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	<title>report di sostenibilità Archivi - 4sustainability</title>
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	<description>Your Way to Sustainable Fashion</description>
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	<title>report di sostenibilità Archivi - 4sustainability</title>
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		<title>FASHION CEO AGENDA: L&#8217;EDIZIONE 2021 IN SINTESI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/fashion-ceo-agenda-l-edizione-2021-in-sintesi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jul 2021 10:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[economia circolare]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hai già dato uno sguardo alla Fashion CEO Agenda 2021? Il report, molto atteso ogni anno, affronta le questioni più [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/fashion-ceo-agenda-l-edizione-2021-in-sintesi/">FASHION CEO AGENDA: L&#8217;EDIZIONE 2021 IN SINTESI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Hai già dato uno sguardo alla <a href="https://ceo.globalfashionagenda.com/"><strong>Fashion CEO Agenda 2021</strong></a>? Il report, molto atteso ogni anno, affronta le <strong>questioni più urgenti </strong>che l’<strong>industria della moda </strong>è chiamata ad affrontare in tema di<strong> impatto ambientale e sociale</strong>, fornendo orientamenti utili sugli interventi da mettere in atto. Cinque le priorità individuate nell’ultima edizione, sulle quali le aziende di moda dovrebbero responsabilmente concentrarsi.</p>
<p>Il report è pubblicato dalla <a href="https://www.globalfashionagenda.com/about-us/our-mission/"><strong>Global Fashion Agenda (GFA)</strong></a>, organizzazione no profit la cui missione è mobilitare e guidare il settore nella transizione verso modelli di business concretamente sostenibili. GFA è anche dietro le quinte del <strong>Copenhagen Fashion Summit</strong>, diventato in pochi anni, dalla sua nascita nel 2012, uno degli eventi di riferimento in materia di moda e sostenibilità.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Le 5 priorità della Fashion CEO Agenda</strong></span></h2>
<p>Per la prima volta, la Fashion CEO Agenda propone una visione che vede nella <strong>coesistenza tra sostenibilità ambientale e sociale </strong>una necessità imperativa. Il motivo? Non si può raggiungere la prima indipendentemente dall’altra.</p>
<p>Le <strong>questioni più urgenti</strong> approfondite dal report valgono come ordine di priorità, sono gli ambiti sui quali si invitano i brand a concentrare gli sforzi. L’Agenda indica anche i <strong>fattori abilitanti interni</strong> e cioè le basi da stabilire in seno all’organizzazione per sostenere i manager impegnati in politiche ambiziose di sostenibilità. Tra questi, troviamo l’<strong>innovazione del modello di business, </strong>la <strong>digitalizzazione</strong>, la <strong>governance</strong> e la <strong>tracciabilità</strong>.<br />
I <strong>fattori abilitanti esterni </strong>sono invece quelli che richiedono la collaborazione di soggetti terzi rispetto all’organizzazione: rientrano in questa fattispecie il <strong>coinvolgimento dei consumatori</strong>, le partnership strategiche, le soluzioni innovative condivise, gli <strong>incentivi per gli investitori</strong>, le relazioni con le ONG, i media, ecc.</p>
<p>Ma vediamo più nel dettaglio le cinque priorità identificate nel report.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Ambienti di lavoro rispettosi e sicuri</strong></span></h2>
<p>La prima tematica si riferisce all’esigenza di sostenere gli standard per <strong>il rispetto dei diritti umani universali</strong>, con specifico riferimento ai lavoratori dell’industria della moda. Quelli esposti a rischi professionali di varia natura ammonterebbero ad oltre 65 milioni, rischi che vanno dall&#8217;esposizione a <strong>condizioni di lavoro pericolose</strong> alla <strong>discriminazione</strong>, agli effetti dela pandemia da <strong>Covid-19</strong>.</p>
<p>L’<strong>Unione Europea</strong> ha annunciato l’introduzione di una proposta legislativa basata su due fondamentali pilastri: la <a href="https://www.processfactory.it/due-diligence-la-ue-europea-sui-danni-ambientali-e-umani/"><strong>due diligence</strong></a> obbligatoria per le società e un’iniziativa volta a chiarire i doveri degli amministratori. L scopo è far sì che le aziende diano una chiara evidenza dei loro processi, delle loro politiche, delle pratiche di acquisto e salvaguardia dei diritti umani.<br />
Questa spinta dall’alto è supportata da una seconda spinta che proviene dal basso e cioè l’<strong>aspettativa delle nuove generazioni</strong> verso un atteggiamento più responsabile delle aziende in senso sia sociale che ambientale. Parliamo di un’aspettativa in costante crescita che ha raggiunto oggi quota <strong>87% </strong>tra i <strong>Millennials</strong> e quota <strong>94%</strong> tra i giovani e giovanissimi della <strong>Generazione Z</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Sistemi salariali migliori</strong></span></h2>
<p>L’obiettivo della seconda priorità è la <strong>collaborazione </strong>tra tutte le parti interessate per sviluppare e implementare sistemi salariali migliori. I <strong>benefici</strong> che si potrebbero trarre dagli investimenti in questo campo dovrebbero agire di per sé da stimolo: un <strong>aumento della ricchezza </strong>delle economie e delle persone, una <strong>crescente produttività</strong> in termini sia quantitativi e qualitativi, un impatto positivo sul <strong>benessere dei lavoratori</strong> con la riduzione prevedibile di tante forme prevedibili di conflitto, ecc.</p>
<p>Anche in questo caso, il report tratta la questione come un’opportunità per i brand, oltre che come monito per progredire tutti insieme verso una <strong>società più civile</strong>… Peccato che il traguardo sia oggi ancora distante. Manca infatti una regolamentazione che stabilisca cosa s’intenda per salari dignitosi e sono tanti i brand che ancora aggirano le indicazioni legislative sui salari minimi. Ad aggravare la situazione è arrivata poi la pandemia e con essa il timore che queste problematiche passino gioco forza in secondo piano.</p>
