong>, il che contribuisce ad ampliare il divario salariale complessivo, evidenziando una disparità non solo nella retribuzione, ma anche nelle opportunità di crescita e accesso a ruoli di leadership. Mentre il settore manifatturiero, in generale, sembra mostrare un trend positivo, le dinamiche specifiche della moda riflettono una situazione complessa affrontabile solo con <strong>interventi strutturali</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Azioni per una moda più equa</strong></span></h2>
<p>Per raggiungere l’equità retributiva nell’industria manifatturiera della moda in Italia è necessario <strong>uno sforzo culturale collettivo</strong> a supporto, soprattutto, delle PMI e delle imprese artigiane.</p>
<p>Possiamo riassumere come segue le azioni da portare avanti per accelerare i progressi del settore in un ambito tanto cruciale per il suo sviluppo.</p>
<ul>
<li>Sostenere l’uguaglianza di genere, di cui la parità retributiva rappresenta solo un aspetto</li>
<li>Sviluppare <strong>strumenti</strong> e pratiche di approvvigionamento adeguati al contesto italiano</li>
<li>Stabilire una <strong>metodologia unitaria </strong>per misurare l’equità salariale all’interno dei brand ed evitare sovrapposizioni e discrezionalità nelle valutazioni da parte dei produttori</li>
<li>Sensibilizzare le aziende italiane ai temi della disparità salariale di genere e del <strong>maggiore coinvolgimento femminile nelle posizioni apicali </strong>e nei processi decisionali</li>
<li>Aumentare la <strong>tracciabilità</strong> e la <strong>trasparenza </strong>per costruire una catena del valore sempre più equa e sostenibile nelle retribuzioni</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il dovere di crederci</strong></span></h2>
<p>Lo studio<em> Unpacking Pay Equity in Fashion</em> e altre ricerche analoghe offrono una rappresentazione dell’industria della moda e del mondo del lavoro in genere ancora molto orientati al maschile: le donne in posizioni di vertice sono poche e quelle poche hanno alle spalle percorsi di carriera costellati di fatica e rinunce importanti sul piano personale.</p>
<p>“<em>La consapevolezza dei ritardi da colmare</em> – sottolinea <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>non deve diventare un alibi per rinunciare, come donne, alle nostre ispirazioni e ai nostri sogni. La parità retributiva, l’assunzione di responsabilità manageriali, l’equilibrio tra lavoro e sfera privata sono obiettivi in cui abbiamo il dovere di credere. L’ambito della sostenibilità è in questo senso incoraggiante: secondo LinkedIn, il 49% delle professioniste del settore ESG globale sono donne, una quota significativa che testimonia la loro crescente presenza in posizioni chiave. Inoltre, il </em>Deloitte Women in the Boardroom Report 2023<em> rileva che in Europa, grazie a politiche di quota e iniziative mirate, le donne rappresentano il 40% delle posizioni nei CdA in Paesi come Francia e Norvegia. Questi risultati confermano che un cambiamento è possibile e che il contributo femminile è sempre più essenziale per la leadership sostenibile. Credere in questa trasformazione può contribuire a renderla reale</em>”.</p>
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		<item>
		<title>Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) &#124; Approfondimento normativo</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/responsabilita-estesa-del-produttore-epr-approfondimento-normativo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Nov 2024 10:23:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[bandi e normative]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=128773</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/responsabilita-estesa-del-produttore-epr-approfondimento-normativo/">Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) | Approfondimento normativo</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="wpb-content-wrapper"><div data-parent="true" class="vc_row row-container" id="row-unique-1"><div class="row limit-width row-parent"><div class="wpb_row row-inner"><div class="wpb_column pos-top pos-center align_left column_parent col-lg-12 single-internal-gutter"><div class="uncol style-light"  ><div class="uncoltable"><div class="uncell no-block-padding" ><div class="uncont" ><div class="empty-space empty-single" ><span class="empty-space-inner"></span></div>
<div class="uncode_text_column" ><p>Il principale strumento operativo della <em>EU Strategy for Sustainable and Circular Textiles</em>, delineato nella proposta di Revisione della Direttiva Quadro Rifiuti del 5 luglio 2023, è l’introduzione di sistemi di <strong>Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per il settore tessile</strong>. Questo approccio, basato sul principio per cui “chi inquina paga”, punta a garantire che i costi di gestione dei prodotti tessili a fine vita siano coperti dai produttori.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Benefici trasversali</strong></span></h2>
<p>L’EPR, mutuato da altre filiere come imballaggi e RAEE, ha dimostrato di poter generare benefici ambientali, economici e sociali: da un lato, stimola la corretta gestione del fine vita dei prodotti e il loro avvio al riciclo; dall’altro, favorisce la creazione di iniziative industriali nell’ambito del <em>waste management </em>e lo sviluppo di mercati per <strong>materie prime seconde</strong>, cruciali in contesti di scarsità di materiali e volatilità dei prezzi.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il ruolo dei Sistemi Collettivi nell’attuazione dell’EPR</strong></span></h2>
<p>Per implementare efficacemente i sistemi di EPR nel settore tessile, un ruolo centrale spetta ai cosiddetti <strong>Sistemi Collettivi</strong>. Questi sistemi, organizzati in forma consortile e senza scopo di lucro, permettono ai produttori di adempiere ai propri obblighi di gestione dei rifiuti su scala nazionale, garantendo <strong>condizioni operative omogenee</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le implicazioni per il settore tessile</strong></span></h2>
