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	<title>materie prime Archivi - 4sustainability</title>
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	<description>Your Way to Sustainable Fashion</description>
	<lastBuildDate>Fri, 19 May 2023 12:28:50 +0000</lastBuildDate>
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	<title>materie prime Archivi - 4sustainability</title>
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	<item>
		<title>ADVISORY BOARD 4SUSTAINABILITY® SUBITO AL LAVORO</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/advisoy-board-4sustainability-subito-al-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2022 13:57:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Advisory Board 4sustainability è ufficialmente operativo! Di cosa si tratta, anzitutto: di una task force a supporto della value proposition [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>L’Advisory Board 4sustainability è ufficialmente operativo! Di cosa si tratta, anzitutto: di una <em>task force</em> a supporto della <em>value proposition</em> e della metodologia 4sustainability, un laboratorio di idee per accompagnare l’evoluzione del framework catturando il valore aggiunto implicito nella collaborazione fra gli stakeholder del fashion &amp; luxury.</p></blockquote>
<p>Aperto ai rappresentanti del mondo accademico e dell’associazionismo, dei brand, delle aziende della filiera e dei consumatori finali, l&#8217;Advisory Board Board si propone come luogo di ascolto e di confronto sui temi della sostenibilità rilevanti per il settore, gli stessi presidiati dalle iniziative della <span style="color: #99b812;"><strong><a style="color: #99b812;" href="https://www.4sustainability.it/4-sustainability/">roadmap 4sustainability</a></strong></span>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Perché un Advisory Board</strong></span></h2>
<p>La costituzione di un Advisory Board era un passo inevitabile, potremmo dire quasi fisiologico… Dopo aver testato il framework 4sustainability su quasi <strong>200 realtà della filiera italiana</strong> e averne verificato la funzionalità e la coerenza con gli standard e le iniziative internazionali più autorevoli e diffusi; dopo aver raccolto dalle aziende <strong>migliaia di informazioni e dati di misurazione</strong> delle performance di sostenibilità, dati che restituiscono un quadro più che interessante in termini di crescita sostenibile; dopo aver registrato <strong>riconoscimenti diffusi dal mercato</strong> sull’autorevolezza del sistema… Dopo tutto questo, abbiamo ritenuto doveroso creare un organismo idoneo a far crescere 4sustainability come sistema collaborativo di misurazione e miglioramento dell’impatto della filiera moda in linea con le normative in arrivo, le esigenze del mercato e le metodologie di implementazione.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Work in progress</strong></span></h2>
<p>La costituzione formale dell’Advisory Board ha dato luogo a un piano di riunioni fra stakeholder, tra cui <strong>membri permanenti</strong> – in rappresentanza della filiera moda, del mondo accademico e della ricerca, dei consumatori e del settore IT – e <strong>membri ospiti</strong>, in rappresentanza di brand internazionali del fashion &amp; luxury e di piattaforme nazionali e internazionali di e-commerce, invitati di volta in volta per allargare ulteriormente il confronto. Diverse le presenze già confermate per le prossime riunioni in calendario.</p>
<p>Siamo orgogliosi di poter contare per questo primo anno di attività sul contributo dei seguenti membri effettivi in affiancamento al team 4sustainability: <strong>Successori Reda</strong>, <strong>Eurojersey</strong>, <strong>Albini Group</strong> e <strong>Lanificio dell&#8217;Olivo</strong> per la filiera, <strong>Valentina Neri</strong> per il consumatore, <strong>Alessandro Brun</strong> per il mondo accademico, <strong>The ID Factory</strong> per i provider IT.</p>
<p>Il primo meeting del Board tenutosi nei giorni scorsi si è incentrato sulla valutazione dei bisogni a cui il framework 4sustainability deve dare risposta, sui vincoli e le opportunità del mercato, le tendenze e le metodologie da integrare e gli output da restituire.<br />
Quali sono e quali saranno i bisogni da presidiare? A quali vincoli e rischi bisogna prestare particolare attenzione? Quali partnership vanno coltivate nel tempo in quanto strategiche?<br />
Quali sono i trend (sociali, tecnologici, legislativi…) e i trend-setter da tenere sotto osservazione?<br />