<p>Per evitare “distrazioni” &#8211; si legge nell&#8217;ultima edizione della Fashion CEO Agenda &#8211; è necessario che i brand si rimbocchino le maniche, impegnandosi a verificare l’effettivo rispetto delle normative lungo le proprie filiere. Ancora più a monte, i brand devono poter comprendere come i miglioramenti nelle diverse aree (acquisti, produzione, formazione, ecc.) possano contribuire alla creazione di <strong>sistemi salariali più equi</strong>. Altrettanto fondamentale è che si interroghino sui vari sistemi di determinazione dei salari, a cominciare dai <strong>contratti collettivi</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Circolarità</strong></span></h2>
<p>La terza priorità tocca i principi fondanti dell’<strong><a href="https://www.4sustainability.it/recycle/">economia circolare</a></strong> e cioè l’approccio per cui bisogna <strong>progettare</strong>, <strong>produrre</strong> e<strong> vendere </strong>prodotti già predisposti per consentire il <strong>riuso </strong>e il<strong> riciclo </strong>su vasta scala delle parti tessili. Considerando che attualmente il 73% circa della produzione mondiale di capi finisce in discarica, la sfida non è di poco conto.</p>
<p>Se da una parte alcuni marchi hanno avviato il processo di riprogettazione dei cicli di vita dei prodotti – coerentemente con gli obiettivi dell’<a href="https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_it"><strong>Accordo di Parigi</strong></a>, che impegna i firmatari al recupero di almeno 1 capo su 5 entro il 2030 – dall’altra, le complessità relative alla modifica del modello lineare rallentano la <strong>transizione verso la circolarità</strong>.</p>
<p>In questo quadro, l’<strong>UE</strong> ha imposto agli Stati membri di organizzare la <strong>raccolta differenziata dei rifiuti tessili</strong> <strong>post-consumo</strong> <strong>entro il 2025</strong>, ma è evidente che il cambiamento debba realizzarsi prima di tutto sul piano culturale.<br />
Scegliere bene in fase di progettazione, aumentare la <strong>quota di fibre riciclate nei prodotti</strong>, <strong>analizzare gli stock invenduti </strong>per individuare possibili soluzioni, introdurre norme dedicate all’<strong>eco-design</strong>, allo smistamento e al recupero dei materiali tessili… Sono queste le sfide sulle quali l’industria del fashion deve acquisire consapevolezza per agire poi in coerenza.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Uso efficiente delle risorse</strong></span></h2>
<p>La quarta priorità individuata dalla Fashion CEO Agenda 2021 è<strong> l&#8217;uso intelligente di acqua, energia e prodotti chimici</strong>. Come noto, l’industria del consumo sta mettendo a dura prova le risorse naturali e la <strong>biodiversità</strong>, ma il rovescio positivo della medaglia sta nel margine davvero ampio di quello che è possibile fare per invertire la tendenza.</p>
<p>Per quanto riguarda il comparto della moda, è dimostrato che gli stabilimenti di trasformazione tessile possono ridurre in media il consumo di acqua dell&#8217;11% e quello di energia del 7%, con un <strong>ritorno sull&#8217;investimento in nove mesi</strong>.<br />
Quanto ai prodotti chimici, conosciamo bene i vantaggi sulla salute delle persone e l’ambiente che possono derivare dalla riduzione progressiva delle sostanze chimiche nocive nella lavorazione dei tessuti e della pelle.</p>
<p>Per cogliere questo potenziale, in gran parte inespresso, brand e fornitori sono chiamati in primis a <strong>collaborare </strong>fra loro per<strong> “misurare” gli impatti</strong> lungo le rispettive catene del valore e agire poi di conseguenza. È inoltre necessaria una <strong>gestione più sostenibile dell’acqua</strong>, così come il supporto alla cosiddetta <strong>agricoltura rigenerativa</strong>. Un ruolo decisivo lo giocano anche le leggi, gli incentivi e le iniziative sovranazionali. A titolo esemplificativo, citiamo la <strong><a href="https://unfccc.int/climate-action/sectoral-engagement/global-climate-action-in-fashion/about-the-fashion-industry-charter-for-climate-action">Carta dell’industria della moda delle Nazioni Unite sull’azione per il clima</a></strong>, la cui missione è guidare l’industria della moda verso <strong>zero emissioni di gas sera entro il 2050</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Scelta intelligente dei materiali</strong></span></h2>
<p>La quinta e ultima priorità prevede di ridurre gli<strong> effetti dannosi delle fibre in uso </strong>e di sviluppare e scalare<strong> fibre innovative e più sostenibili</strong>. L’importanza di questa tematica la si evince dal fatto che i mix di materiali possono determinare fino ai 2/3 dell’impatto ambientale di un brand.</p>
<p>In questi mix, possono rientrare varie tipologie di fibre apparentemente poco impattanti: le <strong>fibre naturali</strong>, per esempio, che sanno tanto di sostenibile, ma il cui trattamento prevede talvolta un enorme quantitativo di acqua; le <strong>fibre animali</strong> come lana, piume, seta, pelli…, che si portano dietro rischi legati al maltrattamento delle varie specie o all’uso massiccio di prodotti chimici; le <strong>fibre sintetiche</strong> come il poliestere, che a fonte di pregi come la resistenza, la maggiore riciclabilità e un minore consumo di acqua, presentano criticità evidenti, come l’origine da risorse non rinnovabili come il petrolio, la non biodegradabilità e il rilascio di microfibre, in fase di lavaggio, che rappresentano fino al 35% dell’inquinamento da microplastiche primarie negli oceani.</p>
<p>Negli ultimi anni, abbiamo assistito a un crescente utilizzo di mix di materiali sostenibili nelle collezioni, a una nuova consapevolezza sull’<strong>inquinamento da microplastiche </strong>e una diffusione più ampia di fibre biosintetiche. La strada da fare è ancora lunga, però.</p>