<p>L’EPR, introdotta dalla Direttiva (UE) 2018/851, impone ai produttori di beni immessi sul mercato dell’Unione Europea l’obbligo di contribuire alla gestione dei rifiuti derivanti dai loro prodotti. Già in vigore in settori come elettronica, imballaggi e industria automobilistica, la regolamentazione EPR è stata estesa al settore tessile per affrontare in modo più efficace il problema dei rifiuti e promuovere pratiche di produzione e consumo sostenibili. Per il tessile, l’EPR prevede che i produttori siano responsabili dei costi di gestione dei rifiuti, incentivando la circolarità dei prodotti sin dalla fase di progettazione. Il contributo sarà determinato in base alla performance ambientale dei tessili, secondo il <strong>principio di eco-modulazione</strong>.</p>
<p>Le norme comuni dell’Unione Europea sull’EPR faciliteranno l’ottemperanza dell’obbligo di raccolta separata dei tessili a partire <strong>dal 2025</strong>, in linea con la legislazione vigente.<br />
La Proposta di Riforma della Direttiva Quadro Rifiuti (2008/98/CE), approvata il 14 febbraio 2024, prevede che gli Stati Membri istituiscano il regime EPR entro 18 mesi dall’entrata in vigore della Direttiva europea, con l’<strong>obbligo di raccolta separata dei tessili a partire da gennaio 2025</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Obblighi e scadenze europee</strong></span></h2>
<p>Negli ultimi anni, la gestione dei rifiuti tessili in Europa ha subito significativi sviluppi normativi e strategici, con l’Italia spesso nel ruolo di Paese pioniere. Il percorso verso una maggiore sostenibilità nel settore tessile è iniziato con il <strong>Piano d’azione per l’economia circolare</strong> adottato dalla Commissione europea nel 2020, che ha posto un forte accento su settori chiave come quello tessile, appunto. A seguito di questo impulso, nel 2022 l’UE ha introdotto la <strong>Strategia per prodotti tessili sostenibili e circolari</strong>, volta a promuovere il mercato dei tessili sostenibili nell’Unione e a incentivare il riciclo delle fibre tessili.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>L’iter normativo in Italia</strong></span></h2>
<p>In Italia, la raccolta separata dei tessuti è diventata obbligatoria a partire dal 1° gennaio 2022, anticipando di tre anni la scadenza fissata dalla normativa europea per il 2025. Questo obbligo è stato introdotto dal <strong>Decreto Legislativo 116/2020</strong>, ponendo l’Italia all’avanguardia nelle iniziative per la gestione dei rifiuti tessili.</p>
<p>A dicembre 2022, il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha avviato una consultazione per definire lo Schema di Regolamento sulla cessazione della qualifica di rifiuto per i rifiuti tessili (<em>end of waste</em>). Questo processo, regolamentato dal decreto ministeriale n. 342/2022, stabilisce norme per vari flussi di rifiuti tessili, favorendone il recupero e il riciclo.</p>
<p>Più recentemente, il 14 febbraio 2024, la Commissione Ambiente del Parlamento UE ha approvato una<strong> proposta di riforma della Direttiva quadro sui rifiuti </strong>(Direttiva 2008/98/CE). La riforma impone alla Commissione europea di definire entro il 31 dicembre 2024 regole specifiche per la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) nel settore tessile. Gli emendamenti introdotti mirano a ridurre gli sprechi e a migliorare la governance dei sistemi EPR, richiedendo agli Stati membri di attivare tali sistemi entro 18 mesi dall’entrata in vigore della Direttiva.</p>
<p>In Italia, le consultazioni per l’EPR nel settore tessile sono tuttora in corso. Queste consultazioni coinvolgono un ampio spettro di stakeholder, tra cui associazioni di categoria, imprese e organizzazioni non governative, con l’obiettivo di definire un quadro normativo efficace che promuova la sostenibilità e la circolarità nel settore tessile.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Definizione di &#8220;produttore&#8221; secondo l’EPR</strong></span></h2>
<p>Le nuove normative in materia di EPR coinvolgeranno tutti i Produttori, Retailer, Importatori, Distributori, E-commerce e Marketplace dei settori moda, abbigliamento, calzature, accessori e prodotti tessili per la casa nel farsi carico del finanziamento, dell’organizzazione, della raccolta e dell’avvio alla preparazione per il riutilizzo, il riciclo e il recupero dei rifiuti derivanti dai prodotti tessili.</p>
<p>Ma cosa s’intende per “produttore”? Il produttore di prodotti tessili è definito come qualsiasi fabbricante, importatore o distributore o altra persona fisica o giuridica che – indipendentemente dalla tecnica di vendita utilizzata, compresi i contratti a distanza – rientra nelle seguenti categorie:</p>
<ol>
<li>Fabbricanti che operano sotto il proprio nome, ragione sociale o marchio all’interno di uno Stato membro.</li>
<li>Rivenditori che vendono prodotti di altri sotto il proprio nome, ragione sociale o marchio all’interno di uno Stato membro.</li>
<li>Fornitori che importano sotto il proprio nome, ragione sociale o marchio prodotti da altri paesi all’interno di uno Stato membro.</li>
<li>Venditori che vendono direttamente ai consumatori finali tramite comunicazione a distanza, anche se stabiliti in un altro Stato membro o in un paese terzo.</li>
</ol>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Principi-chiave dell’EPT nel tessile</strong></span></h2>
<ol>
<li>Rispetto del principio del “chi inquina paga”</li>
<li>Adeguata copertura dei costi per i prodotti tessili che i produttori immettono sul mercato. L’entità di tali costi dovrebbe essere sufficiente a raggiungere gli obiettivi di raccolta, riuso e riciclo futuri.</li>
<li>Garantire solo i costi necessari</li>
<li>I costi pagati dai produttori non dovrebbero superare quelli necessari per fornire servizi di gestione dei rifiuti in modo efficiente dal punto di vista dei costi, in conformità con la Direttiva quadro sui rifiuti.</li>
<li>Assicurarsi che le differenze tra i prodotti siano tenute in considerazione</li>
<li>Le tariffe da versare al sistema EPR dovrebbero essere differenziate per riflettere i costi variabili della gestione del fine vita per le diverse classi di prodotti.</li>
<li>Prevedere meccanismi per incentivare i produttori a ripensare il design dei loro prodotti in funzione di obiettivi ambientali</li>