Il dibattito e i contributi del gruppo di lavoro hanno permesso di validare gli elementi fondamentali dell’attuale <em>value proposition</em> come <strong>sistema unico di misurazione degli impatti di filiera finalizzata al loro miglioramento</strong> e di individuare nuove opportunità di sviluppo e affinamento rispetto alle esigenze del futuro.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La direzione è il cambiamento</strong></span></h2>
<p>“<em>L&#8217;esperienza </em>– commenta con orgoglio <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>ci conferma ogni giorno quanto la modalità collaborativa sia la strada più giusta per crescere. Tutto quello che siamo riusciti a costruire fin qui e il cambiamento che siamo impegnati a supportare attraverso metodi e strumenti strutturati deriva dall’ascolto continuo degli stakeholder diretti e indiretti. Solo proseguendo sulla strada della condivisione, della collaborazione e della sistematizzazione degli sforzi verso obiettivi comuni potremo migliorare nel tempo la nostra capacità di portare valore alla trasformazione del sistema moda. Grazie al primo Board 4sustainability per aver scelto di contribuire a questo entusiasmante percorso!</em>”</p>
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		<title>MATERIE PRIME SOSTENIBILI, OCCHIO ALLE PATENTI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/materie-prime-sostenibili-occhio-alle-patenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 12:22:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cotone, lana, poliestere… Non c’è materiale che, durante il suo ciclo produttivo, non generi un qualche impatto ambientale e sociale. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Cotone, lana, poliestere… Non c’è materiale che, durante il suo ciclo produttivo, non generi un qualche impatto ambientale e sociale. E di questi impatti dobbiamo essere coscienti, se vogliamo fare la nostra parte per una moda più sostenibile. Con una premessa a monte: dare una patente di sostenibilità alle materie prime per definire con certezza se una sia meglio dell’altra non ha letteralmente senso.</p></blockquote>
<p>Poiché  ogni fibra ha le sue peculiarità e si presta ad alcuni usi e non ad altri, stilare una classifica di <a title="sostenibilità" href="https://www.4sustainability.it/la-sostenibilita-come-visione/">sostenibilità</a> sarebbe impossibile, oltre che superficiale. Cosa possiamo fare, allora? In che termini possiamo definire i contenuti di sostenibilità di un materiale? Semplicemente, possiamo elencarne i <strong>vantaggi</strong>, le <strong>criticità</strong> e le <strong>eventuali alternative</strong> meno impattanti, lasciando in secondo piano altri aspetti come costi e caratteristiche tecniche che meritano come ovvio una trattazione a parte.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Difficile comparare</strong></span></h2>
<p>Alle materie prime sono imputabili i due terzi dell’impatto del prodotto in termini di acqua, energia, emissioni, rifiuti e consumo del suolo. Basta questo dato della <strong><a href="https://www.globalfashionagenda.com/">Global Fashion Agenda</a></strong>, il più importante forum internazionale sulla sostenibilità nella moda, per comprendere quanto sia alta la posta in gioco. Ora, la scelta istintiva, nell’intento di <a title="Riduzione Impatto Ambientale Moda" href="https://www.4sustainability.it/impronta-ambientale-dei-prodotti-il-metodo-lca/">ridurre l’impronta ambientale</a> dei nostri acquisti, sarebbe preferire i capi realizzati con fibre naturali. Peccato che la questione sia molto più intricata&#8230;</p>
<p>Prendiamo per esempio il <strong>cotone</strong>, la cui coltivazione impiega circa un quarto degli insetticidi ed erbicidi usati a livello globale. Se venisse completamente sostituito dal <strong>cotone biologico</strong>, il fabbisogno di energia primaria crollerebbe del 62%. Rimpiazzare il <strong>poliestere</strong> vergine con il <strong>poliestere riciclato</strong>, invece, permetterebbe di tagliare fino al 90% l’uso di sostanze tossiche, del 60% il consumo di energia e fino al 40% le emissioni.</p>
<p>Questi numeri ci dicono quanto siano articolate le considerazioni da fare e quanto sia opportuno – alla luce anche di un quadro ulteriormente complicato dalla molteplicità dei <strong>sistemi di misurazione</strong> in uso – che l’industria della moda colga l’invito della Global Fashion Agenda “<em>a concentrarsi sullo sviluppo di nuove materie prime più sostenibili</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La produzione di fibre</strong></span></h2>