<p>Di qui l’invito del report a valutare l’impatto ambientale e sociale dei materiali utilizzati privilegiando quelli a impatto ridotto. Il fine ultimo che dovrebbero porsi le aziende del settore è rinunciare alla dipendenza da una fibra e prenderle in considerazione tutte come una gamma diversificata di materiali adattabili a più applicazioni. <strong>Ricostruire la salute del suolo e la biodiversità naturale</strong> è un traguardo che passa necessariamente da questo approccio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/fashion-ceo-agenda-l-edizione-2021-in-sintesi/">FASHION CEO AGENDA: L&#8217;EDIZIONE 2021 IN SINTESI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL SUSTAINABILITY INDEX TARGATO BoF</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/il-sustainability-index-targato-bof/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Jun 2021 08:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>The Business of Fashion ha pubblicato il primo BoF Sustainability Index con il contributo di 12 esperti globali di sostenibilità. [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/il-sustainability-index-targato-bof/">IL SUSTAINABILITY INDEX TARGATO BoF</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.businessoffashion.com/"><strong>The Business of Fashion</strong></a> ha pubblicato il <a href="https://cdn.businessoffashion.com/reports/The_Sustainability_Index_2021.pdf"><strong>primo BoF Sustainability Index</strong></a> con il contributo di 12 esperti globali di sostenibilità. Si sono passati al vaglio i report pubblici delle<strong> 15 aziende di moda</strong> <strong>più grandi</strong> per fatturato annuo nel 2019, con l’obiettivo di confrontarne le prestazioni e comprendere il <strong>gap tra gli impegni assunti e le azioni effettivamente avviate </strong>rispetto agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’<strong>Agenda 2030</strong>.<br />
Il risultato è poco lusinghiero. Il <strong>punteggio medio complessivo di 36 punti su 100</strong> evidenzia infatti un netto ritardo rispetto agli impegni presi pubblicamente anche tra le aziende più ricche e strutturate.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>LA METODOLOGIA</strong></span></h2>
<p>L’indagine, come accennato, ha preso in considerazione le 15 aziende del fashion che nel 2019 hanno fatturato di più e che sono state suddivise in tre gruppi: <strong>luxury</strong>, <strong>high street</strong> e <strong>sportswear</strong>. Nel primo gruppo troviamo <strong>Kering</strong>, <strong>PVH Corp</strong>, <strong>Hermès</strong>, <strong>LVMH</strong> e <strong>Richemont.</strong> Nel gruppo dell’high street ci sono <strong>H&amp;M</strong>, <strong>Levi Strauss &amp; Co</strong>, <strong>Inditex</strong>, <strong>Gap inc </strong>e <strong>Fast Retailling</strong>, mentre l’abbigliamento sportivo è rappresentato da <strong>Nike</strong>, <strong>Puma</strong>, <strong>VF Corp</strong>, <strong>Adidas</strong> e <strong>Under Armour</strong>.<br />
<strong>Trasparenza</strong>, <strong>emissioni</strong>, <strong>acqua e prodotti chimici</strong>, <strong>materiali</strong>, <strong>diritti dei lavoratori</strong> e <strong>rifiuti</strong> sono le <strong>6 categorie</strong> oggetto di analisi su cui le 15 aziende sono state valutate, per un totale di 338 domande a risposta binaria “sì” o “no”. Le aziende hanno ricevuto un punto ogni volta che hanno fornito prove pubbliche sufficienti a generare una risposta “sì”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>LE SEI CATEGORIE DEL BoF SUSTAINABILITY INDEX</strong></span></h2>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter wp-image-92476 size-full" src="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2021/07/BoF_Categories.jpg" alt="BoF Sustainability Index Categories" width="1000" height="602" srcset="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2021/07/BoF_Categories.jpg 1000w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2021/07/BoF_Categories-300x181.jpg 300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2021/07/BoF_Categories-768x462.jpg 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<h3><span style="color: #99b812;"><strong>Trasparenza</strong></span></h3>
<p>Mancanza di trasparenza, dovremmo scrivere in realtà… Nel report si legge infatti come l’industria della moda sia sistematicamente opaca. E quest’<strong>opacità</strong> è un ostacolo importante all’obiettivo dichiarato di operare in modo più sostenibile. Sebbene stia aumentando la pressione sulle aziende perché forniscano dati tangibili sul loro impatto ambientale e sociale, i progressi presunti sono spesso accompagnati da <strong>disinformazione e/o affermazioni vaghe</strong>. La maggior parte delle aziende ha una visibilità limitata sul come e dove vengono assemblati i prodotti, sulle condizioni di lavoro o sulla produzione delle aziende agricole e delle fabbriche. Il che consente ai tanti problemi nella catena di approvvigionamento di passare inosservati.<br />
<em>“La mancanza di trasparenza – </em>dichiara <strong>Linda E. Greer</strong> dell’Institute of Public and Environmental Affairs <em>– funziona per queste aziende perché consente loro di perpetuare lo status quo</em>”. La soluzione?<strong> Una regolamentazione più severa</strong>, per esempio.<strong><br />
</strong><br />
La <strong>tecnologia</strong> può supportare concretamente la trasparenza e la tracciabilità, ma le conoscenze su come indirizzarla utilmente sono ancora poco diffuse. Secondo <strong>Edwin Keh</strong>, CEO HK Research Institute for Texitle “<em>non esiste uno strumento scientifico per misurare esattamente quanto stiamo consumando. Stiamo investendo in nuove tecnologie per il riciclo di scarti di produzione e di post consumer. Ci sono enormi quantità di materiali perché continuiamo a produrre con processi lineari e non circolari. Ogni azienda deve pensare alla propria circolarità nella generazione dei rifiuti”.</em></p>
