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	<title>approfondimenti Archivi - 4sustainability</title>
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	<description>Your Way to Sustainable Fashion</description>
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	<title>approfondimenti Archivi - 4sustainability</title>
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	<item>
		<title>FRANCIA, APPROVATA LA LEGGE CONTRO I PFAS</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/francia-approvata-la-legge-contro-i-pfas/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Mar 2025 14:16:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[chemical management]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Francia ha compiuto un passo significativo nella lotta contro i Pfas, approvando una legge che ne vieta l’uso in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La Francia ha compiuto <strong>un passo significativo nella lotta contro i Pfas</strong>, approvando una legge che ne vieta l’uso in una serie di prodotti di largo consumo. L’Assemblea Nazionale ha dato il via libera definitivo al provvedimento, che <strong>a partire dal 1° gennaio 2026</strong> impedirà la produzione, l’importazione, l’esportazione e la commercializzazione di Pfas in diverse categorie di prodotti, tra cui <strong>prodotti tessili e impermeabilizzanti per abbigliamento</strong>, cere per sci e snowboard, vernici e cosmetici. <strong>Dal 2030 il divieto verrà esteso all’intero comparto tessile</strong>, con un’unica eccezione per gli indumenti protettivi destinati a vigili del fuoco e forze dell’ordine.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Cosa sono i Pfas e perché sono pericolosi</span></h2>
<p>I Pfas (sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche) sono una famiglia di composti chimici che comprende <strong>tra 5.000 e 10.000 sostanze</strong>. Grazie alla loro resistenza all’acqua, al calore e alla corrosione, sono utilizzati in prodotti antiaderenti, impermeabili e isolanti elettrici. Li troviamo in indumenti tecnici, calzature, utensili da cucina, lenti per occhiali, stent cardiologici e persino in alcuni farmaci.</p>
<p>Proprio la loro elevata stabilità li rende <strong>pericolosi per la salute e l’ambiente</strong>: si accumulano nell’ecosistema e negli organismi viventi, con effetti negativi sulla fertilità, il sistema immunitario, il metabolismo e un aumento del rischio di alcuni tipi di tumore.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>L’impatto sul settore tessile e della moda</strong></span></h2>
<p>L’industria tessile e della moda è tra le più coinvolte dalla normativa, visto l’uso diffuso dei Pfas per conferire proprietà idrorepellenti e antimacchia a tessuti e calzature. La <strong>transizione verso alternative sostenibili</strong> richiederà ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, per individuare materiali innovativi e trattamenti alternativi come polimeri bio based e cere vegetali.</p>
<p>L’impatto sarà particolarmente significativo per i <strong>brand outdoor, sportswear e moda funzionale</strong>, che dovranno ripensare intere linee di prodotto. Alcuni marchi, come <strong>Patagonia</strong>, hanno già avviato la transizione verso materiali privi di Pfas, ma la sfida rimane complessa e nei commenti delle aziende prevale la cautela.</p>
<p><strong>Francesca Rulli</strong>, co-founder di <strong><a href="https://www.linkedin.com/company/ympact4sustainability" target="_blank" rel="noopener">Ympact</a></strong> e ideatrice del <strong>framework 4sustainability</strong>, richiama l’industria della moda al dovere di eliminare dai processi produttivi l’uso di sostanze di cui la scienza ha provato la pericolosità: “<em>Negli ultimi decenni, la corsa a tessuti antimacchia e impermeabili ha portato a un uso eccessivo di queste sostanze, spesso anche dove non strettamente necessario: ci siamo abituati a non preoccuparci delle macchie sui vestiti e a pretendere prestazioni idrorepellenti estreme, anche in capi di uso quotidiano. Inoltre, i Pfas vengono impiegati come ausiliari nei processi di tintura, stampa e finissaggio per migliorarne le performance. Se consideriamo i rischi per la salute dell’uomo e per l’ambiente, è indispensabile ripensare sia i processi produttivi che le specifiche di prodotto, a partire proprio da quei casi in cui l’uso di queste sostanze serve più a evitare resi che a rispondere a una reale esigenza funzionale. Certo, educare il consumatore non è semplice, ma un&#8217;informazione chiara potrebbe indurre tante persone a sostenere questa transizione</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Misure fiscali e controlli ambientali</strong></span></h2>
<p>Oltre ai divieti progressivi, la legge introduce una <strong>tassazione sui Pfas nei prodotti destinati ai consumatori</strong>, per incentivarne la riduzione prima delle scadenze imposte. I dettagli applicativi sono ancora in via di definizione.</p>
<p>Secondo <strong>Giancarlo Di Blasi</strong>, Research and Development Director di <strong><a href="https://www.brachi.company/chi-siamo/P/52" target="_blank" rel="noopener">Brachi Testing Services</a></strong>, “<em>il vero nodo da sciogliere sarà stabilire con precisione le modalità analitiche e le soglie di concentrazione ammesse: un aspetto tecnico ma decisivo per l’efficacia del provvedimento. Sarà interessant</em>e – sottolinea – <em>capire se la Francia sceglierà di estendere la restrizione anche alle catene corte dei PFAS, come già previsto a livello europeo dal Regolamento (UE) 2024/2462 per il PFHxA (C6), oppure se adotterà un approccio simile a quello californiano, basato sulla misura del Fluoro Totale presente nei prodotti. In quel caso, bisognerebbe stabilire limiti chiari e ambiziosi, considerando che in California il contenuto massimo, fissato a 100 mg/kg, verrà dimezzato a partire dal 1° gennaio 202</em>7».</p>
<p>La normativa prevede anche il<strong> controllo obbligatorio dei Pfas nell’acqua potabile</strong>, rafforzando la legislazione europea che, dal 1° gennaio 2026, imporrà il monitoraggio di venti inquinanti di questo gruppo nei Paesi membri. La Francia, inoltre, includerà il Tfa (acido trifluoroacetico) – il Pfas più diffuso, secondo <strong>Greenpeace</strong> – tra le sostanze da monitorare nelle acque e nell’ambiente. I risultati delle ispezioni ambientali saranno pubblicati annualmente e resi accessibili online.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Verso un divieto europeo dei Pfas?</strong></span></h2>
<p>I primi passi dell’UE risalgono al 2009, con la messa al bando dell’acido perfluoroottansolfonico (Pfos), ritenuto “potenzialmente cancerogeno” dall&#8217;Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Nel 2020, la stessa sorte è toccata all’acido perfluoroottanoico (Pfoa) – classificato come cancerogeno – e, più recentemente, all’acido perfluoroesansolfonico (Pfhxs), utilizzato per produrre la schiuma degli estintori. Ora è sul tavolo una proposta per <strong>generalizzare le restrizioni a tutti i Pfas</strong>: a febbraio 2023, <strong>Danimarca</strong>, <strong>Germania</strong>, <strong>Paesi Bassi</strong>, <strong>Norvegia</strong> e <strong>Svezia</strong> hanno chiesto all’European Chemicals Agency (<strong><a href="https://echa.europa.eu/it/" target="_blank" rel="noopener">ECHA</a></strong>) di rivedere il regolamento Reach in questo senso. Nel suo piano d’azione, il governo francese ha dichiarato l’intenzione di unirsi a questi Paesi per sostenere la richiesta, salvo muoversi in autonomia, come abbiamo visto, ponendosi di fatto come modello di riferimento.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Una sfida da cogliere</strong></span></h2>
<p>Se altri Paesi seguiranno l’esempio, il settore tessile dovrà <strong>accelerare la ricerca di alternative per rimanere competitivo in un contesto normativo in evoluzione</strong>, traducendo gli investimenti in processi produttivi più sicuri e sostenibili in vantaggio.<br />
Si tratta di una trasformazione radicale per l’intero comparto e la legge francese potrebbe rappresentare l’innesco: dall’innovazione dei materiali alla revisione delle filiere produttive, fino alla necessità di bilanciare sostenibilità ambientale ed esigenze economiche.</p>
<p>Il dibattito è aperto e il 2026 si avvicina. <strong>L’industria della moda sarà pronta a raccogliere la sfida?</strong><br />
L’eliminazione dei Pfas, secondo Rulli, richiede un percorso strutturato, simile alla creazione di un sistema di gestione delle sostanze chimiche lungo la filiera.<br />
“<em>Il primo passo</em> – spiega – <em>è la valutazione del rischio, analizzando i prodotti e le catene di fornitura coinvolte. Poi, è essenziale raccogliere dati dai fornitori per individuare eventuali esposizioni a queste sostanze e verificarli con test di laboratorio. La ricerca di alternative sostenibili, dalle materie prime ai trattamenti, deve essere accompagnata da una stretta collaborazione con i fornitori per garantire una transizione efficace. Altrettanto fondamentali sono il monitoraggio dei progressi, la formazione interna per sensibilizzare sui rischi e l’educazione del consumatore. Infine, la trasparenza: pubblicare dati verificati e ottenere certificazioni di sostenibilità rafforza l’impegno dell’azienda. Questo processo stimola anche l’industria chimica a innovare, sviluppando formulazioni più sicure. Più aziende adotteranno questa strategia, maggiore sarà la spinta in ricerca e innovazione</em>”.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL DIVARIO SALARIALE DI GENERE NELL’INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-divario-salariale-di-genere-nell-industria-della-moda-italiana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 10:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante i progressi, il divario salariale di genere resta una realtà nell’industria della moda italiana, dove le donne costituiscono gran [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-divario-salariale-di-genere-nell-industria-della-moda-italiana/">IL DIVARIO SALARIALE DI GENERE NELL’INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Nonostante i progressi, il divario salariale di genere resta una realtà nell’industria della moda italiana, dove le donne costituiscono gran parte della forza lavoro ma, salvo eccezioni, continuano a guadagnare meno degli uomini. Comprendere e ridurre questo divario non è solo una questione di giustizia, ma un passaggio cruciale per promuovere un settore realmente equo e inclusivo. Si inserisce in questo solco lo studio </em>Unpacking Pay Equity in Fashion<i> che costituisce lo spunto di questo nostro approfondimento.</i></p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;">Unpacking Pay Equity in Fashion</span></h2>
<p>Lo studio<strong><em> Unpacking Pay Equity in Fashion </em></strong>è stato realizzato da <strong>GFA (Global Fashion Agenda)</strong> e <strong>PwC</strong> per investigare il tema della parità di genere nell’industria della moda italiana. Le informazioni su cui si basa derivano dalle interviste a 25 brand, dall’analisi 2024 della Fashion Industry Target Consultation di GFA e UNEP (United Nations Environment Programm), da due tavole rotonde a cui hanno preso parte i dirigenti dell’industria della moda in occasione dell’International Women’s Day e del Global Fashion Summit di Copenhagen e da un sondaggio, infine, condotto su 105 imprese italiane in collaborazione con CNMI (Camera Nazionale della Moda Italiana), Confartigianato Moda e CNA Federmoda.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le misure legislative per la parità salariale</strong></span></h2>
<p>Negli ultimi anni, la spinta normativa ha fatto sì che sempre più imprese rendicontassero le proprie performance in ambito di parità di genere e salariale. Fra i testi di legge di fonte europea, citiamo:</p>
<ul>
<li>la <strong>Direttiva 2023/970 </strong>sulla trasparenza retributiva, che obbliga i datori di lavoro delle aziende con oltre 100 dipendenti a divulgare informazioni sulle retribuzioni</li>
<li>la <strong>Direttiva sulla Rendicontazione di Sostenibilità (CSRD)</strong>, che impone una rendicontazione dettagliata sulla sostenibilità societaria in relazione a varie tematiche, tra cui l’uguaglianza e il divario salariale di genere (per le aziende con oltre 500 dipendenti, entrerà in vigore nel 2025)</li>
<li>la <strong>Direttiva sulla Due Diligence di Sostenibilità (CSDDD)</strong>, che interviene indirettamente sul divario salariale di genere in quanto affronta gli aspetti di DD, appunto, relativi a problematiche ambientali e sociali</li>
</ul>
<p>In Italia, anche la <strong>Legge 162/2021 </strong>rappresenta un passo importante verso l’uguaglianza di genere sul lavoro:</p>
<ul>
<li>perché abbassa a <strong>50 dipendenti</strong> – prima erano 100 – la soglia per le aziende obbligate a redigere un rapporto biennale sulla situazione del personale, con informazioni dettagliate su assunzioni, retribuzioni, avanzamenti di carriera e formazione analizzate in ottica di genere;</li>
<li>perché istituisce una certificazione di parità che premia le aziende virtuose con <strong>incentivi fiscali</strong> e <strong>premialità negli appalti pubblici</strong>;</li>
<li>perché rafforza la supervisione del Consigliera/e di parità, con la possibilità di segnalare al Ministero del Lavoro eventuali inadempienze;</li>