<li>I produttori possono essere incentivati a modificare la progettazione per sostenere la riduzione dell’impatto ambientale sia attraverso tariffe differenziate sia con una modulazione ecologica aggiuntiva allineata con gli altri strumenti politici disponibili nell’ambito dell’ESPR.</li>
<li>Favorire il coinvolgimento dei consumatori</li>
<li>I consumatori devono essere messi in condizione di contribuire alla corretta gestione dei tessili utilizzati e dei rifiuti tessili. Ciò dovrebbe avvenire offrendo facili opportunità di impiego dei sistemi di raccolta e dovrebbe prevedere adeguati sistemi di informazione.</li>
</ol>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Obiettivi del sistema di EPR nel tessile</strong></span></h2>
<ol>
<li>Sostenere il Regolamento Ecodesign e l’eco-progettazione dei prodotti tessili</li>
<li>Ottimizzare la Raccolta Differenziata in ottica di rispetto della Gerarchia dei Rifiuti</li>
<li>Ottimizzare le fasi di cernita e di pre-lavorazione supportando il riutilizzo e/o la preparazione al riutilizzo</li>
<li>Sostenere e incentivare l’infrastrutturazione, la gestione e il monitoraggio del Sistema</li>
<li>Sostenere e incentivare lo sviluppo delle tecnologie di riciclo</li>
<li>Sostenere e incentivare la prevenzione e l’innovazione</li>
<li>Guidare l’informazione, la comunicazione e il cambiamento nella sfera del consumo anche attraverso il Digital Product Passport</li>
<li>Garantire un’adeguata amministrazione e remunerazione del Sistema</li>
</ol>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Gestione e destinazione dei rifiuti tessili</strong></span></h2>
<p>Al termine della loro vita utile, i prodotti tessili – sia <strong><em>waste textiles</em></strong> che <strong><em>used textiles</em></strong> – saranno conferiti dai cittadini presso appositi punti di raccolta situati su suolo urbano e gestiti da Sistemi Consortili, Società di Gestione Rifiuti, imprese sociali e Amministrazioni Locali. Una parte di questi rifiuti potrebbe essere trattenuta dalle imprese sociali, mentre il restante sarà trasferito agli impianti di selezione. Qui, <strong>i rifiuti seguiranno diverse destinazioni</strong>: alcuni saranno destinati al mercato nazionale e internazionale del riuso, altri saranno sottoposti a recupero di materia sia meccanico che chimico e altri ancora verranno utilizzati per il recupero di energia tramite termovalorizzazione. I residui, infine, saranno smaltiti.</p>
<p>Per le aziende, è auspicabile l’istituzione di un sistema di raccolta gestito dai Sistemi Consortili direttamente presso le sedi di produzione, per il ritiro dei rifiuti tessili derivanti dai processi produttivi e del materiale invenduto.</p>
<p>Il <strong>Contributo Ambientale (Eco-fee) </strong>sarà anticipato e versato al Sistema Consortile dal produttore al momento dell&#8217;immissione del prodotto sul mercato. Successivamente, questa Eco-Fee sarà addebitata al consumatore finale come parte del prezzo di acquisto del prodotto, sia nei canali di vendita fisici che digitali. Il Sistema di Responsabilità Estesa del Produttore coprirà quindi i costi di gestione dei rifiuti tessili, finanziando anche lo sviluppo infrastrutturale, in particolare per le infrastrutture di selezione e riciclo dei rifiuti tessili, seguendo l&#8217;esempio della Direttiva RAEE.</p>
</div><div class="empty-space empty-single" ><span class="empty-space-inner"></span></div>
</div></div></div></div></div><script id="script-row-unique-1" data-row="script-row-unique-1" type="text/javascript" class="vc_controls">UNCODE.initRow(document.getElementById("row-unique-1"));</script></div></div></div>
</div><p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/responsabilita-estesa-del-produttore-epr-approfondimento-normativo/">Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) | Approfondimento normativo</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<item>
		<title>GIUSTIZIA CLIMATICA, POCHI LO SANNO</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/giustizia-climatica-pochi-lo-sanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 17:12:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=128705</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Climate justice beliefs related to climate action and policy support around the world&#8221; è il titolo di una ricerca pubblicata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/giustizia-climatica-pochi-lo-sanno/">GIUSTIZIA CLIMATICA, POCHI LO SANNO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8220;Climate justice beliefs related to climate action and policy support around the world&#8221;<em> è il titolo di una ricerca pubblicata ad ottobre da </em>Nature Climate Change<em>, rivista mensile britannica specializzata nell’indagare le cause del cambiamento climatico, i suoi impatti sull’ambiente e le sue implicazioni per l’economia, la politica e la società. Il focus dello studio è la giustizia climatica o, per essere più esatti, la percezione che ne ha l’opinione pubblica. I dati di sintesi che vi proponiamo diventano lo spunto per alcune riflessioni sulle iniziative di contrasto al cambiamento climatico, con particolare riguardo al contributo che l’industria della moda può e deve dare in quanto parte in causa..</em></p></blockquote>
<p>Di <strong>giustizia climatica</strong> si parla sempre più spesso sui media, ma quanto ne sa davvero l’opinione pubblica? Un sondaggio condotto nel 2022 su 5627 adulti in 11 Paesi del Nord e Sud del mondo (Australia, Brasile, Germania, India, Giappone, Paesi Bassi, Nigeria, Filippine, Emirati Arabi, Regno Unito e Stati Uniti) ha evidenziato la diffusione di alcune convinzioni in materia – il riconoscimento, per esempio, dell’<strong>impatto sproporzionato del cambiamento climatico sulle popolazioni povere</strong> e delle responsabilità che capitalismo e colonialismo hanno avuto e tuttora hanno nella crisi climatica – ma ha restituito anche un poco incoraggiante 66,2% di persone che ammette di non aver mai sentito parlare di giustizia climatica.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Una definizione di giustizia climatica</strong></span></h2>