<p>Una nota a parte merita il <strong>report di sostenibilità</strong>, strumento di comunicazione fondamentale ma ancora alieno ai consumatori, che faticano, sostanzialmente, a comprenderne i dati. E a proposito dei consumatori, anche le indagini che prendono in esame i comportamenti d’acquisto sono di difficile interpretazione. Come spiegare, fra le altre cose, la forbice fra l’interesse dichiarato verso prodotti più sostenibili – la disponibilità a spendere qualcosa di più, addirittura – e le decisioni d’acquisto affatto coerenti? Tra le possibili spiegazioni, non agevola certamente la mancanza di etichette “parlanti”, che mettano cioè in luce gli attributi di sostenibilità di certi prodotti e ne consentano la comparazione con le mille alternative disponibili sul mercato.</p>
<h3><span style="color: #99b812;"><strong>Emissioni</strong></span></h3>
<p>Quante volte abbiamo letto e sentito che l’industria della moda è fra i settori più inquinanti al mondo? Ora, se è vero che molti autorevoli player del comparto si sono impegnati a raggiungere obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030, è vero anche che un conto è promettere e un altro mantenere. La responsabile marketing di Futerra <strong>Hannah Phang</strong> dichiara a tale riguardo che <em>&#8220;abbiamo fatto molti progressi, ma c&#8217;è un divario tra dove stiamo andando e cosa stiamo facendo per arrivarci. Se aumentasse la richiesta del consumatore per questo tipo di dati, sarebbe un’enorme spinta per le aziende”. </em>Una riduzione significativa delle emissioni di carbonio, in ogni caso, richiede maggiore collaborazione. È quanto sostiene <strong>Laila Petrie</strong>, amministratrice delegata di 2050: “<em>Fondamentalmente, questo è un problema che nessuna singola azienda può risolvere da sola, le coalizioni servono proprio a questo</em>”. <strong>Michael Sadowski</strong>, consulente indipendente per la sostenibilità, rincara la dose: <em>“L&#8217;industria dovrà andare oltre certe iniziative come la compensazione del carbonio, concentrandosi piuttosto sulla riduzione della sua impronta di carbonio. L’obiettivo dovrebbe essere questo, non basta certo piantare un albero”</em>.</p>
<h3><span style="color: #99b812;"><strong>Acqua e prodotti chimici</strong></span></h3>
<p>In questa categoria rientrano diverse domande mirate a indagare il problema dell’inquinamento procurato dall’industria della moda alle risorse idriche. Sebbene nell&#8217;ultimo decennio si siano fatti dei progressi, il cammino è lungo. <strong>Boma Brown-West</strong>, direttore dei prodotti sicuri e salutari presso l&#8217;Environmental Defense Fund, afferma in proposito che le iniziative volontarie non bastano e che occorrono investimenti duraturi e condivisi per eliminare l’uso delle sostanze chimiche pericolose e la pratica deprecabile di scaricarle nell’ambiente.</p>
<h3><span style="color: #99b812;"><strong>Materiali</strong></span></h3>
<p>Dal lavoro forzato nei campi di cotone ai processi di filatura, tintura e tessitura, i materiali rappresentano una fetta importante dell&#8217;impatto ambientale e sociale negativo dell&#8217;industria della moda. Si tratta di un aspetto sul quale <em>“i designer possono esercitare un&#8217;enorme influenza”</em>, dichiara <strong>Nina Marenzi</strong>, fondatrice e direttrice dell&#8217;organizzazione no profit The Sustainable Angle. Ma cosa deve fare, nel concreto, un brand che voglia avvicinarsi a queste pratiche? Acquistare materie prime a contenuto attendibile di sostenibilità, <strong>prendere spunto dalle aziende più virtuose</strong>, essere curiosi, studiare, andare agli eventi, informarsi presso i propri partner nella supply chain, mettersi in contatto con gli agricoltori che praticano <strong>agricoltura rigenerativa</strong>, investire nella supply chain e nelle infrastrutture, <strong>usare il marketing per educare il consumatore</strong>… Anche i governi devono fare come ovvio la loro parte, incentivando gli agricoltori, per esempio, a formarsi e riconvertirsi.</p>
<h3><span style="color: #99b812;"><strong>Diritti dei lavoratori</strong></span></h3>
<p>Le disuguaglianze e l’ingiustizia sociale nell’industria della moda sono purtroppo una costante. Un problema radicato, questo, tipico di <strong>un business globalizzato in rapida evoluzione che mette il prezzo davanti alle persone</strong> e gestisce catene di fornitura opache che non semplificano certo il contrasto degli abusi.<br />
Lo <strong>squilibrio nei contratti fra brand e filiera</strong>, a discapito della seconda, è evidente. Ma come fare a ottenere <strong>una distribuzione più equa del valore</strong> tutelando al contempo i lavoratori della supply chain? Un confronto urgente su questi temi e una regolamentazione ad hoc sono certamente il primo passo da fare.</p>
<h3><span style="color: #99b812;"><strong>Rifiuti</strong></span></h3>
<p>Non è una notizia che la moda contribuisca ad alimentare la cultura dello spreco. Il persistente <strong>sbilanciamento verso il modello di produzione lineare</strong>, anziché circolare, favorisce un sistema basato sulla distruzione del prodotto piuttosto che sull&#8217;allungamento del suo ciclo di vita. L’industria della moda è chiamata a sfruttare le nuove tecnologie per affrontare il problema dell’invenduto e/o degli scarti di produzione. Le innovazioni in tema di riciclo possono venirci in soccorso. Ad oggi, sottolinea tuttavia <strong>Edwin Keh</strong>, amministratore delegato dell&#8217;Hong Kong Research Institute of Textiles and Apparel, <em>“stiamo valutando male i materiali che utilizziamo&#8221;.</em></p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>PER CONCLUDERE</strong></span></h2>