<p>Dalla lettura dell’ultimo report di <strong>Textile Exchange</strong> relativo al 2019 – che non risente quindi degli effetti del Covid – emerge che la produzione globale di fibre ammonta a 111 milioni di tonnellate, una quantità raddoppiata negli ultimi 20 anni e cresciuta del 2,7% rispetto al 2018. Continuando a questo ritmo, di qui al 2030 raggiungerebbe i 146 milioni di tonnellate.</p>
<p>Le <strong>fibre sintetiche</strong> la fanno da padrone. Il poliestere rappresenta da solo il 52% della produzione globale, ma considerando anche il nylon e le altre fibre sintetiche si arriva al 62,9%. Il cotone è secondo in classifica, con una produzione nel 2019 di 25,7 milioni di tonnellate, di cui circa il 25% può essere definito sostenibile. Quanto alle <strong>fibre artificiali cellulosiche</strong> – vale a dire viscosa, acetato, lyocell, modal e cupro – siamo in pieno exploit: fino al 1990 ne venivano prodotte circa 3 milioni di tonnellate all’anno, passate a 7 milioni di tonnellate nel 2019.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Focus su lana e cotone</strong></span></h2>
<p>Per capire meglio pro e contro delle diverse materie prime in ottica sostenibile, stringiamo l’obiettivo su due fibre tessili fra le più utilizzate e familiari anche alla platea dei consumatori: lana a e cotone.</p>
<h3><strong>LANA</strong></h3>
<p>Il principale vantaggio della lana in termini ambientali è che si tratta di una risorsa naturale, rinnovabile e completamente biodegradabile.<br />
Lavorare la lana presenta però dei <strong>limiti</strong> da tenere in considerazione. In fase di <strong>lavaggio</strong>, anzitutto, perché i passaggi indispensabili per purificare la lana ed eliminare gli scarti richiedono un ingente apporto di acqua e sostanze chimiche.</p>
<p>Gli allevamenti intensivi di bestiame contribuiscono ad aggravare la <strong>degradazione del suolo</strong>, accelerando il processo di desertificazione delle aree geografiche già interessate da ondate frequenti di siccità.<br />
Pur essendo una fibra naturale, inoltre, anche la lana ha un’incidenza sui <strong>cambiamenti climatici</strong>. Il metano e il protossido di azoto derivanti dalle deiezioni animali, infatti, sono gas serra.<br />
Dalla dimensione prettamente ambientale a quella etica legata al <strong>benessere degli animali</strong>, il passo è breve. Come facciamo a capire se il nostro maglione è stato realizzato senza maltrattare gli animali? E quali sono le “alternative” sostenibili? Possiamo individuare tre grandi famiglie.</p>
<h3><strong>Lana biologica</strong></h3>
<p>Proviene da allevamenti in cui gli animali sono lasciati liberi di muoversi, nutriti con mangimi biologici e curati con metodi naturali, senza il ricorso indiscriminato agli antibiotici. Il riferimento principe è l’insieme delle cinque libertà fondamentali dell’animale codificate nel 1979 dal <strong>Farm Animal Welfare Council (FAWC)</strong>, lo schema certificativo più diffuso il <strong>Global Organic Textile Standard (GOTS)</strong>.</p>
<h3><strong>Lana responsabile</strong></h3>
<p>La certificazione più nota si chiama <strong>RWS (Responsible Wool Standard)</strong>, è stata sviluppata da Textile Exchange e fa leva sul concetto di catena di custodia: se notiamo il marchio RWS sull’etichetta del nostro maglione, questo significa in linea di massima che gli step della produzione sono stati certificati. Simili alla certificazione RWS, perché accomunati dalla stessa attenzione al welfare animale, vi sono altri schemi verificati attraverso audit di terza parte, come il neozelandese <strong>ZQ</strong>, <strong>Nativa</strong>, <strong>Schneider</strong>, <strong>SustainaWool </strong>e altri ancora.</p>
<h3><strong>Lana riciclata</strong></h3>
<p>Più che di lana riciclata, dovremmo parlare tecnicamente di lana rigenerata, cioè realizzata con materia prima ottenuta dal riuso di rifiuti con destinazione identica rispetto a quella della sua “prima vita”. Due i grandi vantaggi in termini di sostenibilità: si riduce il fabbisogno di materie prime vergini e si evita la fase di tintura, con tutto il prevedibile risparmio di acqua e prodotti chimici che si porta dietro. Come schemi certificativi di riferimento, citiamo tra gli altri ancora GOTS e <strong>Recycled Claim Standard (RCS)</strong>.</p>
<h3><strong>COTONE</strong></h3>