<li>perché prevede <strong>sanzioni </strong>per le aziende inadempienti e <strong>agevolazioni </strong>per quelle che dimostrano invece un impegno nella riduzione del <em>gender gap</em>.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La risposta delle aziende</strong></span></h2>
<p>E le aziende come si stanno muovendo? Un sondaggio condotto a livello globale da GFA e UNEP sugli stakeholder dell’industria della moda ha rilevato un <strong>aumento del 35% degli obiettivi di parità salariale</strong> tra il 2022 e il 2023 e un aumento del 49% degli obiettivi legati alle politiche di Diversity, Equity and Inclusione (DE&amp;I). Solo il 52% dei brand, tuttavia, ha dichiarato di lavorare sugli obiettivi di parità salariale. Scarsa programmazione? Mancanza di strumenti adeguati?</p>
<p>Secondo lo studio, gli investimenti in attività di audit e monitoraggio sono consistenti, ma manca una piena visibilità dei salari dei fornitori. Sollecitati in tal senso, i brand interpellati hanno riconosciuto la necessità di trovare <strong>soluzioni condivise e standardizzate</strong>, piuttosto che di procedere ognuno per sé. E questo è un bene, se dalle buone intenzioni germoglieranno progetti concreti, perché le sfide da superare nei tempi dettati dal legislatore e dal mercato esigono un approccio fondato sulla <strong>collaborazione fra stakeholder</strong> e sull’<strong>interoperabilità fra sistemi</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Definizioni e misure del divario retributivo di genere</strong></span></h2>
<p>Per divario retributivo di genere s’intende la differenza tra i salari lordi di donne e uomini calcolata sulla retribuzione media dei dipendenti, tenendo in considerazione le imprese con più di dieci dipendenti e tutti i lavori ad esclusione e del settore agricolo, della difesa e degli enti sovranazionali.</p>
<p>Esistono tre forme distinte di misurazione del divario salariale di genere:</p>
<ul>
<li><strong>Unadjusted gender pay gap</strong> | La differenza tra il salario orario medio degli uomini e quello delle donne espressa come percentuale del salario maschile.</li>
<li><strong>Explained gender pay gap</strong> | La differenza tra il salario orario medio degli uomini e quello delle donne giustificata da caratteristiche misurabili dei dipendenti e dell’impiego – età, livello d’istruzione, settore, seniority – espressa come percentuale del salario maschile: se il valore è negativo, significa che le caratteristiche delle donne giustificherebbero un salario orario superiore a quello degli uomini.</li>
<li><strong>Unexplained gender pay gap</strong> | Il divario salariale di genere vero e proprio, dato dalla differenza tra i divari unadjusted ed explained. Si tratta, in poche parole, della componente del divario salariale che non può essere giustificata da nessun fattore se non quello di genere.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il trend in Italia</strong></span></h2>
<p>Tra il 2012 e il 2022, in Europa, il divario salariale di genere è diminuito. L’Italia, in particolare, ha registrato un <em>unadjusted gender pay gap</em> pari al 4,3% – nel 2018 era del 5,5% – contro una <strong>media europea del 12,7%</strong>. È un dato molto buono, dovuto in parte alla maggior rappresentanza nella forza lavoro di donne con un elevato livello d’istruzione e con lavori coerentemente ben retribuiti. Le donne con un livello di istruzione minore – e con un salario tendenzialmente più contenuto – hanno invece un tasso più basso di partecipazione al mercato del lavoro.</p>
<p>L’industria manifatturiera della moda si discosta da questo quadro, perché è caratterizzata da una sovra partecipazione delle donne rispetto alla media della manifattura italiana, soprattutto in ruoli non manageriali.</p>
<p>Le persone impiegate nell’industria della moda italiana sono 600.000. Nel 2022, le donne rappresentavano circa il 60% della forza lavoro nei settori tessile e abbigliamento, il doppio rispetto alla presenza femminile nell’intero settore manifatturiero italiano.<br />
Il <strong>numero delle donne nei CdA delle aziende</strong> del settore è in aumento, ma i progressi sono lenti e faticosi anche per via del fatto che le iniziative di legge in materia non interessano ancora le aziende piccole e piccolissime che costituiscono il grosso del settore. Parliamo in tutto di circa 60.000 aziende, l’81,3% delle quali hanno meno di 10 dipendenti. Il 18,5% sono PMI (10-249 dipendenti), mentre solo lo 0,2% sono classificabili come grandi imprese (più di 250 dipendenti).</p>
<p>Il settore moda, abbiamo detto, vede una <strong>forte concentrazione di donne nelle posizioni meno remunerate</strong>, il che contribuisce ad ampliare il divario salariale complessivo, evidenziando una disparità non solo nella retribuzione, ma anche nelle opportunità di crescita e accesso a ruoli di leadership. Mentre il settore manifatturiero, in generale, sembra mostrare un trend positivo, le dinamiche specifiche della moda riflettono una situazione complessa affrontabile solo con <strong>interventi strutturali</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Azioni per una moda più equa</strong></span></h2>
<p>Per raggiungere l’equità retributiva nell’industria manifatturiera della moda in Italia è necessario <strong>uno sforzo culturale collettivo</strong> a supporto, soprattutto, delle PMI e delle imprese artigiane.</p>
<p>Possiamo riassumere come segue le azioni da portare avanti per accelerare i progressi del settore in un ambito tanto cruciale per il suo sviluppo.</p>
<ul>
<li>Sostenere l’uguaglianza di genere, di cui la parità retributiva rappresenta solo un aspetto</li>
<li>Sviluppare <strong>strumenti</strong> e pratiche di approvvigionamento adeguati al contesto italiano</li>
<li>Stabilire una <strong>metodologia unitaria </strong>per misurare l’equità salariale all’interno dei brand ed evitare sovrapposizioni e discrezionalità nelle valutazioni da parte dei produttori</li>
<li>Sensibilizzare le aziende italiane ai temi della disparità salariale di genere e del <strong>maggiore coinvolgimento femminile nelle posizioni apicali </strong>e nei processi decisionali</li>
<li>Aumentare la <strong>tracciabilità</strong> e la <strong>trasparenza </strong>per costruire una catena del valore sempre più equa e sostenibile nelle retribuzioni</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il dovere di crederci</strong></span></h2>
<p>Lo studio<em> Unpacking Pay Equity in Fashion</em> e altre ricerche analoghe offrono una rappresentazione dell’industria della moda e del mondo del lavoro in genere ancora molto orientati al maschile: le donne in posizioni di vertice sono poche e quelle poche hanno alle spalle percorsi di carriera costellati di fatica e rinunce importanti sul piano personale.</p>
<p>“<em>La consapevolezza dei ritardi da colmare</em> – sottolinea <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>non deve diventare un alibi per rinunciare, come donne, alle nostre ispirazioni e ai nostri sogni. La parità retributiva, l’assunzione di responsabilità manageriali, l’equilibrio tra lavoro e sfera privata sono obiettivi in cui abbiamo il dovere di credere. L’ambito della sostenibilità è in questo senso incoraggiante: secondo LinkedIn, il 49% delle professioniste del settore ESG globale sono donne, una quota significativa che testimonia la loro crescente presenza in posizioni chiave. Inoltre, il </em>Deloitte Women in the Boardroom Report 2023<em> rileva che in Europa, grazie a politiche di quota e iniziative mirate, le donne rappresentano il 40% delle posizioni nei CdA in Paesi come Francia e Norvegia. Questi risultati confermano che un cambiamento è possibile e che il contributo femminile è sempre più essenziale per la leadership sostenibile. Credere in questa trasformazione può contribuire a renderla reale</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-divario-salariale-di-genere-nell-industria-della-moda-italiana/">IL DIVARIO SALARIALE DI GENERE NELL’INDUSTRIA DELLA MODA ITALIANA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>GIUSTIZIA CLIMATICA, POCHI LO SANNO</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/giustizia-climatica-pochi-lo-sanno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 17:12:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=128705</guid>

					<description><![CDATA[<p>&#8220;Climate justice beliefs related to climate action and policy support around the world&#8221; è il titolo di una ricerca pubblicata [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/giustizia-climatica-pochi-lo-sanno/">GIUSTIZIA CLIMATICA, POCHI LO SANNO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8220;Climate justice beliefs related to climate action and policy support around the world&#8221;<em> è il titolo di una ricerca pubblicata ad ottobre da </em>Nature Climate Change<em>, rivista mensile britannica specializzata nell’indagare le cause del cambiamento climatico, i suoi impatti sull’ambiente e le sue implicazioni per l’economia, la politica e la società. Il focus dello studio è la giustizia climatica o, per essere più esatti, la percezione che ne ha l’opinione pubblica. I dati di sintesi che vi proponiamo diventano lo spunto per alcune riflessioni sulle iniziative di contrasto al cambiamento climatico, con particolare riguardo al contributo che l’industria della moda può e deve dare in quanto parte in causa..</em></p></blockquote>
<p>Di <strong>giustizia climatica</strong> si parla sempre più spesso sui media, ma quanto ne sa davvero l’opinione pubblica? Un sondaggio condotto nel 2022 su 5627 adulti in 11 Paesi del Nord e Sud del mondo (Australia, Brasile, Germania, India, Giappone, Paesi Bassi, Nigeria, Filippine, Emirati Arabi, Regno Unito e Stati Uniti) ha evidenziato la diffusione di alcune convinzioni in materia – il riconoscimento, per esempio, dell’<strong>impatto sproporzionato del cambiamento climatico sulle popolazioni povere</strong> e delle responsabilità che capitalismo e colonialismo hanno avuto e tuttora hanno nella crisi climatica – ma ha restituito anche un poco incoraggiante 66,2% di persone che ammette di non aver mai sentito parlare di giustizia climatica.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Una definizione di giustizia climatica</strong></span></h2>
<p>La giustizia climatica è <strong>un approccio alla gestione della crisi climatica che considera le sue dimensioni etiche e sociali, oltre a quelle ambientali</strong>. Si fonda sull’idea che gli impatti della crisi non siano distribuiti in modo uniforme: a subirne gli effetti più gravi sono soprattutto le popolazioni più vulnerabili e i Paesi meno sviluppati, spesso i meno responsabili delle emissioni di gas serra. Partendo da questa consapevolezza, la giustizia climatica punta a <strong>equilibrare le responsabilità e i benefici delle soluzioni</strong>, promuovendo risposte incisive e rispettose dei diritti umani.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>(In)consapevolezza generalizzata</strong></span></h2>
<p>La consapevolezza della giustizia climatica è modesta in tutto il mondo. Fanno in parte eccezione l’India e gli Emirati Arabi Uniti, dove l’incidenza sul campione di intervistati con istruzione universitaria era però anche la più alta. Il nesso è evidente: maggiori gli strumenti di conoscenza, maggiore la possibilità di formarsi un’idea sui principi della giustizia climatica.<br />
<strong>I più consapevoli della giustizia climatica sono i giovani tra 25 e 34 anni</strong>, seguiti a ruota da quelli tra 18 e 24 anni, mentre non si rilevano differenze significative tra uomini e donne.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Conoscenza, esperienza e attivismo</strong></span></h2>
<p>La conoscenza e <strong>le convinzioni sulla giustizia climatica sono strettamente correlate all’impegno nell’azione per il clima</strong> e al sostegno a buone politiche climatiche. L’entità di queste relazioni varia da Paese a Paese: più forti in Australia, Brasile e Stati Uniti, meno in Nigeria e nelle Filippine. Non è un caso, secondo lo studio: il legame tra convinzioni sulla giustizia climatica e mobilitazione personale è più consistente nei Paesi che storicamente contribuiscono di più alle emissioni globali di gas serra e in cui le disuguaglianze sociali sono politicamente più rilevanti. Ricerche precedenti dimostrano che le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo sono meno disposte a fare &#8220;sacrifici&#8221; per la protezione dell’ambiente, poiché assegnano ai Paesi più ricchi e impattanti la responsabilità di contrastare il degrado ambientale di cui hanno anche la colpa maggiore.</p>
<p>Una maggiore adesione alle convinzioni sulla giustizia climatica è stata associata anche alle <strong>percezioni personali del cambiamento climatico</strong>. I disastrosi effetti dell’<strong>alluvione di Valencia</strong> ce ne danno un esempio drammaticamente attuale: l’atteggiamento delle persone sta cambiando nel senso di una maggiore consapevolezza e di preoccupazioni crescenti. Un trend che può essere utilmente sfruttato per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla giustizia climatica, evidenziando ad esempio le disparità sociali nell’impatto di eventi meteorologici gravi e richiamando l’attenzione sulle disuguaglianze strutturali che sono alla base di queste disparità.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le voci del cambiamento</strong></span></h2>