<p>Quale morale possiamo trarre dal primo BoF Sustainability Index? È essenziale, anzitutto, che aziende vadano oltre la mera definizione degli obiettivi e si impegnino concretamente nell’implementare le azioni che servono a raggiungerli. Il 2030 si avvicina e <strong>le buone intenzioni non bastano davvero più</strong>. Tanto più che l’opinione pubblica dimostra nei confronti dell’industria della moda una sostanziale sfiducia… Troppa disinformazione e ancora troppe resistenze a pubblicare dati veritieri relativi anche alla propria catena di fornitura: tante grandi aziende della moda non sanno o non rivelano da dove vengono i loro prodotti e più si risale nella catena di approvvigionamento, più il quadro si fa nebuloso. Questo permette lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani e crea difficoltà nel misurare l&#8217;impatto ambientale dell&#8217;industria. Sono necessarie, dunque, maggiori e migliori informazioni a supporto di decisioni strategiche idonee a generare il cambiamento.</p>
<p>E a livello finanziario? Molto spesso, le ambizioni dei brand non sono accompagnate dai necessari investimenti, né abbiamo prove che questi siano effettivamente disposti a sostenere lo sforzo ripensando anche loro <strong>relazioni con i fornitori</strong>. Piuttosto che mettere in concorrenza i fornitori fra loro, ad ogni stagione, per spuntare il prezzo più basso, si dovrebbero ricercare <strong>partnership stabili</strong>: l’aumento dei costi di produzione nel breve periodo sarà compensato da <strong>ritorni a lungo termine</strong> duraturi e doppiamente appaganti.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>REPORTING DI SOSTENIBILITÀ: REALIZZARE I PROGETTI, MISURARE LE PERFORMANCE, COMUNICARE L’IMPEGNO</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/reporting-di-sostenibilita-realizzare-i-progetti-misurare-le-performance-comunicare-l-impegno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 May 2021 09:50:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=91721</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il Report di Sostenibilità è il risultato di un processo che le imprese realizzano per dare evidenza agli stakeholder delle [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/reporting-di-sostenibilita-realizzare-i-progetti-misurare-le-performance-comunicare-l-impegno/">REPORTING DI SOSTENIBILITÀ: REALIZZARE I PROGETTI, MISURARE LE PERFORMANCE, COMUNICARE L’IMPEGNO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Report di Sostenibilità</strong> è il risultato di un <strong>processo </strong>che le imprese realizzano per dare evidenza agli stakeholder delle proprie <strong>performance in ambito economico sociale e ambientale</strong>. Questa definizione e quelle più ampie offerte dalla <strong>European Court of Auditors</strong> o dalla <strong>Global Reporting Initiative</strong>, tra gli altri, pongono l’accento proprio sul termine <em>processo</em>, perché è ancora troppo diffuso l’errore di assimilare le <strong>attività di rendicontazione</strong> con il suo <strong>prodotto finale</strong>, quello che volgarmente chiamiamo “bilancio di sostenibilità”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il contesto e le spinte normative</strong></span></h2>
<p>Dagli anni Ottanta del secolo scorso, indicativamente, il ruolo delle aziende viene ridefinito in ragione dell’impatto che queste esercitano sull’ambiente e la comunità. Emerge la necessità, per le imprese, di <strong>integrare nelle proprie strategie i bisogni che la collettività esprime</strong> nei loro confronti, prendendo in considerazione aspetti legati non più solo al profitto e facendone un resoconto coerente, comprensivo di informazioni qualitative e quantitative sugli effetti del proprio operato e la propria capacità di generare valore.</p>
<p>Sul piano normativo e finanziario, le misurazioni <strong>ESG &#8211; Environmental Social and Governance</strong> acquistano un peso sempre maggiore nel concetto di <strong>Responsabilità Sociale d’Impresa &#8211; RSI</strong>, intesa come l’insieme delle responsabilità, derivanti da <strong>doveri estesi di natura fiduciaria</strong>, che l’azienda ha nei confronti dei propri stakeholder. Un elemento chiave di novità sta nella ricerca di una collaborazione da finalizzare alla <strong>distribuzione equa del valore</strong> creato e al contenimento degli effetti negativi sugli stakeholder.</p>
<p>E poi ci sono le spinte esterne, tra cui non possiamo non citare la più rilevante fra tutte: l’<strong>Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile</strong>, con i suoi <strong>17 obiettivi</strong> (<strong>Sustainable Development Goals &#8211; SDG</strong>) inglobati in un grande programma d’azione per un totale di <strong>169 traguardi</strong> e inseriti anche all’interno del <strong>Global Compact</strong>, la più grande iniziativa di sostenibilità aziendale internazionale.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Report di sostenibilità …</strong></span></h2>
<p>Legislatore, mercato, cittadini chiedono dunque alle imprese di fare business con un approccio più etico e attento ai diritti delle persone, all’equilibrio sociale e all’ambiente. Soprattutto, chiedono di essere informati sulle performance connesse attraverso una <strong>comunicazione puntuale, periodica e trasparente</strong>, che le aziende interpretano per lo più con la redazione di un <strong>report di sostenibilità</strong>.</p>
<p>Inteso come <strong>prodotto del processo di reporting</strong>, il report è il documento con cui un’impresa rende conto delle proprie performance di sostenibilità ambientale, sociale ed economica secondo <strong>standard globalmente riconosciuti</strong>, concepiti per favorire la <strong>comparabilità globale delle informazioni</strong>.</p>
<p>Il report di sostenibilità è lo strumento attraverso il quale ogni azienda comunica le sue iniziative a tutela dell’ambiente, le politiche attuate nei confronti dei lavoratori, i suoi rapporti con il territorio e la comunità… offrendo un quadro puntuale, completo e trasparente dell’interdipendenza tra i fattori economici, sociali e ambientali caratteristici del contesto in cui l’azienda opera.</p>
<p>Il report esplicita inoltre le <strong>modalità di gestione</strong> degli aspetti di sostenibilità più rilevanti per l’azienda e i suoi stakeholder, in termini di valori, principi, policy e sistemi di governo, proponendo <strong>un quadro prospettico degli impegni e degli obiettivi futuri</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>… e processo di reporting</strong></span></h2>