<p>Quando dobbiamo scegliere una tutina per neonato, un set di lenzuola o una t-shirt, il consiglio della nonna è sempre lo stesso: controllare sull’etichetta che siano di puro cotone. Sulle proprietà di questa fibra naturale – fresca, traspirante, resistente e ipoallergenica – siamo tutti d’accordo. Che dire, però, della sostenibilità?<br />
Trattandosi di una fibra naturale, il cotone è biodegradabile – si decompone in media in un paio di mesi – e questo è per l’appunto uno dei suoi maggiori vantaggi ambientali.</p>
<p>Promettente è anche la possibilità di riutilizzare gli <strong>scarti di produzione</strong>, ad esempio per realizzare materiali fonoassorbenti o isolanti impiegati in edilizia.<br />
Dei contro abbiamo in parte già detto. Le pratiche agricole convenzionali fanno largo uso di <strong>prodotti chimici</strong> per accelerare la crescita delle piante di cotone, prodotti nocivi per la salute dell’uomo che concorrono anche all’impoverimento del suolo. E poi c’è lo spreco immane di acqua, causato, prima ancora che da esigenze di coltivazione, da sistemi obsoleti di <strong>gestione idrica</strong>.</p>
<p>Un capitolo terribile è poi quello dello sfruttamento del <strong>lavoro minorile</strong> e del <strong>lavoro forzato</strong>: milioni di persone impiegate nei campi di cotone senza alcun tipo di tutela.<br />
Le alternative sostenibili, almeno sulla carta, esistono. Proviamo a riassumere le principali.</p>
<h3><strong>Cotone biologico</strong></h3>
<p>Secondo Textile Exchange, il cotone organico o biologico – certificato <strong>Organic Cotton Standard (OCS)</strong> o GOTS, per esempio – consuma il 62% di energia in meno e il 71% di acqua in meno rispetto a quello tradizionale. La differenza sta soprattutto nella fase di coltivazione, perché – fra le altre cose – gli OGM sono vietati, i semi non vengono trattati con sostanze chimiche e si tengono alla larga i parassiti attraverso metodi naturali, invece che attraverso l’uso di diserbanti e pesticidi.</p>
<h3><strong>Cotone riciclato</strong></h3>
<p>La seconda grande famiglia è rappresentata dal cotone riciclato, la cui produzione ha un impatto significativamente inferiore perché non richiede l’impiego di fibra vergine ma utilizza solo materiali pre-consumer (cioè gli scarti di produzione) o post-consumer (cioè gli abiti dismessi).<br />
Se vogliamo accertarci che un capo sia realizzato con materie prime riciclate, possiamo cercare il simbolo di certificazioni come <strong>Global Recycle Standard (GRS)</strong> e RCS.</p>
<h3><strong>Iniziative standard</strong></h3>
<p>Oltre alle certificazioni, esistono anche alcune iniziative svincolate dal prodotto a cui ogni brand è libero di aderire per supportare un modello più sostenibile. La più partecipata in assoluto, incentrata sulla formazione degli agricoltori, è <strong>Better Cotton Initiative (BCI)</strong>. Gli agricoltori imparano a usare in modo più efficiente l’acqua, a prediligere tecniche rispettose dell’equilibrio del suolo e degli habitat naturali, a minimizzare l’uso di sostanze chimiche tossiche e a garantire condizioni di lavoro dignitose.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Tutto limpido?</strong></span></h2>
<p>Il cotone è secondo solo al poliestere nella classifica delle fibre più comuni, con quasi 26 milioni di tonnellate prodotte nel 2019. Circa l’80% proviene da appena sei Paesi: <strong>India</strong>, <strong>Cina</strong>, <strong>USA</strong>, <strong>Pakistan</strong>, <strong>Brasile</strong> e <strong>Uzbekistan</strong>. L’India, in particolare, è il più grande produttore al mondo di cotone biologico, con una crescita del 48% nell’ultimo anno, a dispetto della pandemia. Crescita, tuttavia, che secondo più fonti sarebbe falsa, perché falsa è l’etichetta “biologico” associata al cotone.</p>
<p>Sul banco degli imputati c&#8217;è <strong>un sistema di certificazione opaco</strong>, se non proprio fraudolento. Ai consumatori viene garantito il materiale “biologico” dei marchi, che si basano su timbri ufficiali di approvazione di organizzazioni esterne. Questi timbri si basano a loro volta su rapporti di agenzie di ispezione locali poco trasparenti, che fondano le loro conclusioni su un&#8217;unica ispezione annuale pianificata o su alcune visite casuali.</p>
<p>Nel 2009, l&#8217;agenzia di esportazione agricola indiana ha scoperto una frode su larga scala, con interi villaggi che certificavano come biologico il cotone geneticamente modificato. Il governo ha promesso che avrebbe rilasciato il software di tracciamento digitale l’anno successivo. Non l&#8217;ha mai fatto.</p>