<p>La giustizia climatica è <strong>un approccio alla gestione della crisi climatica che considera le sue dimensioni etiche e sociali, oltre a quelle ambientali</strong>. Si fonda sull’idea che gli impatti della crisi non siano distribuiti in modo uniforme: a subirne gli effetti più gravi sono soprattutto le popolazioni più vulnerabili e i Paesi meno sviluppati, spesso i meno responsabili delle emissioni di gas serra. Partendo da questa consapevolezza, la giustizia climatica punta a <strong>equilibrare le responsabilità e i benefici delle soluzioni</strong>, promuovendo risposte incisive e rispettose dei diritti umani.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>(In)consapevolezza generalizzata</strong></span></h2>
<p>La consapevolezza della giustizia climatica è modesta in tutto il mondo. Fanno in parte eccezione l’India e gli Emirati Arabi Uniti, dove l’incidenza sul campione di intervistati con istruzione universitaria era però anche la più alta. Il nesso è evidente: maggiori gli strumenti di conoscenza, maggiore la possibilità di formarsi un’idea sui principi della giustizia climatica.<br />
<strong>I più consapevoli della giustizia climatica sono i giovani tra 25 e 34 anni</strong>, seguiti a ruota da quelli tra 18 e 24 anni, mentre non si rilevano differenze significative tra uomini e donne.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Conoscenza, esperienza e attivismo</strong></span></h2>
<p>La conoscenza e <strong>le convinzioni sulla giustizia climatica sono strettamente correlate all’impegno nell’azione per il clima</strong> e al sostegno a buone politiche climatiche. L’entità di queste relazioni varia da Paese a Paese: più forti in Australia, Brasile e Stati Uniti, meno in Nigeria e nelle Filippine. Non è un caso, secondo lo studio: il legame tra convinzioni sulla giustizia climatica e mobilitazione personale è più consistente nei Paesi che storicamente contribuiscono di più alle emissioni globali di gas serra e in cui le disuguaglianze sociali sono politicamente più rilevanti. Ricerche precedenti dimostrano che le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo sono meno disposte a fare &#8220;sacrifici&#8221; per la protezione dell’ambiente, poiché assegnano ai Paesi più ricchi e impattanti la responsabilità di contrastare il degrado ambientale di cui hanno anche la colpa maggiore.</p>
<p>Una maggiore adesione alle convinzioni sulla giustizia climatica è stata associata anche alle <strong>percezioni personali del cambiamento climatico</strong>. I disastrosi effetti dell’<strong>alluvione di Valencia</strong> ce ne danno un esempio drammaticamente attuale: l’atteggiamento delle persone sta cambiando nel senso di una maggiore consapevolezza e di preoccupazioni crescenti. Un trend che può essere utilmente sfruttato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla giustizia climatica, evidenziando ad esempio le disparità sociali nell’impatto di eventi meteorologici gravi e richiamando l’attenzione sulle disuguaglianze strutturali che sono alla base di queste disparità.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le voci del cambiamento</strong></span></h2>
<p>Una sentenza dello scorso aprile della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riconosce la mancata adozione ed efficace implementazione di azioni di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico come una <strong>violazione dei diritti umani</strong>. La causa su cui la Corte si è pronunciata è stata promossa dall’associazione svizzera <strong><a href="https://www.italiaclima.org/anziane-per-il-clima/" target="_blank" rel="noopener">KlimaSeniorinnen</a></strong> – circa 2.300 donne dell’età media di 75 anni, già soprannominate mediaticamente “anziane per il clima” – che hanno denunciato gli impatti del cambiamento climatico sulla loro salute e sulle loro condizioni di vita. Queste donne hanno lamentato il fatto che sia la legislazione climatica in vigore in Svizzera che la sua applicazione fossero inadeguate e che il governo elvetico non stesse facendo tutti gli sforzi possibili per far fronte alla crisi climatica. È una sentenza illuminante, nel suo piccolo, che ci dice quale potente impulso l’attivismo possa dare anche alla formazione di un diritto in materia.</p>
<p>Un altro esempio importante ci viene dalle coalizioni globali che operano da una decina di anni in ambito moda e che hanno favorito, con il loro approccio aggregativo finalizzato al raggiungimento di obiettivi condivisi, l’accelerazione del legislatore su temi centrali per la riduzione degli impatti come la trasparenza delle filiere globali, la <strong>produzione responsabile</strong>, il <strong>Passaporto Digitale di Prodotto</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Impatti e doveri dell’industria della moda</strong></span></h2>
<p>Gli impatti ambientali e sociali dell’industria della moda si inseriscono in un contesto di giustizia climatica laddove le popolazioni più vulnerabili subiscono gli effetti di una produzione eccessiva e di pratiche non etiche. Se <strong>la sovrapproduzione alimenta il cambiamento climatico</strong>, essa incide infatti anche sulle condizioni di vita e di lavoro delle comunità di produzione nei Paesi a basso reddito, in cui i diritti sono troppo spesso trascurati.</p>
<p>Ora, sui reali impatti dell’industria della moda assistiamo in questo periodo a una sorta di “revisionismo storico”. Non è in discussione che ne abbia e anche di importanti. Il problema è la fondatezza dei dati che dovrebbero quantificarli e che vengono ribattuti subendo ad ogni passaggio un qualche tipo di distorsione stile &#8220;telefono senza fili&#8221;. Approfondire lo spunto ci porterebbe fuori tema e poco importa, comunque, quale esatta posizione la moda si meriti di occupare nella classifica delle industrie più impattanti: l&#8217;utilizzo che fa delle risorse umane e naturali, la sovrapproduzione che ne caratterizza globalmente i modelli di business e la corsa che alimenta all’acquisto indiscriminato sono sotto gli occhi di tutti. Ed è su queste evidenze che bisogna intervenire.</p>
<p>“<em><strong>Produrre meno e meglio</strong> è la priorità fra le priorità</em>”, afferma <strong>Francesca Rulli</strong>. “<em>Bisogna poi educare il consumatore a comprare sulla base dei suoi bisogni effettivi, invece che su quelli indotti, preferendo capi di qualità progettati per durare nel tempo, realizzati secondo i principi dell’economia circolare attraverso processi sostenibili e responsabili.<br />