<p>Una sentenza dello scorso aprile della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riconosce la mancata adozione ed efficace implementazione di azioni di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico come una <strong>violazione dei diritti umani</strong>. La causa su cui la Corte si è pronunciata è stata promossa dall’associazione svizzera <strong><a href="https://www.italiaclima.org/anziane-per-il-clima/" target="_blank" rel="noopener">KlimaSeniorinnen</a></strong> – circa 2.300 donne dell’età media di 75 anni, già soprannominate mediaticamente “anziane per il clima” – che hanno denunciato gli impatti del cambiamento climatico sulla loro salute e sulle loro condizioni di vita. Queste donne hanno lamentato il fatto che sia la legislazione climatica in vigore in Svizzera che la sua applicazione fossero inadeguate e che il governo elvetico non stesse facendo tutti gli sforzi possibili per far fronte alla crisi climatica. È una sentenza illuminante, nel suo piccolo, che ci dice quale potente impulso l’attivismo possa dare anche alla formazione di un diritto in materia.</p>
<p>Un altro esempio importante ci viene dalle coalizioni globali che operano da una decina di anni in ambito moda e che hanno favorito, con il loro approccio aggregativo finalizzato al raggiungimento di obiettivi condivisi, l’accelerazione del legislatore su temi centrali per la riduzione degli impatti come la trasparenza delle filiere globali, la <strong>produzione responsabile</strong>, il <strong>Passaporto Digitale di Prodotto</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Impatti e doveri dell’industria della moda</strong></span></h2>
<p>Gli impatti ambientali e sociali dell’industria della moda si inseriscono in un contesto di giustizia climatica laddove le popolazioni più vulnerabili subiscono gli effetti di una produzione eccessiva e di pratiche non etiche. Se <strong>la sovrapproduzione alimenta il cambiamento climatico</strong>, essa incide infatti anche sulle condizioni di vita e di lavoro delle comunità di produzione nei Paesi a basso reddito, in cui i diritti sono troppo spesso trascurati.</p>
<p>Ora, sui reali impatti dell’industria della moda assistiamo in questo periodo a una sorta di “revisionismo storico”. Non è in discussione che ne abbia e anche di importanti. Il problema è la fondatezza dei dati che dovrebbero quantificarli e che vengono ribattuti subendo ad ogni passaggio un qualche tipo di distorsione stile &#8220;telefono senza fili&#8221;. Approfondire lo spunto ci porterebbe fuori tema e poco importa, comunque, quale esatta posizione la moda si meriti di occupare nella classifica delle industrie più impattanti: l&#8217;utilizzo che fa delle risorse umane e naturali, la sovrapproduzione che ne caratterizza globalmente i modelli di business e la corsa che alimenta all’acquisto indiscriminato sono sotto gli occhi di tutti. Ed è su queste evidenze che bisogna intervenire.</p>
<p>“<em><strong>Produrre meno e meglio</strong> è la priorità fra le priorità</em>”, afferma <strong>Francesca Rulli</strong>. “<em>Bisogna poi educare il consumatore a comprare sulla base dei suoi bisogni effettivi, invece che su quelli indotti, preferendo capi di qualità progettati per durare nel tempo, realizzati secondo i principi dell’economia circolare attraverso processi sostenibili e responsabili.<br />
I volumi del fast fashion e dell’ultra fast fashion alimentano il modello opposto, non è difficile da capire&#8230; Se per produrre una maglietta occorrono 2700 litri d’acqua e un per un paio di jeans ce ne vogliono 3800, cosa costa moltiplicare questi valori per milioni di pezzo ogni anno? Se per soddisfare la domanda che ho contribuito a generare devo stressare all’inverosimile i tempi di produzione, quante persone dovrò far lavorare fuori orario e in quali precarie condizioni di sicurezza? <strong>Più volumi, più impatti, meno giustizia climatica e sociale</strong></em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il caso Italia</strong></span></h2>
<p>Le <strong>filiere del fast fashion e dell’ultra fast fashion </strong>non sono tipicamente quelle italiane, dove operano aziende impegnate in percorsi misurabili di tracciabilità, riduzione d’impatto e miglioramento dei luoghi e delle condizioni di lavoro. La strada da fare è ancora tanta, ma tanti sono anche i casi virtuosi capaci di fare scuola.<br />
“<em>Nella community 4sustainability – </em>prosegue Rulli <em>– ne contiamo centinaia: aziende che si misurano, che riducono i propri impatti con investimenti importanti sui processi, sulle persone, sui macchinari e sulle fabbriche e che talvolta, purtroppo</em>, <em>si vedono penalizzate dai brand per pure logiche di prezzo e di marginalità.</em></p>
<p><strong><a href="https://www.4sustainability.it/impatto-ambientale-moda/">4s PLANET</a></strong> è il protocollo del framework 4sustainability per la riduzione degli impatti ambientali del sistema moda e il presidio dei temi del cambiamento climatico e della giustizia climatica. <strong>Tagliare le emissioni di gas serra</strong> in atmosfera è tra le sfide maggiori, al centro non a caso dei <strong>progetti di decarbonizzazione</strong> che alcuni brand stanno portando avanti insieme alle loro filiere.</p>
<p><em>“Si misurano i consumi della fabbrica, dei processi complessivamente intesi o di una specifica fase di produzione, talvolta del singolo impianto… Tutto questo per <strong>individuare il potenziale di riduzione e il piano degli interventi più idoneo a realizzarlo</strong>. Facile pensare al fotovoltaico sul tetto o all’acquisto di energia verde, ma la vera partita si gioca sulla <strong>trasformazione dei processi</strong>. È qui che 4s PLANET mostra la sua utilità, nel costruire, cioè, un percorso di conversione in cui ogni azione richiede impegno e investimenti, da parte delle realtà produttive, che i brand sono chiamati a supportare”.</em></p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Concludendo</strong></span></h2>
<p>La giustizia climatica, in definitiva, non è soltanto una questione di riconoscimento e responsabilità, ma anche di <strong>azioni concrete</strong> che riflettano questi principi. Se l’opinione pubblica globale si dichiara ancora poco informata o consapevole del concetto, è proprio questo il terreno su cui intervenire: <strong>rendere visibili le disuguaglianze nell’impatto della crisi climatica</strong> e promuovere la consapevolezza dei doveri che tutti – ma soprattutto chi è più responsabile – hanno verso le persone e l’ambiente. Il settore della moda, in particolare, non può sottrarsi a quest’obbligo: deve cambiare i propri modelli per produrre meno e meglio, <strong>premiare le filiere più virtuose</strong>, <strong>valorizzare le persone</strong> e favorire il radicamento di una cultura del consumo fondata sui bisogni reali e sulla sostenibilità dei prodotti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/giustizia-climatica-pochi-lo-sanno/">GIUSTIZIA CLIMATICA, POCHI LO SANNO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>MATERIALI E SOSTENIBILITÀ: UN MONDO DI SCELTE (IN)CONSAPEVOLI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/materiali-e-sostenibilita-un-mondo-di-scelte-inconsapevoli/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Oct 2024 12:51:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata una parola d’ordine, la moda si trova ad affrontare una sfida cruciale: [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/materiali-e-sostenibilita-un-mondo-di-scelte-inconsapevoli/">MATERIALI E SOSTENIBILITÀ: UN MONDO DI SCELTE (IN)CONSAPEVOLI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>In un’epoca in cui la sostenibilità è diventata una parola d’ordine, la moda si trova ad affrontare una sfida cruciale: come garantire che i capi e gli accessori che indossiamo abbiano un impatto positivo non solo sull’ambiente, ma anche sulle persone che li producono e sulla collettività?</em></p></blockquote>
<p>Dietro a ogni fibra e materiale, c’è una storia complessa fatta di <strong>processi produttivi</strong>, <strong>catene di fornitura globali</strong> e <strong>ricadute sull’ambiente e sull’essere umano</strong> che i consumatori per lo più ignorano. Una mancanza di consapevolezza che si riflette spesso anche nelle scelte dei brand.<br />
Le fibre naturali come il cotone e la lana, per esempio, sono spesso percepite come più “ecologiche”, ma in realtà nascondono complessità legate all’impatto climatico, sociale e chimico dei processi necessari per lavorarle. Per contro, le fibre sintetiche e rigenerate, che hanno di base una reputazione peggiore, sembrano guadagnare terreno grazie a progetti di economia circolare che di rado, tuttavia, prendono in considerazione la gestione del fine vita.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">La difficoltà di informarsi</span></h2>
<p>La maggior parte dei consumatori, ma anche tanti professionisti della moda, non hanno una conoscenza approfondita dei materiali utilizzati nella produzione di capi e accessori. La <strong>carenza di informazioni e interesse</strong> è diffusa, spesso aggravata dalla <strong>frammentazione dei processi</strong> e dall’<strong>assenza di trasparenza</strong>.</p>
<p>Secondo uno studio di <strong>McKinsey &amp; Company</strong>, il 66% circa dei consumatori globali reputa importante che i brand promuovano i contenuti di sostenibilità dei propri prodotti. Le informazioni disponibili “a bordo” di capi e accessori, però, non solo scarseggiano, ma quelle poche sono presentate in modo complesso, il che alimenta la confusione e la sfiducia nella credibilità di quanto affermato.<br />
Ne deriva – altro dato eloquente – che <strong>solo il 32% dei consumatori dichiara di fare scelte consapevoli</strong> e solo il 10%, fra loro, è in grado di identificare correttamente i materiali sostenibili.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Fibre naturali e sintetiche</span></h2>
<p>Le fibre naturali sono di base versatili, confortevoli, traspiranti e biodegradabili. Hanno molte virtù, ma sono sempre da preferire? I contenuti di sostenibilità di quelle prodotte nel Tier 4 – la parte più a monte della filiera produttiva, spesso legata alla materia prima utilizzata per la realizzazione dei capi – risentono indubbiamente delle connesse <strong>pratiche agricole o di allevamento</strong>, oltre che delle condizioni climatiche.</p>
<p>Uno studio dell’Università di Adelaide ha evidenziato diverse implicazioni significative del cambiamento climatico sulla produzione di lana in Australia. Ha stimato per esempio che un aumento di 1°C della temperatura globale potrebbe ridurre i tassi di riproduzione delle pecore fino al 20%, con perdite economiche che potrebbero sfiorare i 97 milioni di dollari​ all’anno. Il riscaldamento globale, inoltre, potrebbe comportare una perdita complessiva di 4,3 miliardi di dollari nella produzione di lana, ragione per cui il 50% degli allevatori australiani sta già adottando <strong>pratiche di gestione rigenerativa, come forma di contrasto al cambiamento climatico</strong>.</p>
<p>L’incremento di produzioni naturali e responsabili è una strada ideale per la riduzione d’impatto, ma sconta la netta prevalenza delle fibre sintetiche in termini di volumi impiegati nella produzione moda. Dobbiamo rendere più sostenibili, dunque, anche le produzioni in sintetico, riutilizzando per quanto possibile ciò che già esiste.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Riciclato e rigenerato</strong></span></h2>
<p>Le fibre riciclate e rigenerate sono alternative sempre più rilevanti in ottica di riduzione d’impatto ambientale. L’economia circolare promuove il recupero e il riuso dei materiali, ma la confusione in questo ambito è ancora tanta e lo rileviamo, banalmente, anche dall’uso diffusamente improprio dei termini.<br />
Parliamo ad esempio della differenza fra <em>rigenerato</em> e <em>riciclato</em> – perché no, non si tratta affatto di sinonimi. Le <strong>fibre riciclate</strong> sono ottenute dal recupero e trattamento di capi o rifiuti tessili o plastici già esistenti, che altrimenti finirebbero in discarica. Ci sono due tipi principali di riciclo: il riciclo meccanico – basato sulla scomposizione fisica del materiale – e il riciclo chimico, che sottopone le fibre a trattamenti chimici per scomporle e ricrearle. Le <strong>fibre rigenerate</strong> sono prodotte invece da materiali naturali, ma passano attraverso processi chimici per essere trasformate in nuove fibre. Alcuni esempi comuni sono la Viscosa, il Lyocell, il Cupro…<br />
Entrambe le soluzioni riducono l’impatto ambientale, ma affrontano la sostenibilità da prospettive leggermente diverse: il riciclo è più legato alla riduzione dei rifiuti, mentre le fibre rigenerate si concentrano sull’efficienza dell’uso delle risorse naturali.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I numeri dell’economia circolare</span></h2>
<p>Lasciamo che siano i dati a parlare: fonti <strong>Euratex</strong> del 2024 ci dicono che il 70% dei tessuti utilizzati per produrre abbigliamento in Europa è composto da fibre vergini, mentre solo il 13% è rigenerato o riciclato. Grazie agli sforzi di alcuni distretti virtuosi come quello pratese, per citare un esempio di casa nostra, questa percentuale sarebbe tuttavia destinata a crescere.</p>
<p>Secondo l’ultimo<strong><em> Preferred Fiber &amp; Materials Market Report </em>di Textile Exchange</strong>, nel 2023, a livello globale, solo l’8,9% delle fibre tessili è stato riciclato: la percentuale include sia i materiali pre-consumo (scarti industriali), sia quelli post-consumo (capi usati), ma la parte più rilevante del riciclo proviene ancora dai primi.</p>