<p>La <strong>credibilità delle agenzie di ispezione</strong>, nel frattempo, è stata distrutta. Al punto che l’Unione Europea ha votato per non accettare più l’export biologico indiano certificato da alcune agenzie internazionali.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Strutturare l&#8217;impegno</strong></span></h2>
<p>Secondo <strong><a href="https://www.4sustainability.it/francesca-rulli/">Francesca Rulli</a></strong>, CEO di <strong>Process Factory/4sustainability®</strong>, gli schemi certificativi hanno una funzione importante, purché le verifiche a monte siano eseguite con logiche di correttezza e <strong>trasparenza</strong> e purché rientrino, da parte delle aziende, in un impegno trasversale per la sostenibilità che non può evidentemente limitarsi all’ottenimento di un bollino. “<em>Il marchio di garanzia, se il processo di rilascio a monte è credibile, è ciò che ci permette di riconoscere i contenuti di sostenibilità di un dato prodotto. E ha tanto più valore quanto più è integrato in <strong>un percorso strutturato</strong> per la creazione di un modello di produzione sostenibile. Il framework 4sustainability è nato per supportare esattamente questo impegno, misurando le <strong>performance </strong>delle imprese della filiera su tutte le <strong>dimensioni della sostenibilità</strong> rilevanti per il settore”.<br />
</em>Insomma, serve un approccio sistemico. Il singolo attributo di un prodotto è buona cosa, ma non abbastanza da incidere sulla riduzione d’impatto della produzione. È ciò che Rulli prova a “tradurre” nel suo libro <em><strong><a href="https://www.darioflaccovio.it/economia-e-business/1905-fashionisti-consapevoli-vademecum-della-moda-sostenibile.html" target="_blank" rel="noopener">Fashionisti consapevoli. Vademecum della moda sostenibile </a></strong></em>(Dario Flaccovio Editore 2022) pensando a un pubblico più ampio di quello dei soli addetti ai lavori.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>PRODUZIONE GREEN: PROCESS FACTORY CON MULTIDATA PER ITALFABRICS</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/produzione-green-process-factory-con-multidata-per-italfabrics/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Dec 2020 11:43:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[filiera sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<category><![CDATA[Process Factory]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla collaborazione di Process Factory/4sustainability® con Multidata – software house leader in Italia per il settore tessile – nasce STP [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Dalla collaborazione di <strong>Process Factory/4sustainability®</strong> con <span style="color: #99b800;"><a style="color: #99b800;" href="http://www.multidata.org/"><strong><span style="color: #99b800;">Multidata</span></strong></a></span> – software house leader in Italia per il settore tessile – nasce <strong>STP (Sustainability Tracking Process)</strong>, uno speciale modulo per la produzione green integrato in <strong>Italfabrics</strong>, ERP di riferimento per il comparto.</p>
<p>Già adottato da alcune aziende-pilota dei distretti di <strong>Prato</strong>, <strong>Como</strong> e <strong>Biella</strong>, il nuovo prodotto si basa su due algoritmi in grado di tracciare in tempo reale i lotti utilizzati per la produzione e la vendita dei manufatti tessili (filati, tessuti, capi di abbigliamento) e calcolarne gli impieghi a prescindere dalla complessità della filiera interessata.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">L&#8217;ALLINEAMENTO AI REQUISITI ICEA</span></h2>
<p>Il software, che integra in sé le modalità per gestire il cosiddetto “bilancio di massa” e gli adempimenti connessi, nonché tutti i dati necessari per l’emissione dei <strong><em>transaction certificate</em></strong> per certificazioni tipo GOTS, GRS, RWS, ecc. può essere utilizzato per produrre le informazioni necessarie alle certificazioni <strong>ICEA &#8211; Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale</strong>.</p>
<p>Come possiamo essere certi che un prodotto certificato biologico o riciclato arrivi tale nell’armadio del consumatore? Il <em>transaction certificate</em>, lo ricordiamo, è il documento di garanzia che attesta che un quantitativo definito di prodotto soggetto a transazione commerciale sia effettivamente conforme alle norme vigenti dello standard di certificazione.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">UNIONE DI COMPETENZE</span></h2>