I volumi del fast fashion e dell’ultra fast fashion alimentano il modello opposto, non è difficile da capire&#8230; Se per produrre una maglietta occorrono 2700 litri d’acqua e un per un paio di jeans ce ne vogliono 3800, cosa costa moltiplicare questi valori per milioni di pezzo ogni anno? Se per soddisfare la domanda che ho contribuito a generare devo stressare all’inverosimile i tempi di produzione, quante persone dovrò far lavorare fuori orario e in quali precarie condizioni di sicurezza? <strong>Più volumi, più impatti, meno giustizia climatica e sociale</strong></em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il caso Italia</strong></span></h2>
<p>Le <strong>filiere del fast fashion e dell’ultra fast fashion </strong>non sono tipicamente quelle italiane, dove operano aziende impegnate in percorsi misurabili di tracciabilità, riduzione d’impatto e miglioramento dei luoghi e delle condizioni di lavoro. La strada da fare è ancora tanta, ma tanti sono anche i casi virtuosi capaci di fare scuola.<br />
“<em>Nella community 4sustainability – </em>prosegue Rulli <em>– ne contiamo centinaia: aziende che si misurano, che riducono i propri impatti con investimenti importanti sui processi, sulle persone, sui macchinari e sulle fabbriche e che talvolta, purtroppo</em>, <em>si vedono penalizzate dai brand per pure logiche di prezzo e di marginalità.</em></p>
<p><strong><a href="https://www.4sustainability.it/impatto-ambientale-moda/">4s PLANET</a></strong> è il protocollo del framework 4sustainability per la riduzione degli impatti ambientali del sistema moda e il presidio dei temi del cambiamento climatico e della giustizia climatica. <strong>Tagliare le emissioni di gas serra</strong> in atmosfera è tra le sfide maggiori, al centro non a caso dei <strong>progetti di decarbonizzazione</strong> che alcuni brand stanno portando avanti insieme alle loro filiere.</p>
<p><em>“Si misurano i consumi della fabbrica, dei processi complessivamente intesi o di una specifica fase di produzione, talvolta del singolo impianto… Tutto questo per <strong>individuare il potenziale di riduzione e il piano degli interventi più idoneo a realizzarlo</strong>. Facile pensare al fotovoltaico sul tetto o all’acquisto di energia verde, ma la vera partita si gioca sulla <strong>trasformazione dei processi</strong>. È qui che 4s PLANET mostra la sua utilità, nel costruire, cioè, un percorso di conversione in cui ogni azione richiede impegno e investimenti, da parte delle realtà produttive, che i brand sono chiamati a supportare”.</em></p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Concludendo</strong></span></h2>
<p>La giustizia climatica, in definitiva, non è soltanto una questione di riconoscimento e responsabilità, ma anche di <strong>azioni concrete</strong> che riflettano questi principi. Se l’opinione pubblica globale si dichiara ancora poco informata o consapevole del concetto, è proprio questo il terreno su cui intervenire: <strong>rendere visibili le disuguaglianze nell’impatto della crisi climatica</strong> e promuovere la consapevolezza dei doveri che tutti – ma soprattutto chi è più responsabile – hanno verso le persone e l’ambiente. Il settore della moda, in particolare, non può sottrarsi a quest’obbligo: deve cambiare i propri modelli per produrre meno e meglio, <strong>premiare le filiere più virtuose</strong>, <strong>valorizzare le persone</strong> e favorire il radicamento di una cultura del consumo fondata sui bisogni reali e sulla sostenibilità dei prodotti.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>VENICE SUSTAINABLE FASHION FORUM: I NOSTRI TAKEAWAYS</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/venice-sustainable-fashion-forum-i-nostri-takeaways/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2024 08:16:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=128389</guid>

					<description><![CDATA[<p>Quali consapevolezze possiamo portarci a casa dal programma di speech del Venice Sustainable Fashion Forum 2024, oltre che dal terzo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/venice-sustainable-fashion-forum-i-nostri-takeaways/">VENICE SUSTAINABLE FASHION FORUM: I NOSTRI TAKEAWAYS</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Quali consapevolezze possiamo portarci a casa dal programma di speech del Venice Sustainable Fashion Forum 2024, oltre che dal terzo report Just Fashion Transition? Ecco i nostri takeaways.</em></p></blockquote>
<p>L’edizione 2024 del Venice Sustainable Fashion Forum, organizzato da <strong><a href="https://www.sistemamodaitalia.com/it/" target="_blank" rel="noopener">Sistema Moda Italia</a></strong>, <strong><a href="https://www.ambrosetti.eu/" target="_blank" rel="noopener">The European House Ambrosetti</a></strong> e <strong>Confindustria Veneto Est </strong>alla Fondazione Giorgio Cini, si è chiusa il 25 ottobre con un bilancio interessante, somma dei contributi degli speaker sul palco e dei dati del rapporto <strong><em>Just Fashion Transition</em></strong>, giunto anch’esso alla sua terza edizione.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Tutti presenti (o quasi)</span></h2>
<p>Rubiamo l’ottimo spunto alla giornalista Laila Bonazzi, che in un post si è divertita a censire presenti e assenti, incluso l’ospite silente identificato da molti nel complesso di nuove norme e regolamenti con le quali le imprese del fashion &amp; luxury si stanno già confrontando.<br />
Chi altro c’era? Facciamo uno strappo all’etichetta e cominciamo da noi, presenti al Forum per la prima volta in qualità di partner con <strong>Massimo Brandellero</strong>, <strong>Matteo De Angelis</strong> e <strong>Francesca Rulli</strong>, chiamata a intervenire nella prima giornata dei lavori durante il focus del pomeriggio sullo studio di Ambrosetti.<br />
Sul palco e in sala, brand, aziende della filiera (italiana) e grandi gruppi industriali, consorzi d’impresa e ONG internazionali, università, media specializzati, esperti di ogni materia correlata più o meno direttamente al tema centrale della conferenza <strong><em>Leading Re-generation</em></strong>, dove la chiave per il cambiamento del sistema è evidentemente l’innovazione sostenibile.<br />