<p>Affinché il report restituisca un quadro di tale complessità è necessario che il processo per la sua redazione sia preciso e accurato, articolato in fasi che possiamo schematizzare come segue.</p>
<h3><strong>Definizione del commitment per la sostenibilità</strong></h3>
<p>Il processo di reporting è efficace se tutta l’azienda viene ingaggiata nella sua realizzazione. Il punto di partenza coincide con la <strong>definizione del commitment</strong> da parte dei vertici aziendali, che si impegnano a realizzare un progetto di implementazione e rendicontazione di sostenibilità e a condividerne i principi a tutti i livelli dell’organizzazione, rispondendo alla sfida dei Sustainable Development Goals (SDGs).</p>
<h3><strong>Analisi di materialità: individuazione delle tematiche rilevanti</strong></h3>
<p>Il secondo step consiste nel <strong>determinare i temi di sostenibilità più rilevanti per l’azienda e i suoi stakeholder</strong>, quelli che saranno cioè oggetto di implementazione di iniziative specifiche e di successivo approfondimento nel report.</p>
<p>Prevista dai principali standard di sostenibilità, l’analisi di materialità consente di definire <strong>una scala di priorità su cui intervenire</strong> per orientare il percorso di trasformazione verso modelli di business più sostenibili.</p>
<h3><strong>Identificazione dei KPI</strong></h3>
<p>Una volta individuati i temi materiali, si procede a <strong>identificare i KPI</strong> (Key Performance Indicators), ovvero gli indicatori per la <strong><a href="https://www.4sustainability.it/misurare-le-performance-per-essere-credibili/">misurazione delle performance economiche, sociali e ambientali</a></strong> dell’azienda. Tra gli standard per la rendicontazione di sostenibilità più diffusi, lo standard GRI costituisce il principale riferimento internazionale per le imprese, che ne utilizzano gli indicatori per raccogliere le informazioni all’interno della propria organizzazione.</p>
<h3><strong>Raccolta dati</strong></h3>
<p>Definiti i KPI, si procede all’effettiva <strong>raccolta dei dati</strong> tra le varie funzioni dell’organizzazione, alla loro <strong>verifica e validazione interna</strong> secondo un processo da costruire con le funzioni responsabili.</p>
<p>La raccolta dei dati e la misurazione delle performance sono strettamente correlate ai progetti di implementazione che l’azienda porta avanti nella sua strategia di sostenibilità: se non si fanno i progetti, non c’è nulla da misurare e rendicontare.</p>
<h3><strong>Definizione degli obiettivi e piano di miglioramento</strong></h3>
<p>I dati raccolti e la misurazione delle performance ottenute vengono analizzati perché l’azienda possa decidere a ragion veduta dove intervenire, definendo gli obiettivi del proprio <strong>piano di miglioramento</strong> e dunque i termini di riferimento su cui si misureranno i <strong>progressi negli esercizi successivi</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il supporto della tecnologia</strong></span></h2>
<p>Il reporting di sostenibilità deve essere esso stesso sostenibile, il che implica la capacità dell’azienda di costruire <strong>un processo di implementazione, raccolta e analisi dei dati robusto e replicabile nel tempo</strong> e di portarlo avanti nel modo più agile possibile. Il metodo e la tecnologia sono in questo senso di grande aiuto.</p>
<p>Realizzato con questo approccio, il report di sostenibilità diventa uno strumento potente di misurazione e comunicazione istituzionale verso i propri <em>stakeholder</em>. È il documento principe attraverso cui rendicontare le azioni di sviluppo sostenibile portate avanti nel tempo, è una prova attendibile della veridicità del percorso intrapreso dall’organizzazione per integrare etica e business e costruire <strong>sistemi di misurazione trasparenti a prova di <em>greenwashing</em></strong>.</p>
<p>“<em>La sfida più grande ma ineludibile –</em> spiega <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO e Founder di <strong><a href="https://www.processfactory.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Process Factory</a></strong><em> – è quella di <strong>semplificare la complessità </strong>agganciando la rendicontazione alla realizzazione effettiva dei progetti. Non si tratta di scrivere un bel libro, ma di rendere trasparente la misurazione degli impatti positivi che l’organizzazione è in grado di generare. Ecco allora l’idea di <strong>un software dedicato alla reportistica di sostenibilità</strong> progettato per innovare in termini di concept e tecnologia un processo condotto ancora in modo per lo più manuale, soprattutto dalle piccole e medie imprese.<br />
Per darle seguito avevamo bisogno di un valido partner tecnologico e lo abbiamo trovato in <strong>FabricaLab</strong>, che già aveva progettato un workflow a supporto della raccolta dati con processi autorizzativi mirati alla generazione di una reportistica strutturata. La piattaforma <strong>PC4S</strong> è il risultato di una <strong>sinergia fra competenze IT e di processo</strong>, una soluzione innovativa semplice ma molto potente per aiutare le aziende nel processo di raccolta e gestione dei dati fino all’emissione di un report di sostenibilità avanzato sotto ogni profilo”.