<p>“<em>Siamo molto orgogliosi di questo primo riconoscimento</em>”, ha detto <strong>Francesca Rulli,</strong> Founder e CEO di Process Factory. “<em>Con Multidata porteremo avanti un piano coerente di sviluppo per la produzione green che sia di reale supporto alle imprese del settore tessile. Lavoreremo fianco a fianco per favorire la transizione del sistema produttivo verso la sostenibilità</em>”.</p>
<p>“<em>La soluzione che abbiamo ideato – ha spiegato </em><strong>Andrea Australi</strong><em>, AD di Multidata – ci ha consentito di realizzare una procedura in grado di gestire i processi di tracciabilità senza obbligare gli operatori a gravose mansioni aggiuntive. La soddisfazione dei nostri clienti è il premio che ripaga l’impegno nostro e dei nostri partner”.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL PERCORSO PER LA CERTIFICAZIONE FSC-COC</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-percorso-per-la-certificazione-fsc-coc/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Sep 2019 08:18:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=83811</guid>

					<description><![CDATA[<p>Facciamo alcune riflessioni sulla certificazione FSC-COC per l&#8217;industria tessile. Essere un’azienda &#8211; tessile o meno &#8211; orientata alla sostenibilità è [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Facciamo alcune riflessioni sulla certificazione FSC-COC per l&#8217;industria tessile. Essere un’azienda &#8211; tessile o meno &#8211; orientata alla sostenibilità è un fattore competitivo da cui oggi non è pensabile prescindere. Una <strong>“patente” di responsabilità</strong> che accredita l’azienda stessa agli occhi dei consumatori e del mercato.<br />
Il percorso non è affatto banale, perché presuppone l’adozione di comportamenti funzionali al raggiungimento di precisi standard di natura ambientale, sociale ed economica. Tra le certificazioni ottenibili da chi opera nei settori del tessile e dell’abbigliamento, sta prendendo sempre più piede la <strong>certificazione internazionale FSC</strong> specifica per il settore forestale e i <strong>prodotti derivati dalle foreste</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">DUE TIPI DI CERTIFICAZIONE FSC</span></h2>
<p>Esistono due tipi di certificazione FSC: la <strong>certificazione FSC di Gestione forestale</strong>, per proprietari e gestori forestali, e la <strong>certificazione FSC di Catena di custodia</strong> (CoC) per le imprese di trasformazione e/o commercio di prodotti forestali. Fra queste, le imprese che producono viscosa ricavata dalla “polpa” del legno, utilizzata in filatura per la produzione di tessuti per l’abbigliamento, l’intimo e l’arredamento.</p>
<p>Tanto più cresce l’interesse commerciale verso questa materia prima, tanto maggiore diventa l’attenzione verso i vantaggi di una filiera <em>green</em>. Volontaria e di parte terza, la Catena di Custodia del sistema del <a href="https://it.fsc.org/it-it" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color: #99b800;"><strong>Fore<span style="color: #99b800;">st</span></strong><strong> Stewardship Council</strong></span></a> può effettivamente giocare un ruolo-chiave  nell’acquisizione di una <strong>posizione di vantaggio sul mercato</strong>, un’opportunità preziosa in termini di visibilità, <strong>percezione positiva da parte del consumatore</strong> e distinzione rispetto alla concorrenza.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">IL PERCORSO</span></h2>
<p>Il <strong>percorso per l’ottenimento della certificazione FSC-CoC</strong> è piuttosto articolato. Individuati requisiti e obblighi previsti, bisogna passare all’implementazione dei relativi standard. Deve inoltre essere individuato un <strong>Ente di Certificazione accreditato FSC</strong> al quale inviare la domanda di certificazione. Tale ente si incarica di condurre una verifica ispettiva presso l’organizzazione, dal cui esito dipende la possibilità di conseguire o meno la certificazione FSC. Un percorso articolato, si diceva, nel quale il <strong>supporto di un partner specializzato</strong> si rivela spesso decisivo.</p>
<p><strong>4sustainability</strong> si occupa da sempre di integrare nei processi aziendali impegni e valori di responsabilità sociale, costruendo un <strong>Sistema di Gestione</strong> &#8211; il cui requisito-cardine è la tracciabilità – in grado di generare <strong>risultati rendicontabili</strong>. È un processo che prende spunto dagli standard e dalle normative che regolano le specifiche aree d’interesse dell’impresa e che include il pieno supporto nell’iter per l’ottenimento delle relative certificazioni. FSC inclusa.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.4sustainability.it/materials-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color: #99b800;"><strong>VAI AL PROTOCOLLO MATERIALS 4SUSTAINABILITY</strong></span></a></p>