<p>Dove vanno a finire abiti, scarpe, accessori… indossati poche volte e poi gettati o addirittura rimasti invenduti? Matteo Ward ce lo spiega nella docu-serie <em>Junk. Armadi pieni</em>, un <em>j’accuse </em>alla sovrapproduzione dell’industria della moda di cui suggeriamo la visione. La consapevolezza che ne ricaviamo è che tanti potrebbero essere utilmente recuperati e reimmessi nei cicli produttivi, invece di alimentare le discariche a cielo aperto in qualche parte del mondo.</p>
<p>Sebbene rientri fra fibre rigenerate più sostenibili, secondo Textile Exchange il cotone riciclato costituisce solo l’1% della produzione globale di cotone: un potenziale enorme non ancora sfruttato, un’evidenza fra le tante dei ritardi che dobbiamo scontare a livello non solo culturale ed educativo, ma anche di <strong>infrastrutture per la raccolta e il riciclo di materiali post consumo</strong>.</p>
<p>Su questo, il <strong><em>Fashion on Climate Report 2021 </em></strong>e il <strong><em>Circular Fashion Ecosystem Report 2023</em></strong> di <strong>Global Fashion Agenda</strong> sono altre due fonti molto interessanti di dati, per lo più convergenti.</p>
<p>Circa l’impatto delle fibre rigenerate sull’ambiente, i due studi ci dicono che l’adozione su larga scala delle fibre rigenerate potrebbe ridurre l’impronta di carbonio dell’industria della moda fino al 39% entro il 2030, se abbinata a una trasformazione sistemica dell’industria verso l’economia circolare. Tuttavia, il settore non è sulla buona strada per raggiungere questo obiettivo e la causa sono i soliti ritardi negli investimenti e nelle infrastrutture evidenziati anche Textile Exchange.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Le disuguaglianze di genere</span></h2>
<p>Un tema spesso trascurato è quello della disparità salariale e delle <strong>condizioni lavorative delle donne nel settore tessile e della pelle</strong>. Global Fashion Agenda pone l’accento sulla necessità di trasformare non solo i modelli di produzione per ridurre le emissioni di carbonio, ma anche le condizioni di lavoro. Gran parte della produzione tessile globale è concentrata in paesi in via di sviluppo, dove queste condizioni sono spesso precarie, con salari bassi e poca tutela sociale. Le donne sono le più penalizzate: costituiscono circa l’80% della forza lavoro globale nell’industria dell’abbigliamento, ma per lo stesso lavoro guadagnano fino al 40% in meno degli uomini.</p>
<p>In Italia va un po’ meglio, ma siamo lontani dalla parità: nel 2022, secondo l’INPS, le donne del settore tessile guadagnavano mediamente il 19% in meno degli uomini. Un divario che nei settori conciario e della pelletteria risulta ancora più marcato.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">La strada verso una maggiore consapevolezza</span></h2>
<p>Da alcuni anni, la sostenibilità e i principi dell’economia circolare sono diventati una vera e propria priorità per il business. I maggiori brand della moda hanno fissato obiettivi di sostenibilità chiari e misurabili, comunicandoli attraverso i loro report non finanziari e ponendo le basi per dotare i propri prodotti di passaporti digitali con una grande quantità di informazioni facilmente accessibili.</p>
<p>L’<strong>innovazione tecnologica</strong> applicata alla raccolta, allo smistamento e al riciclo dei rifiuti tessili rappresenta una straordinaria opportunità per <strong>accrescere i volumi di materiali riciclati</strong>, con potenziali e significativi risparmi futuri sui costi.</p>
<p><strong>Educare i consumatori?</strong> Indispensabile, anche perché ai segnali di maturazione culturale raramente fanno seguito comportamenti coerenti di acquisto. Ma non sufficiente. I primi da formare sulla sostenibilità e sulla conoscenza dei materiali dovrebbero essere infatti gli operatori del settore, le risorse che lavorano negli uffici-stile dei brand e che hanno in genere poca confidenza con i processi necessari per trasformarli. Questione di certificazioni, certamente. Ma prima ancora di consapevolezza.</p>
<p>&#8220;<em>Nella scelta dei materiali da utilizzare</em> &#8211; spiega<strong> Francesca Rulli</strong> &#8211; <em>gli sviluppatori di prodotto devono considerare anche le connesse variabili di impatto ambientale e sociale e la loro destinazione d&#8217;uso, il che presuppone una raccolta a monte di dati scientificamente validi relativi al loro intero ciclo di vita. Altro aspetto fondamentale e interconnesso, perché l&#8217;uno sostiene l&#8217;altro &#8211; riguarda l&#8217;innovazione dei processi di produzione e trasformazione dei materiali per accelerare il tasso di conversione&#8221;.</em></p>
<p><em>Anche le certificazioni di materiali si basano su questi principi e sono strumenti certamente utili, se vi si ricorre con consapevolezza valutandone con competenza pro e contro e portando avanti logiche di design sostenibile capaci di integrare le migliori soluzioni su tutte le variabili di impatto. Ciò premesso, non esiste certificazione, da sola, in grado di ridurre tutte le variabili di impatto del prodotto. Esiste, però, un approccio allo sviluppo del prodotto che combina i migliori fattori &#8211; anche certificati, eventualmente &#8211; per la misurazione e la riduzione d&#8217;impatto ambientale e sociale preferendo filiere virtuose riconoscibili come tali per livelli di impegno e trasparenza</em>&#8220;.</p>
<p>Le più recenti normative europee e americane vanno esattamente in questa direzione: Due Diligence di filiera, Sustainable Design, Green Claims, Responsabilità Estesa del Produttore e Digital Product Passport, Reporting di Sostenibilità… sono tutti provvedimenti orientati a promuovere la consapevolezza e la <strong>conversione dei modelli produttivi</strong>.</p>
<p>L’effetto che produrranno nei prossimi 4-5 anni è un miglioramento drastico dei dati esposti fin qui, grazie al coinvolgimento dei brand, delle aziende della filiera, dei consumatori e degli altri stakeholder in <strong>uno sforzo collettivo</strong> indispensabile per sostenere la <strong>transizione sistemica del settore alla sostenibilità</strong> ambientale e sociale.</p>
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		<title>CONNECTION WIRES: I BRAND SI ALLEANO CON LE IMPRESE DELLA FILIERA PER MONITORARE GLI IMPATTI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/connection-wires-i-brand-si-alleano-con-le-imprese-della-filiera-per-monitorare-gli-impatti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2024 09:19:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La collaborazione è stata il filo conduttore dell’11ma edizione dell’Evento 4sustainability 2024 ospitata nella splendida cornice dell&#8217;ARchivio Tessuti FASAC. Oltre [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>La collaborazione è stata il filo conduttore dell’11ma edizione dell’Evento 4sustainability 2024 ospitata nella splendida cornice dell&#8217;ARchivio Tessuti FASAC. Oltre 350 gli ospiti accreditati. </em></p>
</blockquote>
<p><em> </em>Nell’ultimo quinquennio, le istituzioni europee hanno messo la <strong>transizione sostenibile</strong> al centro della propria agenda, anche attraverso l’introduzione di norme che hanno conseguenze rilevanti sull’operato delle imprese, a partire dalla <strong>CSDDD</strong> (la direttiva sulla due diligence) e dalla <strong>CSRD</strong> (la direttiva sul reporting di sostenibilità). Tutto fa pensare che, con la riconferma di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea, la direzione resti quella tracciata.</p>
<p>Se una parte del mondo dell’industria ha reagito paventando i costi e le complicazioni burocratiche che ne deriveranno, <strong>i brand e la filiera italiana del fashion &amp; luxury</strong> – riuniti per l’Evento Annuale 4sustainability – hanno voluto lanciare un messaggio di segno opposto: la misurazione del proprio impatto ambientale e sociale è <strong>un’opportunità da cogliere</strong>, all’insegna della <strong>collaborazione</strong> e dell’<strong>armonizzazione dei metodi e delle tecnologie</strong>.</p>
<p>È questo il tema dell’Evento, intitolato non a caso <strong><a href="https://www.4sustainability.it/evento-4sustainability-2024/">C<em>onnection Wires | Imprese e sistemi collaborativi per superare la sfida normativa</em></a></strong>. A ospitare questa undicesima edizione, giovedì 3 ottobre, è stata <strong>FASAC 1955</strong>, eccellenza del distretto serico comasco. Promotrice, come sempre, è la società di consulenza <strong>Process Factory</strong> (<strong>Gruppo YHub</strong>) con <strong>4sustainability</strong>®, l’innovativo framework per la riduzione d’impatto ambientale e sociale del fashion &amp; luxury.</p>
<p>Insieme a <strong><a href="https://theidfactory.com/" target="_blank" rel="noopener">The ID Factory</a></strong> (società di Information Technology specializzata in soluzioni digitali per la tracciabilità) e <strong>Ympact</strong> (società benefit e piattaforma per la misurazione degli impatti ambientali e sociali sviluppata per consentire l’applicazione su larga scala del framework 4sustainability), Process Factory ha dato vita a <strong>YHub</strong>, il primo gruppo di servizi innovativi e piattaforme digitali dedicato alla realizzazione di progetti virtuosi per la tracciabilità e la sostenibilità nel settore moda. Un ecosistema che riunisce oggi oltre <strong>3mila aziende</strong> tra brand e imprese della filiera, l’<strong>80% </strong>delle quali <strong>italiane</strong>. Imprese che, anche anticipando gli obblighi di legge sul <strong>Digital Product Passport</strong>, si sono impegnate a monitorare, comunicare e ridurre i propri impatti affidandosi a una metodologia solida e a piattaforme tecnologiche validate.</p>
<p><em>“Da tempo ci impegniamo per un sistema di monitoraggio della catena di fornitura che supporti le piccole e medie imprese attraverso dati e requisiti armonizzati. Oggi possiamo risparmiare alle aziende richieste eterogenee e ripetuti adempimenti burocratici, che sottraggono risorse agli obiettivi di riduzione dell&#8217;impatto produttivo,</em>” spiegano <strong>Francesca Rulli </strong>e <strong>Massimo Brandellero</strong>, Co-founder del <strong>Gruppo YHub</strong>, a margine dell’evento.<em> &#8220;Raccolte dati armonizzate, verifiche e piattaforme interconnesse e interoperabili rappresentano la via per semplificare il lavoro delle imprese, permettendo di concentrare gli investimenti sulle azioni che riducono l’impatto ambientale e sociale, vero obiettivo del percorso che il sistema moda deve perseguire. La buona notizia è che brand e filiera hanno iniziato a collaborare come alleati alla pari. Lavorando con migliaia di imprese, possiamo confermare che l’apertura dei brand da un lato e il contributo della filiera dall’altro stanno avvicinando sensibilmente gli obiettivi di riduzione dell’impatto&#8221;.</em></p>
<h2><span style="color: #99b812;">Speaker prestigiosi sul palco</span></h2>
<p>Dopo i saluti introduttivi di Francesca Rulli e <strong>Federico Curti</strong> (FASAC SpA) e il Think Tank di filiera in cui gli imprenditori – rappresentati sul palco da <strong>Andrea Crespi </strong>(Eurojersey), <strong>Vincenzo Cangioli </strong>(Lanificio Cangioli) e <strong>Dino Masso </strong>(Tintoria e Finissaggio 2000) – hanno messo in luce le difficoltà del momento, ma anche le possibili soluzioni, sempre Francesca Rulli e Massimo Brandellero si sono confrontati sugli <em>Ecosistemi collaborativi a supporto del cambiamento. </em>Mettendo bene in chiaro come, in un momento di grande fermento normativo e di mercato, l’armonizzazione dei metodi e l’interoperabilità fra sistemi sia l’unica risposta all’entropia. La collaborazione è però possibile solo se cambia la mentalità. Le tecnologie e le certificazioni, in questo senso, non sono il fine, ma se il fine è chiaro, possono essere strumenti funzionali a raggiungerlo prima e meglio.</p>
<p>L’evento è stato anche l’occasione per comunicare la creazione di un tavolo di lavoro tra brand e imprese della filiera. Brand rappresentati sul palco da <strong>Mickaël Maniez</strong> (Kering Group) e <strong>Davide Triacca</strong> (Ferragamo). Maniez si è detto consapevole delle forti difficoltà incontrate finora dai fornitori nella raccolta di dati di qualità e nella loro comunicazione a partner diversi. Triacca ha sottolineato come fornitori che garantiscono buone performance ESG (ambientali, sociali e di governance) espongano il brand a minori rischi e meritino dunque condizioni più vantaggiose.</p>
<p>Il professor <strong>Hakan Karaosman</strong> (Cardiff University) ha poi tenuto un keynote speech dal titolo <em>Una transizione giusta e sostenibile, </em>sottolineando come i brand della moda debbano il loro successo alle competenze dei fornitori e dunque abbiano la responsabilità di coinvolgerli in un processo di decision making autenticamente inclusivo.</p>
<p>A seguire, la conversazione tra <strong>Maria Cristina Cucchetti</strong> (Mario Cucchetti Tessuti), <strong>Federico Curti</strong> (FASAC), <strong>Francesco Gentili</strong> (Gentili Mosconi) e <strong>Sergio Tamborini</strong> (Ratti). L’Evento è proseguito quindi con l’intervista a <strong>Federico Marchetti</strong> e <strong>Riccardo Stefanelli</strong> (Brunello Cucinelli) sul tema <em>L’industria della moda tra twin transition e umana sostenibilità. </em>Stefanelli ha rimarcato la necessità di assicurare dignità (anche economica) ai lavoratori della filiera. Solo chi garantisce un flusso di lavoro programmato e valorizzato mette i fornitori nelle condizioni di offrire a loro volta buoni standard di lavoro e di pianificare il proprio futuro. Marchetti ha ripercorso una storia di innovazione che lo vede collaborare oggi anche con <strong>Re Carlo III </strong>nella realizzazione, tra le altre cose, del passaporto digitale di prodotto e di due progetti di agricoltura rigenerativa, in collaborazione con due primari brand del lusso.</p>