</em></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/reporting-di-sostenibilita-realizzare-i-progetti-misurare-le-performance-comunicare-l-impegno/">REPORTING DI SOSTENIBILITÀ: REALIZZARE I PROGETTI, MISURARE LE PERFORMANCE, COMUNICARE L’IMPEGNO</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>AMAZON LANCIA UN&#8217;ETICHETTA DI SOSTENIBILITÀ</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/amazon-lancia-un-etichetta-di-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 16:07:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[media]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Textile Exchange]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per Amazon la user experience è sempre stato un aspetto prioritario. Va esattamente in questa direzione la decisione di etichettare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Per <strong>Amazon</strong> la <strong><em>user experience</em></strong> è sempre stato un aspetto prioritario. Va esattamente in questa direzione la decisione di <strong>etichettare con una clessidra alata</strong> i prodotti che si presentano come rispettosi dell’ambiente. Lo scopo? Diventare un riferimento attendibile per clienti sempre più consapevoli. Che non sono pochi! Secondo un sondaggio condotto lo scorso aprile da <strong>McKinsey</strong> sui consumatori europei, è emerso infatti che oltre il 60% degli intervistati considera come determinante nella decisione d’acquisto il modo in cui i marchi interpretano la sostenibilità.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">CLIMATE PLEDGE FRIENDLY: PROGRAMMA ED ETICHETTA</span></h2>
<p>Il progetto pilota è nato sul sito web statunitense, ma Amazon sta organizzando il lancio anche in altri paesi. Nel frattempo, <strong>sono già oltre 25.000 i prodotti inclusi nel programma</strong> <strong><em>Climate Pledge Friendly</em></strong> e appartengono a diverse categorie quali moda, bellezza e articoli per la casa.<br />
L’iniziativa – ha spiegato il fondatore e amministratore delegato di Amazon <strong>Jeff Bezos</strong> – ha lo scopo di agevolare i clienti nella scelta di articoli a maggior contenuto di sostenibilità, inducendo i marchi a regolarsi di conseguenza.<br />
Per potersi fregiare della nuova etichetta di Amazon <strong>i </strong>prodotti dovranno ottenere almeno una delle <strong>19 certificazioni</strong> selezionate da Amazon fra le centinaia esistenti a garanzia del <strong>ridotto impatto ambientale degli articoli</strong>.<br />
Tra i titolati troviamo anche <a href="https://www.4sustainability.it/global-coalitions/">Textile Exchange, organizzazione globale a cui anche 4sustainability® si riferisce</a> da sempre impegnata a guidare la conversione del settore verso l’utilizzo di fibre, standard e reti di fornitura responsabili.<br />
Gli standard di Textile Echange presi in considerazIone sono <em>Recycled Claim Standard</em>, <em>Global Recycled Standard</em>, <em>Organic Content Standard</em> e <em>Responsible Wool Standard</em>.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">TRA IMPEGNI E CRITICHE</span></h2>
<p>Il <em>Climate Pledge Friendly</em> arriva in un momento di enorme sforzo da parte di Amazon per contrastare il suo rilevante impatto ambientale. Nel 2019 ha assunto il <strong>pubblico impegno</strong> di raggiungere entro il 2040 la <strong>neutralità del carbonio</strong>. Quest&#8217;anno, ha istituito un fondo da 2 miliardi di dollari per sostenere le imprese e i progetti che aiuteranno a <strong>decarbonizzare l&#8217;economia</strong>.</p>
<p>A fronte di queste buone iniziative, restano le critiche per le pile di scatole che riempiono i suoi magazzini e che sono diventate un simbolo di <strong>consumismo selvaggio</strong> o i 51,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica prodotte dal colosso dell’e-commerce.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">AMAZON NON CI STA</span></h2>
<p>Poiché i prodotti devono soddisfare solo una delle certificazioni selezionate da Amazon, le perplessità anche su questo punto non si sono fatte attendere. Secondo <strong>Dio Kurazawa</strong>, partner fondatore della società di consulenza sulla catena di approvvigionamento sostenibile <strong>The Bear Scouts</strong>, per fare affermazioni credibili le aziende devono condurre valutazioni sull’intero ciclo di vita del prodotto e non prendere in considerazione solamente un aspetto. <strong>Maxine Bédat</strong>, fondatrice e direttrice del <em>think tank</em> di moda sostenibile del <strong>New Standard Institute</strong>, rincara la dose e taccia di <strong>greenwashing</strong> iniziative come quella di Amazon. Accusa respinta al mittente, come era logico aspettarsi&#8230;</p>
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		<title>COINVOLGIMENTO E SOSTENIBILITÀ: AMERICAN EAGLE BATTE IL COVID COSÌ</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/coinvolgimento-e-sostenibilita-american-eagle-batte-il-covid-cosi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2020 14:27:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>AEO Inc., retailer dei teenager che controlla i marchi American Eagle e Aerie, “batte” il Covid-19 grazie al coinvolgimento del suo giovanissimo pubblico [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/coinvolgimento-e-sostenibilita-american-eagle-batte-il-covid-cosi/">COINVOLGIMENTO E SOSTENIBILITÀ: AMERICAN EAGLE BATTE IL COVID COSÌ</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>AEO Inc.</strong>, retailer dei teenager che controlla i marchi <strong>American Eagle</strong> e <strong>Aerie</strong>, “batte” il <strong>Covid-19</strong> grazie al coinvolgimento del suo giovanissimo pubblico nei processi decisionali. La creazione di un consiglio interno composto da adolescenti e ventenni e gli investimenti in focus group e ricerche di consumo hanno dato al management una visione chiara dei valori e delle preferenze della <strong>generazione Z</strong>. E le strategie adottate in coerenza sembra stiano producendo risultati in netta controtendenza: <strong>aumento delle vendite</strong>, apertura di <strong>nuovi negozi</strong> e perfino il lancio di due nuovi brand (<strong>Offline</strong> e <strong>Unsuscribed</strong>).</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>COINVOLGIMENTO DEI CONSUMATORI E APPROCCIO SOSTENIBILE</strong></span></h2>
<p>Sui buoni risultati di American Eagle sembra pesare anche l’impegno per la sostenibilità, declinato in una serie di obiettivi dei quali il gruppo dà regolare evidenza attraverso i propri canali (<strong>www.aeo-inc.com/sustainability</strong>).</p>