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		<title>CERTIFICAZIONI FSC E GRS: PIÙ FACILE CON 4SUSTAINABILITY</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Barbara Guerrini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Mar 2018 15:28:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[Textile Exchange]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cresce il numero delle aziende che si affidano a 4sustainability per le certificazioni FSC (Forest Stewardship Council) e lo standard [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">Cresce il numero delle aziende che si affidano a 4sustainability per le </span><strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">certificazioni FSC (Forest Stewardship Council)</span></strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;"> e lo standard </span><strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">GRS (Global Recycle Standard)</span></strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;"> e, più in generale, per garantire il </span><strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">contenuto di sostenibilità delle materie prime</span></strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">. Una scelta, questa, responsabile e coerente, visto che un percorso completo verso la sostenibilità non può dirsi tale se non coinvolge ogni aspetto del </span><strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">ciclo di vita del prodotto</span></strong><span style="font-family: -apple-system, BlinkMacSystemFont, 'Segoe UI', Roboto, Oxygen-Sans, Ubuntu, Cantarell, 'Helvetica Neue', sans-serif;">, del quale le materie prime sono evidentemente parte integrante.</span></p>
<h2><span style="color: #99b800;">FSC E GRS, COSA SONO</span></h2>
<p>La certificazione FSC – lo ricordiamo &#8211; è una certificazione internazionale, indipendente e di parte terza, specifica per il settore forestale e i prodotti derivati dalle foreste.<br />
Esistono due tipi di certificazione FSC: la <strong>certificazione di Gestione forestale</strong> per i proprietari e gestori forestali e la <strong>certificazione di Catena di custodia</strong>, per le imprese di trasformazione e/o commercio di prodotti forestali.</p>
<p>Il Global Recycle Standard (GRS) certifica invece i prodotti ottenuti da materiali da riciclo e attività manifatturiere. Promosso da <span style="color: #99b800;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #99b800; text-decoration: underline;" href="http://textileexchange.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Textile Exchange</a></span></strong></span>, una delle più importanti organizzazione non-profit che promuovono a livello internazionale lo sviluppo responsabile e sostenibile nel settore tessile, lo standard GRS valorizza i <strong>prodotti realizzati con materiali da riciclo</strong>, nel rispetto di criteri ambientali e sociali estesi a tutte le fasi della filiera produttiva.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">IL SUPPORTO DI 4SUSTAINABILITY NELL&#8217;ITER DI CERTIFICAZIONE</span></h2>
<p>Ottenere questo tipo di certificazioni non è banale. La <strong>metodologia incentrata su processi e tracciabilità</strong> applicata da 4sustainability su tutti i progetti di sostenibilità rappresenta però un potente acceleratore. Le aziende che la adottano, in altre parole, sono estremamente facilitate nel percorso di certificazione.<br />
Ancora più a monte c’è la l’assistenza offerta per <strong>orientarsi nella “giungla” di etichette e marchi ambientali</strong> creati a garanzia del contenuto di sostenibilità della materia prima, selezionando quelli più credibili e appropriati al proprio business.</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #99b812;"><strong><a style="color: #99b812;" href="https://www.4sustainability.it/materials-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">SCOPRI DI PIÙ SUL PROTOCOLLO MATERIALS 4SUSTAINABILITY</a></strong></span></p>