Non pervenute le istituzioni, sollecitate in apertura di evento a un maggiore ascolto delle imprese di un settore, quello della moda, che sta vivendo oggi una fase critica e sfidante al tempo stesso.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I numeri di Just Fashion Transition</span></h2>
<p>La <strong>burocrazia</strong> è stata indicata da più voci come un freno allo sviluppo, tanto più perché va a colpire quella filiera a monte che per ragioni dimensionali, soprattutto, ha le spalle più deboli e dovrebbe essere dunque tutelata e agevolata. Ecco, questo è stato sicuramente fra i temi più ricorrenti della due-giorni veneziana: la richiesta trasversale da parte dei vari stakeholder di una burocrazia più snella e di <strong>processi approvativi più veloci </strong>di quel 2030 identificato come termine del processo di regolamentazione europeo. Si tratta di un tempo oggettivamente troppo lungo, un limite all’assunzione di decisioni strategiche e quindi alla <strong>competitività</strong> stessa delle imprese.</p>
<p>Lo studio di Ambrosetti <em>Just Fashion Transition</em> ha preso in considerazione le 100 aziende più grandi del settore moda europeo e 31 retailer globali, valutando il loro livello di presidio e le loro prestazioni di sostenibilità sulla base di dati raccolti negli ultimi tre anni. Sebbene 28 società non abbiano ancora un bilancio di sostenibilità, il campione ha registrato un miglioramento medio del <strong>presidio dei temi ESG</strong> del 12%. Il maggiore dinamismo si registra nel contrasto al <strong>cambiamento climatico</strong>: un terzo sta riducendo le proprie emissioni a una velocità doppia rispetto a quella richiesta dal piano UE per la transizione verde, rimarcando da un lato che la decarbonizzazione è possibile, ma anche il significativo ritardo dei restanti due terzi, tale per cui la moda europea, complessivamente intesa, potrebbe raggiungere i suoi obiettivi climatici con 8 anni di ritardo.<br />
Ci confortano i dati tra loro comparabili, che non sono moltissimi fra quelli a disposizione, ma quei pochi ci dicono che <strong>a registrare i maggiori profitti sono le aziende che riducono di più le proprie emissioni</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Collaborare per superare la crisi e accelerare la transizione</span></h2>
<p>Proviamo a tirare le somme, facendo una sintesi delle posizioni emerse dai vari interventi, oltre che delle indicazioni del report. <strong>Quali consapevolezze possiamo portarci a casa</strong> da questa terza edizione del Venice Sustainable Fashion Forum?</p>
<ul>
<li>La transizione alla sostenibilità non è più un’opzione, ma <strong>un processo inevitabile</strong> innescato da logiche di mercato, prima ancora che dal legislatore: chi su certe scelte è ancora fermo, considera i costi dell’agire senza tenere conto di quelli, molti più alti, del <em>non </em>agire<em>.</em></li>
<li>La <strong>rivoluzione normativa</strong> in atto è un fattore necessario ma non sufficiente a traghettare il sistema verso modelli di business autenticamente sostenibili, un interruttore ma <em>non</em> un elemento di accelerazione.</li>
<li>Gli ambiti sui quali intervenire includono la <strong>semplificazione burocratica</strong>, <strong>regole più omogenee e certe</strong>, il rafforzamento della marginalità e una gestione sostenibile del debito per le piccole e medie imprese, che rappresentano quasi il 98% del settore; un <strong>accesso più agevole al credito</strong> e lo sviluppo diffuso di <strong>competenze specifiche</strong>.</li>
<li>I consumatori, soprattutto i più giovani e/o culturalmente preparati, danno la sostenibilità come valore acquisito, sollecitando una maggiore disponibilità di informazioni a bordo dei prodotti in grado di orientare <strong>comportamenti di acquisto più consapevoli</strong>.</li>
<li>Questo è il momento per <strong>guardare al futuro con ottimismo</strong>, interpretando come opportunità la fase di rallentamento che sta vivendo il comparto.</li>
<li>La via maestra per rimuovere gli ostacoli risiede nella <strong>collaborazione sistemica fra stakeholder</strong> – le aziende della filiera con la loro conoscenza dei processi, i brand con la loro conoscenza del mercato – e nell’<strong>aggregazione</strong> come risposta ai limiti dimensionali delle singole imprese.</li>
<li>L’<strong>armonizzazione dei dati </strong>per la tracciabilità dei prodotti e la misurazione degli impatti e la <strong>standardizzazione delle regole</strong> in ottica di semplificazione sono determinanti per la costruzione di filiere sostenibili in cui il valore sia più equamente distribuito.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;">Concludendo</span></h2>
<p>“<em>La rivoluzione normativa e di mercato va affrontata con nuovi modelli organizzativi e strumenti innovativi</em>”, ha sottolineato <strong>Francesca Rulli </strong>a margine della sua partecipazione al Forum. “<em>Rispetto a una decina di anni fa, quando siamo partiti con 4sustainability e poi con <strong>The ID Factory</strong>, registro un avvicinamento crescente fra brand e filiera. Il che si concretizza in investimenti, co-progettualità, armonizzazione dei metodi e dei dati, integrazione delle tecnologie a supporto&#8230; Quello che era ieri un obiettivo a cui tendere, perché già sapevamo che avrebbe generato efficienza e capacità di supportare un percorso di trasparenza e gestione di impatto, mi sento oggi di definirlo un&#8217;evidenza, una voce ben presente nelle agende e sui tavoli di lavoro a cui siedono insieme brand e aziende della supply chain e a cui partecipiamo anche noi a supporto di entrambi. Di tutto questo, la due giorni veneziana ha offerto ulteriori, importanti riscontri</em>”.</p>
<h3><a href="https://venicesustainablefashionforum.it/documents/" target="_blank" rel="noopener"><span style="color: #99b812;">VAI AGLI ATTI DEL VENICE SUSTAINABLE FASHION FORUM 2024</span></a></h3>
