Sugli 1,4 milioni di miliardi di microplastiche presenti negli oceani, il 35% deriva dal lavaggio dei capi d’abbigliamento sintetici. In particolare, quelli di bassa qualità. È possibile fare la propria parte per ridurne l’impatto?

Il fatto che anche un ecosistema remoto e apparentemente incontaminato come l’Artico sia invaso dalle microplastiche è un segnale molto chiaro dell’emergenza ambientale che stiamo vivendo.
Un recente studio pubblicato da Nature Communications aggiunge un nuovo tassello che ci chiama in causa in prima persona, come cittadini e come consumatori. Esaminando i campioni d’acqua raccolti in 71 diverse località, i ricercatori hanno rilevato una concentrazione media di 49 minuscole particelle di plastica per metro cubo. Il 73,3% era costituito da poliestere; in altre parole, da frammenti dei nostri vestiti sintetici.

Le dimensioni del fenomeno

Magari in questi ultimi anni ci siamo abituati a riempire una borraccia con l’acqua di rubinetto invece di sprecare bottigliette, ma più di rado riflettiamo sul fatto che a ogni ciclo di lavaggio i capi d’abbigliamento rilascino particelle talmente sottili da sfuggire ai filtri delle lavatrici, essere trasportate nei fiumi e da lì nei mari.

Qualche cifra ci aiuta a capire le dimensioni del fenomeno. Sugli 1,4 milioni di miliardi di microfibre presenti negli oceani, l’IUCN stima che il 35% derivi proprio dal lavaggio dei capi d’abbigliamento. Una percentuale considerevole; d’altra parte, appena 5 kg di fibra di poliestere possono generare fino a 6 milioni di microplastiche (De Falco, 2018).
Preoccupa il fatto che queste particelle, una volta ingerite dai pesci, entrino nella catena alimentare e quindi nel nostro organismo: sono state trovate nella frutta e nella verdura, nel miele, nell’acqua di rubinetto e addirittura nella placenta umana. Ancora sconosciuti gli effetti sulla salute, ma diverse pubblicazioni scientifiche ci mettono in guardia dal loro contenuto di bisfenolo A, ftalati, metalli pesanti ecc.

Sappiamo che l’88% degli italiani annovera la difesa dell’ambiente tra i valori più importanti della società odierna (dati Nielsen 2020), ma sappiamo anche che, di fronte a evidenze del genere, è facile sentirsi impotenti. Dobbiamo davvero rassegnarci a essere corresponsabili dell’inquinamento dell’Artico?
Fare la nostra parte per ridurre l’impatto è possibile”, afferma Francesca Rulli. “Come sempre è necessario partire dalla consapevolezza: conoscere quello che indossiamo e i pro e i contro dei vari materiali è importante esattamente quanto la storia dei cibi che portiamo in tavola”.

10 consigli da mettere in pratica

Per dare una risposta concreta alle perplessità di chi ha a cuore il Pianeta, abbiamo messo a punto un piccolo vademecum per un look a prova di microplastiche, dieci consigli semplici e alla portata di tutti.

  1. Rispetto all’acrilico e al poliestere, è bene prediligere i tessuti misti o – meglio ancora – i tessuti naturali, in base alla destinazione d’uso. La qualità conta tantissimo, in questi casi. Per fare una classifica, l’acrilico rilascia in lavatrice circa il doppio dei micro-frammenti fibrosi rispetto al poliestere. “In generale i tessuti compatti, a maglie fitte e con fibre lunghe, continue e ritorte sono quelli meno inquinanti, perché è meno probabile che la struttura tessile si sfilacci durante il lavaggio”, spiega Francesca Rulli.
  2. Tra le fibre sintetiche, sono da preferire quelle di ultima generazione a struttura chiusa come ad esempio il nylon 66, un tipo di poliammide particolarmente resistente che non perde facilmente “pezzi”.
  3. “Un’indicazione evergreen è quella di fare acquisti ragionati invece di lasciarsi irretire dalla moda usa e getta. Certo, un capo di qualità avrà un prezzo maggiore, ma durerà molto più a lungo nel tempo”. Il second hand è una valida opportunità per accaparrarsi capi delle grandi firme a costi accessibili.
  4. Lavare a basse temperature è una pratica dai numerosi vantaggi: per citarne alcuni, riduce il rilascio di microplastiche e di colori, diminuisce il consumo di energia e allunga la vita dei capi. Da sottolineare anche il fatto che le microplastiche si disperdono soprattutto durante i primi otto lavaggi: un altro buon motivo per far durare i capi ben più di una stagione.
  5. Già sappiamo che il lavaggio a pieno carico ci permette di risparmiare acqua ed energia, ma più di rado sentiamo dire che comporta una minore frizione tra gli indumenti e abbassa il rapporto acqua-tessuti. Il risultato? Meno microplastiche nell’ambiente.
  6. È buona norma impostare centrifughe a bassa velocità ed evitare i programmi lunghi. Quanto al programma per i delicati, utilizza il doppio dell’acqua rispetto ai cicli normali e sarebbe dunque da evitare, ma vero è anche che stressa meno i capi… L’unico consiglio, in questo caso, è di regolarsi a buon senso.
  7. Più aggressivo è il detergente, più frammenti vengono rilasciati. Un’ottima ragione per scegliere detergenti neutri (meglio i liquidi rispetto alle polveri) che danneggiano meno il tessuto.
  8. L’aggiunta di un ammorbidente al detersivo limita la rottura delle fibre e abbatte il rilascio di micro-frammenti di oltre il 35%.
  9. Di norma si focalizza l’attenzione sul lavaggio, ma in realtà anche l’asciugatrice libera grandi quantità di microplastiche. Meglio tornare al buon vecchio stendino!
  10. In commercio esistono utili filtri che raccolgono le microplastiche rilasciate dagli indumenti, che vanno poi rimosse a mano e buttate nell’immondizia. Due esempi? Guppyfriend (una washing bag per i capi sintetici) e Cora Ball (una “palla” da mettere nel cestello).

People power

“In altri ambiti della vita quotidiana, ormai, sappiamo scegliere l’opzione più sostenibile a occhi chiusi. Quando mettiamo nel carrello un chilo di mele di stagione e a km zero, sappiamo che hanno un impatto ambientale inferiore rispetto a un frutto esotico che è arrivato dall’altra parte del mondo a bordo di un cargo.
Conosciamo per esperienza diretta alcune aziende italiane che stanno investendo moltissimo per l’innovazione di processi e prodotti sintetici, ma in genere, specie nel fast fashion, la sensibilità è ancora tutta da costruire, anche perché la filiera è lunga e complessa.

Detto questo, il consumatore ha un enorme potere. Innanzi tutto, perché con il suo voto e i suoi acquisti può premiare gli esponenti politici e i brand disposti a fare scelte coraggiose in materia di sostenibilità. E poi perché può dare il buon esempio in prima persona, riducendo il proprio impatto ambientale e aiutando amici, familiari e colleghi a fare altrettanto.
Potranno sembrare piccoli gesti – conclude Francesca Rulli – ma sono proprio quei mattoncini che, impilati l’uno sull’altro, costruiscono una transizione di sistema”.