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		<title>PERCHÉ IL COTONE È TANTO DIFFICILE DA RICICLARE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/perche-il-cotone-e-tanto-difficile-da-riciclare/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2015 16:12:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il cotone è di gran lunga la fibra naturale più popolare al mondo, molto usata anche nell’abbigliamento. L’ideale sarebbe che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>cotone</strong> è di gran lunga la fibra naturale più popolare al mondo, molto usata anche nell’abbigliamento. L’ideale sarebbe che tutti i capi a fine vita potessero essere riciclati per produrne di nuovi: significherebbe tenere fuori dalle discariche milioni di tonnellate di rifiuti e offrire all’industria della moda un’alternativa sostenibile agli abiti realizzati con materiale vergine, con evidenti risparmi di acqua e un minor impiego di sostanze chimiche.*<br />
<strong>Sfortunatamente, riciclare abiti di cotone per crearne di nuovi non è semplice</strong>. Occorre infatti tagliare i vecchi capi etrasformarli in materia prima, attraverso un processo che abbassa la qualità del cotone perché accorcia la lunghezze delle fibre. La lunghezza media del fiocco concorre a determinare la resistenza e la morbidezza del cotone filato. <strong>Maggiore la media, migliore la qualità.</strong> Ecco spiegato il perché le varietà di cotone con lunghezza media del fiocco extra-lunga, come la Supima, sono tanto apprezzate e perché persistono le resistenze dei brand della moda a realizzare prodotti con cotone riciclato.</p>
<p>Prendiamo il caso di <strong><a href="http://www.levi.com" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Levi’s</a>,</strong> che ha recentemente dato il via un <strong>massiccio programma di riciclaggio di abbigliamento negli Stati Uniti.</strong> L’azienda utilizza per la produzione di un <strong>capo il 20% al massimo di cotone riciclato, perché una percentuale maggiore porterebbe la qualità al di sotto dei suoi standard.</strong> L’azienda sta provando a risolvere il problema mixando al cotone riciclato cotone vergine con fibre extra-lunghe, ma nessuno, finora, è riuscito a escogitare un sistema su larga scala in grado di rivoluzionare il settore.</p>
<p>La <strong>H&amp;M Conscious Foundation</a>, fondata dalla famiglia Persson proprietaria del marchio <a href="https://www2.hm.com/it_it/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">H&amp;M</a>, spera di avvicinarsi alla soluzione attraverso il suo <strong><a href="https://www.globalchangeaward.com" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Global Change Award</a> e il milione e 150mila dollari in palio per i cinque vincitori </strong>che avranno proposto le idee migliori “per chiudere” il cerchio, ovvero<strong> per produrre qualcosa di nuovo da materiale riciclato.</strong><br />
A decidere la ripartizione del premio fra i vincitori contribuiranno in parti uguali una giuria tecnica – di cui fanno parte il direttore di Vogue Italia Franca Sozzani e Ellis Rubinstein, presidente della New York Academy of Sciences – e il popolo della rete. I risultati saranno annunciati durante la cerimonia di premiazione in programma a Staccolma il febbraio dell’anno prossimo.</p>
<p>Il concorso non si limita alle <strong>nuove tecniche per il riciclo del cotone</strong> – non è questa la priorità… Come ha infatti chiarito Karl-Johan Persson,<b> </b>CEO di H&amp;M, l’obiettivo è trovare <em>«nuovi approcci nell’intera catena del valore dell’industria della moda, cambiando il modo in cui gli abiti sono disegnati, prodotti, spediti, comprati, usati e riciclati</em>».<br />
È chiaro, tuttavia, che trovare un modo per riciclare il cotone facilmente, senza comprometterne la qualità, potrebbe essere il tipo di innovazione a cui mira la Fondazione e un concorso potrebbe forse accelerare il processo.<br />
La contraddizione sta nell’identità dei promotori – un brand di <em>fast fashion</em> come H&amp;M che ha costruito il suo successo sul paradigma dei capi a basso costo “usa e getta”. Il cotone è la fibra che il marchio utilizza di più, ma la massiccia quantità che ne consuma è un problema di sostenibilità che finora non è stato in grado di affrontare. La “chiusura del cerchio”, nel suo caso, sarebbe arrivare a produrre gli stessi enormi volumi di abbigliamento ma con conseguenze minori per l’ambiente.</p>
<p>Il montepremi di 1.150.000 dollari divisi fra cinque persone rappresenta un incoraggiamento modesto, se paragonato ai 18 bilioni fatturati l’anno scorso da H&amp;M, ma il pianeta trarrà beneficio da ogni progresso che i<strong>l mondo della moda sarà in grado di conseguire in materia di sostenibilità, soprattutto per ciò che riguarda il riciclo del cotone.</strong></p>
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