<p>Le riflessioni finali, con uno sguardo al 2025, sono state affidate a <strong>Massimo Brandellero</strong>, <strong>Matteo De Angelis</strong> e <strong>Francesca Rulli</strong> (YHub). Oltre <strong>350 gli ospiti accreditati</strong>, in rappresentanza di più di 30 brand del fashion &amp; luxury, oltre 70 aziende della migliore filiera produttiva e i principali gruppi italiani di aggregazione, organizzazioni internazionali, esperti di innovazione e tecnologie a supporto della transizione sostenibile del settore.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Innov(azione) e umana sostenibilità</span></h2>
<p>Dichiara<strong> Federico Marchetti</strong>, innovatore digitale, founder di Yoox Net-A-Porter Group, ora a capo della <strong>SMI Fashion Task Force: </strong>“<em>Il messaggio che vorrei lasciare a margine dell’Evento 4sustainability 2024 è legato a due parole-chiave: una è </em>innovazione <em>e l’altra</em> azione, <em>fra le quali esiste peraltro un’evidente convergenza semantica.</em> Innovazione <em>perché penso che solo l’innovazione potrà salvare il pianeta: se continueremo a fare le cose come abbiamo sempre fatto, lasceremo alle nuove generazioni un pianeta ancora peggiore di quello che abbiamo trovato. </em>Azione p<em>erché non c’è più tempo da perdere. Unire azione e innovazione è fra gli obiettivi della Fashion Task Force di Re Carlo III che ho l’onore di guidare: tutte le aziende e brand che ne fanno parte stanno accelerando sull’implementazione dei tanti progetti concreti e tangibili che stiamo portando avanti sul campo.</em>”</p>
<p><em>“A Solomeo coltiviamo da sempre una grande attenzione alla qualità delle relazioni umane a tutti i livelli”, </em>afferma <strong>Riccardo Stefanelli</strong>, Amministratore delegato di <strong>Brunello Cucinelli</strong>.<em> “Ci impegniamo a mantenerla il più possibile coerente con l’alta qualità artigianale dei nostri manufatti esclusivi, pensati per durare nel tempo. Questi ultimi sono i veri e propri ambasciatori del nostro modo di lavorare e di intendere l’Impresa, grazie a una sostenibilità ad ampio raggio che ha al centro le persone. I nostri collaboratori rappresentano per noi l’elemento più virtuoso dell’intera filiera e l’Evento 4sustainability di quest’anno, del resto, non fa che confermare come quella della connessione sia la giusta via per un futuro sinergico, nel segno della sostenibilità”.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>ZDHC IMPACT DAY 2024: EMBRACING COLLABORATION</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/zdhc-impact-day-2024-embracing-collaboration/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jun 2024 12:21:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=128030</guid>

					<description><![CDATA[<p>Amsterdam, 19 giugno 2024, ZDHC Impact Day: la roadmap di implementazione per l’eliminazione delle sostanze tossiche e nocive procede sempre [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/zdhc-impact-day-2024-embracing-collaboration/">ZDHC IMPACT DAY 2024: EMBRACING COLLABORATION</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Amsterdam, 19 giugno 2024, ZDHC Impact Day: la roadmap di implementazione per l’eliminazione delle sostanze tossiche e nocive procede sempre più spedita. Novità interessanti su KPI, reporting e tracciabilità di prodotto, un numero crescente di brand partecipanti, una community in espansione per supportare la transizione nel sistema moda&#8230; E poi tante nuove conoscenze, persone speciali con cui stringere e rafforzare collaborazioni. Ecco il sintetico resoconto di una giornata vissuta come da tradizione on site!</em></p></blockquote>
<p>ZDHC ha ospitato il suo annuale<strong> Impact Day</strong>, un evento che ha riunito innovatori e leader del settore per riflettere sui progressi comuni e tracciare la strada verso un futuro più sostenibile nella gestione delle sostanze chimiche. L’evento è stato una dimostrazione del <strong>potere della collaborazione</strong> e dell’impegno condiviso per raggiungere l’obiettivo di azzeramento dell’uso di sostanze chimiche pericolose nella produzione moda.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il potere della narrazione</strong></span></h2>
<p>Il rinomato regista <strong>Roger Williams</strong> ha presentato riflessioni tratte dal suo documentario <a href="https://riverbluethemovie.eco/" target="_blank" rel="noopener"><strong>River Blue</strong></a>, accendendo una discussione appassionata sull’uso efficace della narrazione per promuovere il cambiamento nell’industria. Dal dibattito, che ha visto la partecipazione di <strong>Lisa Mazzotta</strong> e <strong>Bettina Heller</strong> (<strong><a href="https://www.unep.org/">UNEP</a></strong>), è emersa l’importanza dell’autenticità nel raccontare storie coinvolgenti sulla sostenibilità e nel proporre passi concreti per coinvolgere consumatori e stakeholder, tenendo conto del cambiamento sistemico e delle complessità che brand, filiera e legislatore devono affrontare.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>I punti salienti del rapporto di impatto</strong></span></h2>
<p><strong>Scott Echols</strong> (CIO ZDHC) ha presentato gli elementi essenziali dell’<strong><a href="https://www.roadmaptozero.com/impact-report-2023" target="_blank" rel="noopener">Impact Report 2023</a></strong> della Fondazione, ponendo l’accento sull’adozione sempre più diffusa degli strumenti ZDHC e sulla necessità di migliorare nella misurazione dei dati. Scott ha sottolineato in particolare come il monitoraggio dei principali KPI e la loro traduzione in dati concreti sia essenziale per comunicare le performance: <strong>l’approccio incentrato sul dato</strong> è ciò che aiuta tutti gli operatori del sistema a rendere sempre più incisive ed efficaci le loro iniziative in termini di riduzione d’impatto.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Affrontare le nuove normative</strong></span></h2>
<p>Un gruppo di esperti di ZDHC, tra cui <strong>Nina Bendias</strong>, <strong>Klaas Nuttbohm</strong>, <strong>Janne Koopmans</strong> e <strong>Vanessa Schulz</strong>, ha discusso della <strong>Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD)</strong> e delle iniziative che ZDHC sta mettendo in campo per supportare il settore nel rispetto dei nuovi requisiti.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Brands to Zero</strong></span></h2>
<p>L’Impact Day ZDHC 2024 si è concluso con la cerimonia <strong>Brands to Zero</strong>, durante la quale sono stati premiati 12 brand che hanno raggiunto lo status di Champion nell’implementazione delle linee guida ZDHC. Tra questi, leader del settore come Adidas, <strong>Burberry</strong>, G-Star, <strong>H&amp;M</strong>, <strong>Hugo Boss</strong>, <strong>Kering Italia Levi’s</strong>, <strong>Marks and Spencer</strong>, <strong>NEXT</strong>, <strong>PUMA Sports</strong>, <strong>Tesco </strong>e <strong>Victoria’s Secret</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Cosa ci portiamo a casa</span></h2>
<p>“<em>La giornata è stata densa di contenuti sia sui risultati ottenuti fin qui, sia sulle sfide e i progetti in campo per il futuro di una moda sostenibile</em>”, ha evidenziato<strong> Francesca Rulli</strong>. L’aveva preceduta un’altra giornata dedicata agli <strong>ZDHC Approved Solution Provider</strong>, con i quali, continua Rulli, “<em>abbiamo potuto affrontare le criticità e le opportunità per essere più vicini alle esigenze di brand e filiera nell’implementazione di sistemi efficaci di gestione della chimica sostenibile: robustezza dei dati, procedure condivise, approccio collaborativo, armonizzazione e riduzione di duplicazioni, efficienza operativa sono le parole chiave del confronto che orienterà i progetti e gli investimenti in innovazione dei Solution Provider, che nel nostro caso toccheranno gli ambiti della formazione, del supporto e della verifica </em>(<strong>Process Factory</strong>)<em>, quelli della tecnologia (</em><strong><a href="https://www.4sustainability.it/ympact-platform/">Ympact</a></strong><em>) e dell’armonizzazione (</em><strong>4sustainability®</strong><em>)</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/zdhc-impact-day-2024-embracing-collaboration/">ZDHC IMPACT DAY 2024: EMBRACING COLLABORATION</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>IL GRUPPO YHUB ANNUNCIA L&#8217;INGRESSO DI NUOVI PRESTIGIOSI INVESTITORI NELLA COMPAGINE SOCIETARIA</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-gruppo-yhub-annuncia-lingresso-di-nuovi-prestigiosi-investitori-nella-compagine-societaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2024 11:00:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>COMUNICATO STAMPA &#160; Milano, 6 giugno 2024.  YHub, Gruppo leader nelle soluzioni e nelle tecnologie per la tracciabilità e la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-gruppo-yhub-annuncia-lingresso-di-nuovi-prestigiosi-investitori-nella-compagine-societaria/">IL GRUPPO YHUB ANNUNCIA L&#8217;INGRESSO DI NUOVI PRESTIGIOSI INVESTITORI NELLA COMPAGINE SOCIETARIA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-126858" src="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/06/LOGO-YHUB-300x63.png" alt="" width="738" height="155" srcset="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/06/LOGO-YHUB-300x63.png 300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/06/LOGO-YHUB-1024x215.png 1024w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/06/LOGO-YHUB-768x161.png 768w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/06/LOGO-YHUB-350x73.png 350w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/06/LOGO-YHUB.png 1315w" sizes="(max-width: 738px) 100vw, 738px" /></strong></p>
<h3 style="text-align: center;"><strong>COMUNICATO STAMPA</strong></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Milano, 6 giugno 2024.  <strong>YHub</strong>, Gruppo leader nelle soluzioni e nelle tecnologie per la tracciabilità e la transizione sostenibile dell’<strong>industria della moda e del lusso</strong> – a cui fanno capo Process Factory con il sistema proprietario 4sustainability<em>®</em>, The ID Factory e Ympact – è orgogliosa di annunciare il raggiungimento di un importante traguardo del suo percorso: l’ingresso nella compagine societaria di cinque nuovi investitori di altissimo profilo quali Foro delle Arti (Holding della <strong>Brunello Cucinelli SpA</strong>), l’imprenditore <strong>Matteo Marzotto</strong>, <strong>Claudio Rovere</strong> (Founder &amp; CEO di Holding Industriale SpA), <em>Venture Fund</em> gestiti dalla banca d’affari globale<strong> LionTree</strong> e <strong>Federico Marchetti</strong> (Fondatore di YOOX) attraverso Mavis.</p>
<p>Il Gruppo YHub accompagna i brand e le imprese dei settori moda e lusso nella realizzazione di progetti di sostenibilità e tracciabilità mirati alla riduzione misurabile degli impatti ambientali e sociali della produzione. La chiave è nella credibilità delle informazioni e dunque nel sistema proposto di raccolta, verifica e validazione dei dati d’impatto a supporto della rendicontazione di sostenibilità e della costruzione di passaporti digitali di prodotto. YHub conta oggi un team di <strong>65 professionisti</strong>, supporta <strong>oltre 3mila aziende</strong>, collabora con <strong>più di 50 brand globali</strong> e mappa <strong>oltre 80mila fornitori in 22 Paesi diversi</strong>.</p>
<p>Le nuove normative europee sull’ecodesign, sulla <em>due diligence</em> delle <em>supply chain</em>, sulla responsabilità estesa del produttore, sul reporting di sostenibilità e sul passaporto digitale richiedono sempre di più alle aziende della moda e del lusso di valutare i rischi ambientali e sociali delle proprie filiere di produzione e dotarsi di sistemi efficaci di monitoraggio e reportistica per la trasparenza e la definizione delle azioni di miglioramento. YHub supporta questa sfida mettendo a disposizione le <strong>competenze</strong>, il <strong>metodo</strong> e le <strong>tecnologie</strong> indispensabili per realizzare processi credibili di raccolta, verifica e validazione dei dati d’impatto.</p>
<p>L’operazione di aumento di capitale ha l’obiettivo di scalare il modello di business rafforzando al contempo la vocazione internazionale del Gruppo. La sua unicità sta nel tipo di aggregazione realizzata, un sodalizio autorevole e rappresentativo delle migliori energie che il settore della moda e del lusso sia oggi in grado di esprimere.</p>
<p>Nel nuovo assetto, la guida di YHub rimane saldamente in mano ai soci fondatori <strong>Francesca Rulli</strong>, <strong>Massimo Brandellero</strong> e <strong>Cristian Iobbi</strong>. Confermato <strong>Matteo De Angelis</strong> come General Manager del Gruppo.</p>