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		<title>MATERIALI E SOSTENIBILITÀ: UN MONDO DI SCELTE (IN)CONSAPEVOLI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/materiali-e-sostenibilita-un-mondo-di-scelte-inconsapevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2024 12:51:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata una parola d’ordine, la moda si trova ad affrontare una sfida cruciale: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/materiali-e-sostenibilita-un-mondo-di-scelte-inconsapevoli/">MATERIALI E SOSTENIBILITÀ: UN MONDO DI SCELTE (IN)CONSAPEVOLI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata una parola d’ordine, la moda si trova ad affrontare una sfida cruciale: come garantire che i capi e gli accessori che indossiamo abbiano un impatto positivo non solo sull’ambiente, ma anche sulle persone che li producono e sulla collettività?</em></p></blockquote>
<p>Dietro a ogni fibra e materiale, c’è una storia complessa fatta di <strong>processi produttivi</strong>, <strong>catene di fornitura globali</strong> e <strong>ricadute sull’ambiente e sull’essere umano</strong> che i consumatori per lo più ignorano. Una mancanza di consapevolezza che si riflette spesso anche nelle scelte dei brand.<br />
Le fibre naturali come il cotone e la lana, per esempio, sono spesso percepite come più “ecologiche”, ma in realtà nascondono complessità legate all’impatto climatico, sociale e chimico dei processi necessari per lavorarle. Per contro, le fibre sintetiche e rigenerate, che hanno di base una reputazione peggiore, sembrano guadagnare terreno grazie a progetti di economia circolare che di rado, tuttavia, prendono in considerazione la gestione del fine vita.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">La difficoltà di informarsi</span></h2>
<p>La maggior parte dei consumatori, ma anche tanti professionisti della moda, non hanno una conoscenza approfondita dei materiali utilizzati nella produzione di capi e accessori. La <strong>carenza di informazioni e interesse</strong> è diffusa, spesso aggravata dalla <strong>frammentazione dei processi</strong> e dall’<strong>assenza di trasparenza</strong>.</p>
<p>Secondo uno studio di <strong>McKinsey &amp; Company</strong>, il 66% circa dei consumatori globali reputa importante che i brand promuovano i contenuti di sostenibilità dei propri prodotti. Le informazioni disponibili “a bordo” di capi e accessori, però, non solo scarseggiano, ma quelle poche sono presentate in modo complesso, il che alimenta la confusione e la sfiducia nella credibilità di quanto affermato.<br />
Ne deriva – altro dato eloquente – che <strong>solo il 32% dei consumatori dichiara di fare scelte consapevoli</strong> e solo il 10%, fra loro, è in grado di identificare correttamente i materiali sostenibili.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Fibre naturali e sintetiche</span></h2>
<p>Le fibre naturali sono di base versatili, confortevoli, traspiranti e biodegradabili. Hanno molte virtù, ma sono sempre da preferire? I contenuti di sostenibilità di quelle prodotte nel Tier 4 – la parte più a monte della filiera produttiva, spesso legata alla materia prima utilizzata per la realizzazione dei capi – risentono indubbiamente delle connesse <strong>pratiche agricole o di allevamento</strong>, oltre che delle condizioni climatiche.</p>
<p>Uno studio dell’Università di Adelaide ha evidenziato diverse implicazioni significative del cambiamento climatico sulla produzione di lana in Australia. Ha stimato per esempio che un aumento di 1°C della temperatura globale potrebbe ridurre i tassi di riproduzione delle pecore fino al 20%, con perdite economiche che potrebbero sfiorare i 97 milioni di dollari​ all’anno. Il riscaldamento globale, inoltre, potrebbe comportare una perdita complessiva di 4,3 miliardi di dollari nella produzione di lana, ragione per cui il 50% degli allevatori australiani sta già adottando <strong>pratiche di gestione rigenerativa, come forma di contrasto al cambiamento climatico</strong>.</p>
<p>L’incremento di produzioni naturali e responsabili è una strada ideale per la riduzione d’impatto, ma sconta la netta prevalenza delle fibre sintetiche in termini di volumi impiegati nella produzione moda. Dobbiamo rendere più sostenibili, dunque, anche le produzioni in sintetico, riutilizzando per quanto possibile ciò che già esiste.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Riciclato e rigenerato</strong></span></h2>
<p>Le fibre riciclate e rigenerate sono alternative sempre più rilevanti in ottica di riduzione d’impatto ambientale. L’economia circolare promuove il recupero e il riuso dei materiali, ma la confusione in questo ambito è ancora tanta e lo rileviamo, banalmente, anche dall’uso diffusamente improprio dei termini.<br />
Parliamo ad esempio della differenza fra <em>rigenerato</em> e <em>riciclato</em> – perché no, non si tratta affatto di sinonimi. Le <strong>fibre riciclate</strong> sono ottenute dal recupero e trattamento di capi o rifiuti tessili o plastici già esistenti, che altrimenti finirebbero in discarica. Ci sono due tipi principali di riciclo: il riciclo meccanico – basato sulla scomposizione fisica del materiale – e il riciclo chimico, che sottopone le fibre a trattamenti chimici per scomporle e ricrearle. Le <strong>fibre rigenerate</strong> sono prodotte invece da materiali naturali, ma passano attraverso processi chimici per essere trasformate in nuove fibre. Alcuni esempi comuni sono la Viscosa, il Lyocell, il Cupro…<br />
Entrambe le soluzioni riducono l’impatto ambientale, ma affrontano la sostenibilità da prospettive leggermente diverse: il riciclo è più legato alla riduzione dei rifiuti, mentre le fibre rigenerate si concentrano sull’efficienza dell’uso delle risorse naturali.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I numeri dell’economia circolare</span></h2>
<p>Lasciamo che siano i dati a parlare: fonti <strong>Euratex</strong> del 2024 ci dicono che il 70% dei tessuti utilizzati per produrre abbigliamento in Europa è composto da fibre vergini, mentre solo il 13% è rigenerato o riciclato. Grazie agli sforzi di alcuni distretti virtuosi come quello pratese, per citare un esempio di casa nostra, questa percentuale sarebbe tuttavia destinata a crescere.</p>
<p>Secondo l’ultimo<strong><em> Preferred Fiber &amp; Materials Market Report </em>di Textile Exchange</strong>, nel 2023, a livello globale, solo l’8,9% delle fibre tessili è stato riciclato: la percentuale include sia i materiali pre-consumo (scarti industriali), sia quelli post-consumo (capi usati), ma la parte più rilevante del riciclo proviene ancora dai primi.</p>