<p>I tre soci fondatori di YHub Rulli, Brandellero e Iobbi hanno così commentato questo importante passo: “Abbiamo sempre immaginato un futuro in cui industria, innovazione e sostenibilità si integrassero al servizio di una sfida epocale. Il percorso portato avanti fin qui è di indubbia soddisfazione, ma abbiamo progetti ancora più ambiziosi. Anche per questo siamo felici e onorati di accogliere come nuovi soci persone e realtà fra le più prestigiose del settore: la ricchezza di conoscenza, visione, esperienza e ispirazione che ognuno porta in dote ci apre grandi opportunità e mette a disposizione le risorse su cui poter contare per l’innovazione, lo sviluppo delle nostre metodologie e la crescita della nostra realtà imprenditoriale”.</p>
<p>Riccardo Stefanelli, CEO &amp; Executive Board Member della Brunello Cucinelli SpA, si è così espresso: “Siamo molto contenti per il raggiungimento di una simile intesa, che per noi rappresenta un ulteriore e significativo passo lungo il sentiero di quella che a Solomeo amiamo chiamare <em>Umana Sostenibilità</em>. Non lo consideriamo un investimento tout court, bensì un vero e proprio sostegno all’innovazione per la tracciabilità, in virtù del presupposto che produrre significa anche e soprattutto assumersi la responsabilità dei propri prodotti, di come nascono, di come vengono lavorati e delle condizioni in cui lavora chi li realizza. Tutto questo poiché crediamo nella tracciabilità come strumento della sostenibilità e massimamente come nobile mezzo per coltivare il nobile fine di migliorare proprio le condizioni di lavoro dell’intera filiera produttiva”.<strong> </strong></p>
<p>__________</p>
<p>Per gli aspetti legali relativi all’operazione, YHub è stata assistita da Zaglio-Orizio-Braga e Associati Studio Legale, con un team composto dal socio Marco Orizio e dall’<em>associate</em> Désirée Pasquariello. Studio Data ed Equity Factory hanno agito in qualità di <em>advisor</em> finanziari.<br />
I nuovi soci sono stati assistiti per gli aspetti legali da Gelmetti Studio Legale Associato, con un team composto dal socio Pierfrancesco Gelmetti e dal <em>senior associate</em> Lorenzo Colletti.<br />
La due diligence strategica è stata eseguita da OC&amp;C, quella fiscale da Palumbo&amp;Partners.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>YHub</strong> <em>è la prima holding italiana di servizi innovativi e piattaforme digitali per la crescita sostenibile del sistema moda. È un polo integrato di competenze, metodo e tecnologia nato per supportare brand e supply chain nella realizzazione di progetti di tracciabilità e riduzione d’impatto. YHub e le realtà che vi fanno capo sono tutte Società Benefit: Process Factory, società di consulenza a cui si deve il sistema 4sustainability® per il miglioramento delle performance di sostenibilità; The ID Factory, BCorp specializzata in soluzioni digitali per la tracciabilità di materiali, processi e prodotti; Ympact, piattaforma per la gestione dei dati d’impatto e l’applicazione su ampia scala del sistema 4sustainability. La Holding, che conta oggi un team di 65 professionisti, supporta oltre 3000 aziende, collabora con più di 50 brand globali e mappa oltre 80mila fornitori in 22 paesi diversi.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-gruppo-yhub-annuncia-lingresso-di-nuovi-prestigiosi-investitori-nella-compagine-societaria/">IL GRUPPO YHUB ANNUNCIA L&#8217;INGRESSO DI NUOVI PRESTIGIOSI INVESTITORI NELLA COMPAGINE SOCIETARIA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>I NOSTRI LIBRI PER IL TUO GUARDAROBA. OVVERO, PICCOLA BIBLIOTECA DELLA MODA SOSTENIBILE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/i-nostri-libri-per-il-tuo-guardaroba-ovvero-piccola-biblioteca-della-moda-sostenibile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 May 2024 14:15:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quella che segue è una selezione di libri sulla sostenibilità nel fashion ragionata, ma necessariamente parziale. L&#8217;invito è a non [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/i-nostri-libri-per-il-tuo-guardaroba-ovvero-piccola-biblioteca-della-moda-sostenibile/">I NOSTRI LIBRI PER IL TUO GUARDAROBA. OVVERO, PICCOLA BIBLIOTECA DELLA MODA SOSTENIBILE</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Quella che segue è una selezione di libri sulla sostenibilità nel fashion ragionata, ma necessariamente parziale. L&#8217;invito è a non fermarsi ai titoli suggeriti, ma a fare quanto più spazio possibile nelle tua libreria per esercitare quella straordinaria e inesauribile fonte di sapere che è la curiosità. Tanto più importante per una materia giovane come la sostenibilità e un ambito di applicazione complesso come la moda.</em></p></blockquote>
<p>Anche sulla moda sostenibile, registriamo una tendenza amplificata dallo strapotere dei social: dall’assoluta carenza di informazioni, a un esubero nel quale è difficile orientarsi, potendo <strong>distinguere le fonti autorevoli dagli esperti sedicenti tali</strong>.<br />
La letteratura sulla sostenibilità nel fashion è oggi tanto ricca da consentire addirittura un’organizzazione per filoni. Il filone d’inchiesta contro il <strong>fast fashion</strong> e l’<strong>over produzione</strong> della moda è forse il meglio rappresentato, ma non sono da meno quello sui <strong>modelli alternativi di consumo</strong> come noleggio e second hand o quello più “tecnico” incentrato sulla <strong>riduzione degli impatti socio-ambientali della filiera</strong>.<br />
Tra i criteri che abbiamo adottato per comporre <strong>la nostra selezione di titoli</strong>, i più importanti sono la credibilità della firma e l’utilità che ogni libro può mantenere a dispetto dello scorrere del tempo. I ritmi della moda li conosciamo tutti e la moda sostenibile, se possibile, corre ancora più veloce, sotto l’<strong>accelerazione del legislatore </strong>e delle dinamiche talvolta imprevedibili del mercato. Naturale, dunque, che alcuni testi possano risultare qua e là un po’ datati… Ciò che a noi interessa, però, sono i principi di base e il contributo che il lettore può trarne per modificare progressivamente le sue abitudini di consumo e spingere anche le aziende a crescere sostenibili.</p>
<h4><strong><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-126511 size-full" src="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-1.jpg" alt="" width="1300" height="300" srcset="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-1.jpg 1300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-1-300x69.jpg 300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-1-1024x236.jpg 1024w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-1-768x177.jpg 768w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-1-350x81.jpg 350w" sizes="(max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /><br />
Rita Dalla Rosa<br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong><span style="color: #99b812;">Vestiti che fanno male a chi li indossa a chi li produce</span><br />
</strong></span>Terre di mezzo, 2011</h4>
<p><em>Vestiti che fanno male</em> è un libro inchiesta che esplora il legame tra gli indumenti che indossiamo e i problemi che possono causare alla salute dell’uomo. Attraverso una ricerca approfondita e testimonianze dirette, l’autrice mette in evidenza gli effetti sulla salute di coloranti, candeggianti, ammorbidenti… utilizzati nei diversi cicli produttivi, con un occhio attento non solo ai consumatori finali ma anche ai lavoratori del settore.</p>
<h4><strong>Kate Fletcher<br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong><span style="color: #99b812;">Sustainable Fashion and Textiles</span><br />
</strong></span>Earthscan from Routledge, 2014</h4>
<p><em>Sustainable Fashion and Textiles</em> è un testo universitario che offre un approfondimento completo sul tema dei tessuti e della moda sostenibile. L’edizione più recente è di dieci anni fa, ma la sua lettura resta utilissima non solo in ambito accademico, ma anche per chi lavora nel settore della moda e vuole capire meglio le logiche e le buone pratiche della produzione sostenibile. Fra i temi affrontati dall’autrice anche attraverso casi studi ed esempi concreti, la produzione di tessuti, i processi di lavorazione e il design eco-friendly.</p>
<h4><strong>Clare Press</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Wardrobe crisis: How We Went from Sunday Best to Fast Fashion<br />
</strong></span>Skyhorse Pub Co Inc, 2018</h4>
<p>Non è un libro di inchiesta in senso stretto, ma incoraggia riflessioni importanti come i buoni libri d’inchiesta dovrebbero fare. Quella, per esempio, sulla difficoltà di risalire a chi ha materialmente realizzato i nostri vestiti e sul pretesto che ne facciamo per evitare di porci domande troppo scomode. La giornalista e podcaster Clare Press prova a smontare il meccanismo raccontando delle fabbriche dove viene prodotto il grosso degli abiti che indossiamo e di come sia cambiato il nostro approccio al consumo, dall’abito buono della domenica all’avvento del fast fashion.</p>
<h4><strong>Elizabeth L. Cline</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Siete pazzi a indossarlo! Perché la moda a basso costo avvelena noi e il pianeta<br />
</strong></span>Piemme, 2018</h4>
<p>Una bella indagine realizzata dalla giornalista americana Elizabeth L. Cline sull’impatto che l’industria dell’abbigliamento produce su ambiente e persone. Dalla Cina al Bangladesh, all’Italia, Cline ricostruisce gli ingranaggi di un sistema con effetti documentati sulla nostra salute, sull’ambiente, sull’economia… E anche sulla nostra anima, visti i livelli di stress, insoddisfazione e perdita di stile causati dalla rincorsa agli acquisti.</p>
<h4><strong>Dana Thomas</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Fashionopolis: The Price of Fast Fashion and the Future of Clothes</strong></span><strong><br />
</strong>Penguin Press, 2019</h4>
<p>In <em>Fashionopolis. Il prezzo del fast fashion e il futuro dell&#8217;abbigliamento</em>, Dana Thomas esamina il ruolo sociale della moda, interrogandosi sulle soluzioni per contrastare l’acquisto compulsivo incoraggiato dal fast fashion. La scrittrice del <em>New York Times</em> analizza i modelli di produzione a basso costo e i connessi costi ambientali e sociali, ma anche le tecnologie e le innovazioni che potrebbero aiutare l’industria della moda a migliorarsi in senso più sostenibile. Lettura irrinunciabile, anche se dall’anno di uscita tanto è cambiato e in alcuni passaggi si nota.</p>
<h4><strong>Francesca Romana Rinaldi</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Fashion industry 2030. </strong><strong>Reshaping the future through sustainability and responsible innovation</strong></span><strong><br />
</strong>Bocconi University Press, 2019</h4>
<p>Francesca Romana Rinaldi guarda al 2030 per delineare il percorso di trasformazione a cui l’industria della moda è chiamata senza ulteriori indugi. Un percorso che è fatto di molte sfide – dalla riduzione delle emissioni di carbonio all’adozione di energie rinnovabili, all’eliminazione della plastica monouso – e di altrettante opportunità. Il libro non si limita a offrire una visione globale, ma propone esempi concreti di riferimento tratti dal panorama italiano.</p>
<h4><strong><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-126513 size-full" src="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-2.jpg" alt="" width="1300" height="300" srcset="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-2.jpg 1300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-2-300x69.jpg 300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-2-1024x236.jpg 1024w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-2-768x177.jpg 768w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2024/05/Libri-4sustainability-2-350x81.jpg 350w" sizes="(max-width: 1300px) 100vw, 1300px" /></strong></h4>
<h4><strong>Luisa Ciuni e Marina Spadafora</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>La Rivoluzione Comincia dal tuo Armadio. Tutto quello che dovreste sapere sulla moda sostenibile</strong></span><strong><br />
</strong>Solferino, 2020</h4>
<p>Per Luisa Ciuni e Marina Spadafora, anche quello che scegliamo di indossare è un atto politico. Dalla lettura delle etichette di sostenibilità alle produzioni etiche, dal ruolo dei consumatori come acceleratori del cambiamento alle innovazioni tecnologiche per una maggiore trasparenza nel settore, le due autrici confezionano una guida pratica e motivante per chiunque sia interessato a fare la differenza attraverso le proprie scelte di acquisto.</p>
<h4><strong>Orsola de Castro</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>I vestiti che ami vivono a lungo. Riparare, riadattare e rindossare i tuoi abiti è una scelta rivoluzionaria</strong></span><strong><br />
</strong>Corbaccio, 2021</h4>
<p>Orsola de Castro ci parla di moda, di estetica, di taglia-e-cuci e corretta manutenzione dei capi, del piacere di vestirci costruendo al contempo una nostra identità. Ma il suo è anche un libro di testimonianza, scritto dopo aver lavorato per anni nel fashion system potendo conoscerne da vicino le contraddizioni e gli sprechi. Riparare e riadattare i nostri abiti, per l’autrice, non è solo un atto di resistenza contro la cultura dell’usa e getta, ma anche un comportamento che può avere impatti significativi sull&#8217;industria della moda e sull’ambiente.</p>
<h4><strong>Francesca Rulli</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Fashionisti consapevoli. Vademecum della moda sostenibile</strong></span><strong><br />
</strong>Flaccovio Editore, 2022</h4>
<p>Cosa significa “moda sostenibile”? Come distinguere i brand e le iniziative credibilmente virtuose senza cadere nella trappola del greenwashing? Forte della sua esperienza sul campo a supporto delle aziende, Francesca Rulli accompagna il lettore dietro le quinte di una filiera produttiva lunga e articolata, descrivendo limiti e vantaggi dei processi e dei materiali più diffusi per aiutarlo a conoscere meglio i capi che indossa, interpretarne il prezzo, valutarne il ciclo di vita e fare acquisti più responsabili, premiando le aziende con performance sociali e ambientali migliori.</p>
<h4><strong>Tansy E. Hoskins</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Foot Work: What Your Shoes Tell You About Globalisation</strong></span><strong><br />
</strong>Orion Publishing Co., 2022</h4>
<p>E le scarpe? In questo libro appassionatamente argomentato, Tansy E. Hoskins ci apre gli occhi sulle logiche produttive delle calzature, portandoci nel cuore di un’industria accusata, in tanti casi, di sfruttare i lavoratori e ingannare i consumatori. In certi passaggi è un po’ ridondante, ma la chiarezza della scrittura ha certamente il merito di avvicinare al tema un pubblico di lettori ampio ed eterogeo incoraggiandoli a farsi qualche domanda in più.</p>
<h4><strong>Maxine Bédat</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>ll lato oscuro della moda. Viaggio negli abusi ambientali (e non solo) del fast fashion</strong></span><strong><br />
</strong>Post Editori, 2022</h4>
<p><em>Il lato oscuro della moda</em> è un’esplorazione attenta delle logiche normalmente insostenibili della moda globale che ha per protagonista un paio di jeans. Maxine Bédat ne segue il viaggio dalla coltivazione di cotone fino al suo smaltimento in discarica, evidenziando tutte le criticità e gli impatti dei processi che servono a produrli. Un invito intelligente a rivedere certe idee tanto comuni quanto grossolane per cui “chi meno paga, più risparmia”, ma anche “maggiore il prezzo, maggiore il valore”.</p>
<h4><strong>Roberta Radaelli</strong><strong><br />
</strong><span style="color: #99b812;"><strong>Italy &amp; Moda. Creatività, bellezza, sostenibilità</strong></span><strong><br />
</strong>Koinè Nuove Edizioni, 2024</h4>
<p>Il saggio è una ricerca sul campo realizzata attraverso analisi e interviste ai protagonisti della filiera del tessile e moda. Un mondo associato da sempre all’effimero, ma protagonista di una stagione “complicata” dalla sostenibilità nella migliore accezione del termine. Roberta Radaelli indaga questa complicazione concentrandosi su aspetti relativamente nuovi come il ruolo attivo dei consumatori – “consum-attori”, li definisce l’autrice – e la corresponsabilità etica di chi produce e chi consuma.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/i-nostri-libri-per-il-tuo-guardaroba-ovvero-piccola-biblioteca-della-moda-sostenibile/">I NOSTRI LIBRI PER IL TUO GUARDAROBA. OVVERO, PICCOLA BIBLIOTECA DELLA MODA SOSTENIBILE</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL REPORTING DI SOSTENIBILITÀ</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-reporting-di-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Apr 2024 09:04:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=126154</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Reporting di Sostenibilità è un processo realizzato dalle imprese per dare evidenza agli stakeholder delle proprie performance e dei [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-reporting-di-sostenibilita/">IL REPORTING DI SOSTENIBILITÀ</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Il Reporting di Sostenibilità è un processo realizzato dalle imprese per dare evidenza agli stakeholder delle proprie performance e dei propri impatti in ambito economico, sociale e ambientale. È un tema complesso anche alla luce delle recenti novità di legge, che estendono l’obbligo di rendicontazione a un numero sempre maggiore di imprese. Proviamo a semplificare questa complessità facendo chiarezza sull&#8217;essenziale.</em></p></blockquote>
<p>Secondo <strong>GRI &#8211; Global Reporting Initiative</strong>, attraverso il Reporting di Sostenibilità, “<em>un&#8217;organizzazione può comprendere e gestire meglio i propri impatti sulle persone e sul pianeta. Può identificare e ridurre i rischi, cogliere nuove opportunità e agire per diventare un’organizzazione responsabile e affidabile in un mondo più sostenibile</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La spinta normativa</strong></span></h2>
<p>La crescente attenzione verso il modo di agire delle imprese e la loro capacità di generare impatti sulla società e sull’ambiente hanno prodotto importanti sviluppi sul piano normativo. Una svolta importante, guardando al recente passato, si ha con l’entrata in vigore del <strong>Decreto Legislativo 254/2016</strong> – che recepisce la <strong>Direttiva Europea 2014/95/UE</strong> – che obbliga gli Enti di interesse pubblico a<strong> comunicare le proprie performance ambientali e sociali</strong>.<br />
Secondo tale provvedimento, sono tenute a redigere la dichiarazione non finanziaria – soggetta a verifica da parte di un soggetto autorizzato – le imprese elencate nel D.Lgs 39/2010 che, per visibilità e importanza economica, sono soggette a <strong>specifiche forme di revisione legale</strong> (fra le altre, le società quotate in borsa, le banche, le imprese di assicurazione, gli intermediari finanziari…) e che hanno <strong>un numero di dipendenti superiore a 500</strong> e un totale dello stato patrimoniale superiore a 20 milioni di euro o ricavi di almeno 40 milioni di euro.<br />
Il Decreto prevede inoltre che anche le altre imprese non sottoposte ad obbligo, come ad esempio le PMI possano presentare una simile dichiarazione in forma volontaria e semplificata.</p>
<p>Attualissima e ancora più decisiva è l’approvazione della <strong>Corporate Sustainability Reporting Directive n. 2022/2464 (CSRD)</strong>. Pubblicata il 16 dicembre 2022 sulla Gazzetta Ufficiale, rappresenta un tassello fondamentale del Piano di Azione UE sulla finanza sostenibile, a sua volta parte del <strong>Green Deal europeo</strong>.</p>
<p>In attesa del recepimento a livello nazionale previsto entro giugno 2024, la Direttiva amplia il campo delle imprese che saranno obbligate a redigere un Bilancio di Sostenibilità</p>
<ul>
<li>alle grandi aziende che abbiano due tra le seguenti condizioni: dipendenti superiori a 250, fatturato superiore a 50 ml €, attivo Stato Patrimoniale superiore a 25 ml € (obbligo dall’anno fiscale 2025)</li>
<li>alle PMI quotate (obbligo dall’anno fiscale 2026 con opzione di astensione fino al 2028)</li>
<li>alle imprese di paesi extra UE che abbiano generato in UE ricavi netti superiori a 150 mln € e che operano con una filiale o una controllata nel nostro continente (obbligo dall’anno fiscale 2028)</li>
</ul>
<p>Oltre all’allargamento della platea di imprese coinvolte, la Direttiva introduce alcune specifiche per inserire le informazioni non finanziarie in modo integrato nella rendicontazione d’esercizio e, soprattutto, un nuovo set di standard e linee guida sviluppati da <strong>EFRAG</strong> (European Financial Reporting Advisory Group). I nuovi <strong>European Sustainability Reporting Standard</strong> (ESRS) puntano maggiormente l’attenzione sull’integrazione degli aspetti di sostenibilità e sull’analisi del rischio da cambiamento climatico all’interno della governance e delle policy aziendali, richiedendo alle imprese un cambio di passo non solo nella raccolta e condivisione delle informazioni di sostenibilità, ma verso un modello di gestione di impresa orientato al futuro.</p>
<p>Gli standard ESRS sono stati concepiti per essere interoperabili con i <strong>GRI Standards</strong> e coerenti con le raccomandazioni della Task Force on Climate Related Financial Disclosures del Financial Stability Board e rifletteranno gli obblighi informativi emanati dalla EU Green Taxonomy e dalla Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDD). Lo standard GRI (Global Reporting Initiative), rappresenta comunque ancora oggi il principale riferimento per il reporting di sostenibilità nella sua ultima versione dei GRI Universal Standard 2021.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Agenda 2030 e UN Global Compact</strong></span></h2>
<p>Una nota doverosa va fatta per l’<strong>accordo di New York del 2015</strong>, che ha portato alla definizione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con <strong>17 Obiettivi</strong> (Sustainable Development Goals) inglobati in un grande programma d’azione.<br />
L’Agenda 2030 costituisce <strong>un riferimento di validità universale</strong>, che impegna tutti i Paesi a mettere in campo azioni e iniziative di miglioramento – ciascuno secondo le proprie capacità – per riuscire a raggiungere gli SDGs entro il 2030, appunto.<br />
I 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono stati inseriti anche all’interno di <strong><a href="https://unglobalcompact.org/" target="_blank" rel="noopener">UN Global Compact</a></strong>, la più grande iniziativa di sostenibilità aziendale internazionale che funge anche da catalizzatore per i futuri cambiamenti da sostenere nel settore privato per il raggiungimento degli SDGs entro il 2030.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le implicazioni per l’industria della moda</strong></span></h2>
<p>Come abbiamo visto, non solo il mercato ma anche il legislatore spinge fortemente sulla trasparenza e la rendicontazione dei dati di impatto ambientale e sociale. Sempre più imprese saranno chiamate a dare evidenza non solo dei propri risultati economici attraverso il bilancio finanziario, ma anche del modo in cui li hanno raggiunti in termini di responsabilità sociale e attenzione all’ambiente.<br />
“<em>Per poter rendicontare le proprie performance di sostenibilità </em>&#8211; spiega <strong>Francesca Rulli</strong> &#8211; <em>occorre dotarsi di procedure e strumenti di misurazione dei KPI e</em><em> realizzare progetti strutturati di riduzione d’impatto quale espressione concreta del proprio impegno. Per le aziende della filiera moda, i progetti sono quelli individuati come priorità dalle maggiori coalizioni globali di settore: responsabilità sociale e benessere organizzativo, riduzione dei consumi di acqua, energia e delle emissioni in atmosfera, circolarità, sostituzione delle materie prime con alternative meno impattanti, tracciabilità, chimica sostenibile… Sulla base di queste dimensioni abbiamo costruito il sistema 4sustainablity, affinché le aziende del settore possano attivare progetti coerenti da rendicontare attraverso il reporting di sostenibilità. Con il coinvolgimento graduale delle loro filiere nello stesso esercizio, i sistemi produttivi saranno sempre più trasparenti, gli impatti si ridurranno e, con questi, anche i rischi reputazionali e d’immagine</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il Bilancio di Sostenibilità</strong></span></h2>
<p>L’Unione Europea, i Governi, le comunità internazionali e i cittadini stessi sono sempre più esigenti nei confronti delle imprese, a cui chiedono di fare business in maniera più etica e attenta alla società, alle persone e all’ambiente. Soprattutto, chiedono di essere informati sulle performance connesse.<br />
La <strong>comunicazione puntuale, periodica e trasparente</strong> delle iniziative e degli impegni da parte delle imprese è diventata insomma una delle maggiori richieste da parte degli stakeholder, alla quale le aziende si sono trovate a dover rispondere orientandosi sempre di più verso la redazione del cosiddetti <strong>Bilancio</strong> <strong>di Sostenibilità</strong>.</p>
<p>Il Bilancio di Sostenibilità, in quando <strong>prodotto del processo di reporting</strong>, è il documento con cui un’azienda rende conto delle proprie iniziative e performance di sostenibilità ambientale, sociale ed economica. È il documento, in altre parole, attraverso cui comunica le sue azioni a tutela dell’ambiente, l’approccio che adotta nei confronti dei lavoratori, la sua relazione con il territorio e la comunità…, <strong>il modo in cui genera valore e lo distribuisce ai suoi stakeholder</strong>.<br />
Grazie alle informazioni contenute in Bilanci di Sostenibilità realizzati attraverso standard di rendicontazione, gli stakeholder interni ed esterni sono in grado di <strong>farsi un&#8217;opinione e prendere decisioni consapevoli</strong>.</p>
<p>Il Bilancio di Sostenibilità non è solo un documento consuntivo che mostra i risultati raggiunti dall’azienda durante un dato anno di esercizio. È anche <strong>uno strumento che mette in relazione le performance economico-finanziarie con gli obiettivi dichiarati in ambito sociale e ambientale</strong>. Fornisce inoltre le <strong>modalità di gestione</strong> degli aspetti di sostenibilità maggiormente rilevanti per l’azienda stessa e i suoi stakeholder, in termini di valori, principi, policy e sistemi di gestione, gettando uno sguardo prospettico su impegni e obiettivi futuri verso lo sviluppo sostenibile.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le fasi del processo di reporting</strong></span></h2>
<p>Affinché il Bilancio di Sostenibilità raggiunga i suoi scopi, <strong>è necessario che il processo per la sua redazione sia preciso e accurato</strong>. Le fasi principali del Reporting di Sostenibilità possono essere così schematizzate.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Definizione dell’impegno/commitment per la sostenibilità</strong></span></h3>