<p>Dove vanno a finire abiti, scarpe, accessori… indossati poche volte e poi gettati o addirittura rimasti invenduti? Matteo Ward ce lo spiega nella docu-serie <em>Junk. Armadi pieni</em>, un <em>j’accuse </em>alla sovrapproduzione dell’industria della moda di cui suggeriamo la visione. La consapevolezza che ne ricaviamo è che tanti potrebbero essere utilmente recuperati e reimmessi nei cicli produttivi, invece di alimentare le discariche a cielo aperto in qualche parte del mondo.</p>
<p>Sebbene rientri fra fibre rigenerate più sostenibili, secondo Textile Exchange il cotone riciclato costituisce solo l’1% della produzione globale di cotone: un potenziale enorme non ancora sfruttato, un’evidenza fra le tante dei ritardi che dobbiamo scontare a livello non solo culturale ed educativo, ma anche di <strong>infrastrutture per la raccolta e il riciclo di materiali post consumo</strong>.</p>
<p>Su questo, il <strong><em>Fashion on Climate Report 2021 </em></strong>e il <strong><em>Circular Fashion Ecosystem Report 2023</em></strong> di <strong>Global Fashion Agenda</strong> sono altre due fonti molto interessanti di dati, per lo più convergenti.</p>
<p>Circa l’impatto delle fibre rigenerate sull’ambiente, i due studi ci dicono che l’adozione su larga scala delle fibre rigenerate potrebbe ridurre l’impronta di carbonio dell’industria della moda fino al 39% entro il 2030, se abbinata a una trasformazione sistemica dell’industria verso l’economia circolare. Tuttavia, il settore non è sulla buona strada per raggiungere questo obiettivo e la causa sono i soliti ritardi negli investimenti e nelle infrastrutture evidenziati anche Textile Exchange.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Le disuguaglianze di genere</span></h2>
<p>Un tema spesso trascurato è quello della disparità salariale e delle <strong>condizioni lavorative delle donne nel settore tessile e della pelle</strong>. Global Fashion Agenda pone l’accento sulla necessità di trasformare non solo i modelli di produzione per ridurre le emissioni di carbonio, ma anche le condizioni di lavoro. Gran parte della produzione tessile globale è concentrata in paesi in via di sviluppo, dove queste condizioni sono spesso precarie, con salari bassi e poca tutela sociale. Le donne sono le più penalizzate: costituiscono circa l’80% della forza lavoro globale nell’industria dell’abbigliamento, ma per lo stesso lavoro guadagnano fino al 40% in meno degli uomini.</p>
<p>In Italia va un po’ meglio, ma siamo lontani dalla parità: nel 2022, secondo l’INPS, le donne del settore tessile guadagnavano mediamente il 19% in meno degli uomini. Un divario che nei settori conciario e della pelletteria risulta ancora più marcato.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">La strada verso una maggiore consapevolezza</span></h2>
<p>Da alcuni anni, la sostenibilità e i principi dell’economia circolare sono diventati una vera e propria priorità per il business. I maggiori brand della moda hanno fissato obiettivi di sostenibilità chiari e misurabili, comunicandoli attraverso i loro report non finanziari e ponendo le basi per dotare i propri prodotti di passaporti digitali con una grande quantità di informazioni facilmente accessibili.</p>
<p>L’<strong>innovazione tecnologica</strong> applicata alla raccolta, allo smistamento e al riciclo dei rifiuti tessili rappresenta una straordinaria opportunità per <strong>accrescere i volumi di materiali riciclati</strong>, con potenziali e significativi risparmi futuri sui costi.</p>
<p><strong>Educare i consumatori?</strong> Indispensabile, anche perché ai segnali di maturazione culturale raramente fanno seguito comportamenti coerenti di acquisto. Ma non sufficiente. I primi da formare sulla sostenibilità e sulla conoscenza dei materiali dovrebbero essere infatti gli operatori del settore, le risorse che lavorano negli uffici-stile dei brand e che hanno in genere poca confidenza con i processi necessari per trasformarli. Questione di certificazioni, certamente. Ma prima ancora di consapevolezza.</p>
<p>&#8220;<em>Nella scelta dei materiali da utilizzare</em> &#8211; spiega<strong> Francesca Rulli</strong> &#8211; <em>gli sviluppatori di prodotto devono considerare anche le connesse variabili di impatto ambientale e sociale e la loro destinazione d&#8217;uso, il che presuppone una raccolta a monte di dati scientificamente validi relativi al loro intero ciclo di vita. Altro aspetto fondamentale e interconnesso, perché l&#8217;uno sostiene l&#8217;altro &#8211; riguarda l&#8217;innovazione dei processi di produzione e trasformazione dei materiali per accelerare il tasso di conversione&#8221;.</em></p>
<p><em>Anche le certificazioni di materiali si basano su questi principi e sono strumenti certamente utili, se vi si ricorre con consapevolezza valutandone con competenza pro e contro e portando avanti logiche di design sostenibile capaci di integrare le migliori soluzioni su tutte le variabili di impatto. Ciò premesso, non esiste certificazione, da sola, in grado di ridurre tutte le variabili di impatto del prodotto. Esiste, però, un approccio allo sviluppo del prodotto che combina i migliori fattori &#8211; anche certificati, eventualmente &#8211; per la misurazione e la riduzione d&#8217;impatto ambientale e sociale preferendo filiere virtuose riconoscibili come tali per livelli di impegno e trasparenza</em>&#8220;.</p>
<p>Le più recenti normative europee e americane vanno esattamente in questa direzione: Due Diligence di filiera, Sustainable Design, Green Claims, Responsabilità Estesa del Produttore e Digital Product Passport, Reporting di Sostenibilità… sono tutti provvedimenti orientati a promuovere la consapevolezza e la <strong>conversione dei modelli produttivi</strong>.</p>
<p>L’effetto che produrranno nei prossimi 4-5 anni è un miglioramento drastico dei dati esposti fin qui, grazie al coinvolgimento dei brand, delle aziende della filiera, dei consumatori e degli altri stakeholder in <strong>uno sforzo collettivo</strong> indispensabile per sostenere la <strong>transizione sistemica del settore alla sostenibilità</strong> ambientale e sociale.</p>
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