<p>Il processo di reporting può essere portato a termine e risultare efficace se tutta l’azienda – o una sua ampia porzione – viene ingaggiata nella sua redazione. Il punto di partenza del commitment è del management aziendale, che si impegna a perseguire un progetto di rendicontazione di sostenibilità con l’obiettivo di rendere conto delle proprie performance e sviluppare una strategia di sostenibilità.<br />
L’<strong>impegno dei vertici dell’organizzazione </strong>è un passaggio cruciale da condividere con tutte le risorse e questo affinché il Bilancio non si traduca in un mero esercizio dettato delle esigenze momentanee, ma rappresenti l’avvio di un percorso più ampio verso un modello di business sostenibile.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Analisi di materialità: individuazione delle tematiche più rilevanti</strong></span></h3>
<p>Il secondo step consiste nel <strong>determinare i temi di sostenibilità maggiormente rilevanti per l’azienda e per i suoi stakeholder</strong>, quelli che saranno oggetto di approfondimento nel Bilancio.<br />
Prevista dai principali standard di sostenibilità, l’analisi di materialità è uno strumento che consente di individuare gli impatti e gli aspetti più significativi per la propria strategia di business e di collocarli secondo <strong>una scala di priorità</strong> per costruire un percorso coerente orientato all’integrazione della sostenibilità nel proprio modello di business.<br />
Il percorso di analisi prevede il coinvolgimento dell’organizzazione e dei suoi stakeholder, al fine di stabilirne le diverse esigenze e attese. Si può ricorrere allo scopo a <strong>interviste dirette</strong>, <strong>questionari</strong>, <strong>focus group</strong> e così via.</p>
<p>Con la nuova Direttiva CSRD, è stato introdotto anche il concetto di <strong>doppia materialità</strong>, che considera sia la valutazione degli impatti e delle tematiche di sostenibilità generate dall’azienda nei confronti dei propri stakeholder (prospettiva “inside-out”), sia la valutazione dell’impatto economico-finanziario delle diverse tematiche di sostenibilità sul business aziendale (prospettiva “outside-in”).</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Definizione dei KPI</strong></span></h3>
<p>Una volta individuati i temi materiali, si procede a <strong>identificare i KPI</strong> (Key Performance Indicators), ovvero gli indicatori in grado di misurare le performance economiche, sociali e ambientali dell’azienda. L’azienda deve definire un set di indicatori in grado di fornire una serie di informazioni circa l’andamento delle proprie performance e gli impatti generati. Tale definizione deve avvenire secondo i principali standard di riferimento e, quindi, secondo gli standard GRI o i nuovi standard europei ESRS, se l’azienda è soggetta all’obbligo dalla Direttiva CSRD.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Raccolta dati</strong></span></h3>
<p>Definiti i KPI, si procede all’effettiva <strong>raccolta dei dati</strong> tra le varie funzioni dell’organizzazione, alla loro <strong>verifica e validazione interna</strong> secondo un processo da costruire con le funzioni responsabili.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><strong>Definizione degli obiettivi e piano di miglioramento</strong></span></h3>
<p>Completata la raccolta delle informazioni, i dati sono oggetto di un’analisi che porterà l’azienda a identificare le aree con maggior necessità di intervento e a definire gli obiettivi che comporranno il proprio piano di miglioramento. Tali obiettivi costituiscono il riferimento su cui l’azienda misurerà i propri <strong>progressi per l’anno successivo</strong>.<br />
Il processo di reporting, per essere esso stesso sostenibile, deve presupporre infatti una comprovata capacità dell’azienda di costruire un processo di raccolta e analisi dei dati robusto e replicabile nel tempo, nonché di adottare un corretto approccio al <strong>miglioramento continuo</strong>.<br />
Un buon Bilancio di sostenibilità non potrà che essere il risultato di buon processo di reporting, altrimenti il rischio è quello di creare solo uno strumento di comunicazione di breve termine che può trasformarsi anche in un boomerang. Il rischio da tenere sempre presente è infatti il <strong><em>greenwashing</em></strong>, una forma di comunicazione più o meno consapevole che di fatto diffonde un&#8217;immagine del produttore o del prodotto/servizio migliore di quella reale sotto il profilo del suo impatto ambientale.</p>
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		<title>SE LA FRANCIA TASSA IL FAST FASHION</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/se-la-francia-tassa-il-fast-fashion/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Mar 2024 14:55:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=126016</guid>

					<description><![CDATA[<p>Ore difficili, in Francia, per i brand del fast fashion come Shein e Temu. Il disegno di legge numero 2029 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ore difficili, in <strong>Francia</strong>, per i brand del fast fashion come Shein e Temu. Il disegno di legge numero 2029 approvato nei giorni scorsi dall’Assemblea Nazionale propone infatti <strong>una tassa che aumenterebbe il costo di ogni capo fino a 10 euro</strong>.<br />
Il testo si compone di soli tre articoli, ma con un peso specifico davvero notevole. Il secondo, in particolare, è quello che introduce la tassa basata sul principio di <strong>EPR [Extendend Product Responsibility]</strong>, che estende la responsabilità del produttore, appunto, all’intero ciclo di vita del prodotto, prendendo in considerazione anche gli impatti generati dalla sua produzione e dal suo smaltimento. Il sovrapprezzo su ogni capo, in buona sostanza, dipenderà dall’impatto ambientale del capo stesso, calcolato a partire da una stima delle emissioni di carbonio: <strong>maggiore l’impatto, maggiore la tassa</strong>.</p>
<p>Il disegno di legge, presentato dalla parlamentare <strong>Anne-Cécile Violando</strong>, è atteso ora al voto del Senato. L’obiettivo è palese, anche perché si inserisce in un contesto coerente di iniziative tese da una parte a proteggere l’ambiente dagli effetti tristemente noti dell’<em>over production</em>, dall’altra a tutelare il settore tessile e moda francese dalla <strong>pressione dei grandi gruppi stranieri</strong>. Citiamo, fra i vari provvedimenti, la <strong>legge AGEC</strong> [Loi Anti-Gaspillage pour une Economie Circulaire] che promuove l’economia circolare e la riduzione dei rifiuti, ma anche la fondamentale CSDDD [<strong>Corporate Sustainability Due Diligence</strong> <strong>Directive</strong>] sulla quale il 15 marzo il Consiglio UE ha finalmente raggiunto un accordo.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il nemico è il prezzo</strong></span></h2>
<p>In pochi anni, l’avvento del fast fashion – e, più recentemente, dell’ultra fast fashion – ha letteralmente drogato il mercato con l’immissione massiccia capi a basso costo. Attratti dal prezzo, i consumatori hanno alimentato <strong>una spirale anomala di produzione</strong> in cui sono finiti anche i brand del <em>prêt à porter</em>, spinti a proporre sempre più collezioni a ritmi sempre più forsennati. Compriamo sempre più vestiti, insomma, perché costano pochissimo e allora pazienza se la qualità è scadente: li indossiamo una stagione e poi via nel cassonetto, tanto il mercato offre <strong>infinite alternative a prezzi irrisori</strong>. Se una maglietta costa 5 euro, però, c’è qualcosa a monte che non va e questo, in fondo, lo sappiamo tutti: lavoratori sottopagati, inosservanza delle norme più elementari di sicurezza, uso di sostanze pericolose, ecc. ecc. Il più delle volte, però, ci passiamo sopra, conquistati dalla convenienza imbattibile dell’occasione.</p>
<p>Il disegno di legge francese muove esattamente da questa consapevolezza. Il problema è il prezzo? Alziamolo per legge, tassando chi offre “<em>produzione tessile a basso costo, spesso remota e delocalizzata</em>”. Sul banco degli imputati ci sono brand come <strong>Shein</strong> e <strong>Temu </strong>che immettono sul mercato oltre 6mila prodotti nuovi ogni giorno e che il testo cita esplicitamente come <strong>il modello da combattere</strong>.</p>
<p>La proposta votata dall’Assemblea francese si compone di altri due articoli. Il terzo e ultimo articolo limita la pubblicità per gli articoli di fast e ultra fast fashion. Il primo impone invece a tutti gli e-commerce che li vendono di inserire accanto al prezzo un avviso sul loro impatto ambientale, oltre alla pubblicazione di messaggi volti a incoraggiare buone pratiche di economia circolare come il riuso e la riparazione. A questo sarebbero destinati peraltro gli <strong>introiti della tassa</strong> – a finanziare, cioè, lo sviluppo di soluzioni innovative per la raccolta e il riciclo dei rifiuti tessili.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La posizione degli addetti ai lavori</strong></span></h2>
<p>Sul fronte della durata e della riparabilità dei prodotti, si sono espressi gli attivisti dell’<strong>European Environmental Bureau (EEB)</strong>, che plaudono la direttiva come forma di contrasto al greenwashing, ma accusano l’UE di scarsa incisività sul tema dell’obsolescenza precoce, la pratica commerciale che limita intenzionalmente la vita di un prodotto per favorirne la sostituzione.</p>
<p>Secondo <strong>Biljana Borzan</strong>, relatrice del provvedimento durante l’esame all’Europarlamento e nei negoziati con il Consiglio, la direttiva sul greenwashing rappresenta, ciò nonostante, una vittoria per tutti. “<em>Ci discosteremo dalla cultura dell’usa e getta, renderemo il marketing più trasparente e combatteremo l’obsolescenza prematura dei beni</em>”, ha detto. “<em>Le persone potranno acquistare prodotti più durevoli, riparabili e sostenibili grazie a etichette e pubblicità affidabili. Cosa ancora più importante, le aziende non potranno più ingannare le persone dicendo che le bottiglie di plastica vanno bene perché l’azienda ha piantato alberi da qualche parte o dire che qualcosa è sostenibile senza spiegare come e perché</em>”.</p>
<p>Gli esperti di moda sostenibile sono i primi a dispiacersi delle difficoltà di reperire informazioni utili sui contenuti di sostenibilità dei prodotti. Pensiamo ai vestiti o agli accessori moda: secondo <strong><a href="https://www.4sustainability.it/francesca-rulli/">Francesca Rulli</a></strong>, CEO di Process Factory e ideatrice del sistema <strong>4sustainability</strong> per la transizione sostenibile del fashion &amp; luxury, se va bene il cartellino riporta qualche marchio di certificazione che il consumatore medio non conosce e che non lo aiuta dunque a cogliere la differenza fra un capo e un altro. “<em>Più spesso</em> – aggiunge – <em>troviamo affermazioni vaghe o equivoche o addirittura nulla. Io stessa entro in crisi, quando faccio acquisti, perché mi mancano gli elementi per scegliere li capi con le caratteristiche ambientali e sociali che vorrei. Chi lo ha prodotto e dove? Come faccio a sapere se quello che c’è scritto in etichetta è verificato? Oggi non posso che affidarmi alla reputazione del brand o alle informazioni di tipo tecnico pubblicate online… Faccio domande, ma rimango spesso delusa. E l’assurdo è che certi capi avrebbero requisiti più che soddisfacenti di sostenibilità: peccato che i dati a supporto siano indisponibili</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Una tassa &#8220;buona&#8221;</strong></span></h2>
<p>Il <strong>Green Deal</strong> europeo ha l’ambizione di portare gradualmente i paesi UE alla <strong>decarbonizzazione</strong> e a una significativa <strong>riduzione d’impatto dei prodotti di consumo </strong>attraverso la gestione del loro intero ciclo di vita.</p>
<p>“<em>Per allungare la vita dei prodotti</em> – spiega<strong> Francesca Rulli</strong> – <em>le strade sono due: utilizzare materiali e processi a minor impatto oppure riciclare i prodotti più volte per ridurre gli impatti sulle risorse. In questo solco si inserisce la EPR su cui è basata la proposta francese di tassare i prodotti e i produttori più impattanti. Nel mirino ci sono logicamente i prodotti del fast e ultra fast fashion, che durano poco e non si possono riciclare a causa dei materiali di cui sono fatti e delle sostanze chimiche utilizzate per realizzarli.<br />
Personalmente, non amo i sistemi sanzionatori. Credo di più nell’educazione e nell’evoluzione del pensiero e dei comportamenti. Ahimè, questo è un processo che richiede tempo e di tempo non ne abbiamo&#8230; Bene, quindi, che oltre alla <strong>strada maestra della cultura</strong> se ne percorrano altre. Rispetto alle iniziative di fonte europea, il disegno di legge francese 2029 ha il pregio di tassare chi produce senza tutele per l’ambiente e le persone e vende poi i suoi prodotti a costi bassissimi in paesi dove c’è invece chi investe in percorsi seri di sostenibilità.<br />
Nessuna tassa, credo, potrà mai compensare la distanza tra i due modelli produttivi, ma l’iniziativa francese è comunque ineccepibile sul piano etico e della sostanza. Più che una sanzione contro chi contribuisce nel peggiore dei modi all’over production, un riconoscimento a chi produce con <strong>materiali da fonti sicure </strong>e <strong>processi a ridotto impatto ambientale</strong>, assicurando alle persone condizioni di lavoro adeguante e stipendi dignitosi</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/se-la-francia-tassa-il-fast-fashion/">SE LA FRANCIA TASSA IL FAST FASHION</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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