<p>Il nesso tra le due cose – coinvolgimento del target teenager e approccio sostenibile – non sorprende più di tanto, visto che i ragazzi, nei loro <strong>comportamenti di acquisto</strong>, risultano fra i consumatori più attenti alle <strong>tematiche ambientali e sociali</strong>. La reputazione di AEO è in tal senso discreta: la strada da fare è ancora tanta, ma il gruppo sembra non aver paura di esporsi e quello che fa lo comunica con <strong>un linguaggio a misura del suo pubblico</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>GLI OBIETTIVI DI SVILUPPO SOSTENIBILE DI AEO</strong></span></h2>
<ul>
<li>raggiungere la <strong>neutralità del carbonio</strong> in tutte le strutture possedute e gestite da American Eagle (uffici, negozi, centri di distribuzione) e nei viaggi d&#8217;affari dei dipendenti <strong>entro il 2030</strong></li>
<li><a href="https://www.4sustainability.it/climate-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ridurre le <strong>emissioni di CO<sub>2</sub></strong></a> del 40% entro il 2030 e del 60% <strong>entro il 2040</strong></li>
<li>implementare quanto segue lungo tutta la catena di fornitura <strong>entro il 2023:<br />
</strong>&#8211; garantire che il 50% dell&#8217;<strong>acqua utilizzata nelle lavanderie </strong>di AEO venga riciclata<br />
&#8211; ridurre del 30% il consumo di acqua nella <strong>produzione di jeans<br />
</strong>&#8211; garantire che le <strong>acque reflue</strong> delle strutture ad alta intensità idrica siano prive di <strong><a href="https://www.4sustainability.it/chemical-management-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sostanze chimiche pericolose</a><br />
</strong>&#8211; assicurarsi che il <a href="https://www.4sustainability.it/materials-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>cotone</strong></a> utilizzato nei prodotti provenga al 100% da <strong>fonti sostenibili<br />
</strong>&#8211; utilizzare il 50% di <strong><a href="https://www.4sustainability.it/materials-4s/">poliestere sostenibile</a><br />
</strong>&#8211; assicurarsi che il 100% della <a href="https://www.4sustainability.it/materials-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>viscosa</strong></a> provenga da <strong>foreste non a rischio</strong> e aumentare l&#8217;approvvigionamento di fibre di viscosa prodotte in modo sostenibile</li>
</ul>
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		<title>SVILUPPO SOSTENIBILE: MISURARE LE PERFORMANCE PER ESSERE CREDIBILI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/misurare-le-performance-per-essere-credibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2020 07:32:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sviluppo sostenibile, per citare la famosa Relazione Brundtland dell’ONU, è quel tipo di sviluppo che soddisfa i bisogni del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/misurare-le-performance-per-essere-credibili/">SVILUPPO SOSTENIBILE: MISURARE LE PERFORMANCE PER ESSERE CREDIBILI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo <b>sviluppo sostenibile</b>, per citare la famosa <b>Relazione Brundtland dell’ONU</b>, è quel tipo di sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future. Capace di coniugare il profitto con il rispetto del pianeta e dell’individuo, trova la sua sintesi ideale nei <b>17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile</b> delle Nazioni Unite (UN SDGs).<br />
Chi ne sposa i principi, deve intraprendere un percorso che richiede <b>visione</b>, <b>metodo</b>, capacità di <b>coinvolgere la propria rete di fornitori</b> e di <b>esercitare la</b> <b>trasparenza</b>, di mettersi alla prova interpretando la sfida della<span id="more-4685"></span> sostenibilità anche come <b>stimolo all’innovazione</b> di prodotto e di processo.</p>
<p>Se l’impegno è autentico, sostenuto da performance sottoposte a <b>sistemi di misurazione affidabili</b>, la ricompensa per chi lo pone in essere è enorme: in termini di <b>reputazione</b>, di qualità delle <b>relazioni con gli stakeholder</b>, di <b>vantaggio competitivo</b>. A decretarlo sono i consumatori e il mercato, che premiano le aziende autenticamente sostenibili – di ogni dimensione e comparto – a discapito dei ritardatari e di chi si limita a vuote dichiarazioni d’intenti.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>L&#8217;IMPATTO DELLA MODA</strong></span></h2>
<p>L’<b>industria del fashion &amp; luxury </b>è più di altre interessata al fenomeno, a causa dei danni da inquinamento derivanti dall’uso massiccio di risorse idriche ed energetiche e di sostanze chimiche nocive.<br />
Gli studi ci dicono inoltre che rispetto a 15-20 anni fa, il consumatore medio acquista il 60% di capi in più, tenendoli per circa la metà del tempo. In futuro, il consumo di abbigliamento e calzature aumenterà dagli attuali 62 milioni di tonnellate a 102 milioni nel 2030, portando a +50% il consumo di acqua e a +60% le emissioni di anidride carbonica e la produzione rifiuti.</p>
<p>Continuare su questa strada sarebbe una scelta a dir poco autolesionista, con un impatto diretto sulla stessa <b>marginalità delle aziende</b>. Modificare il proprio comportamento porterebbe invece all’economia globale 160 miliardi di euro: mantenere costante il consumo d’acqua – i dati sono di <b>Global Fashion Agenda</b> – vale 32 miliardi, limitare la produzione di rifiuti 4 miliardi e controllare le emissioni di CO<sup>2</sup> addirittura 67 miliardi.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>DATI RENDICONTABILI PER FAR EMERGERE IL MERITO</strong></span></h2>
<p>Sono numeri pesanti… Ma i numeri possono diventare anche un potente alleato, capace di <b>far emergere il merito</b> e distinguere chi prende l’impegno seriamente dai professionisti del <b><i>greenwashing</i></b>. La condizione, naturalmente, è che dati e informazioni siano veritieri, rilevati, elaborati, monitorati e comunicati con regolarità e trasparenza.<br />
È esattamente questa la sfida a cui è chiamato il mondo della moda. Se gli ultimi dieci anni, infatti, sono serviti per tracciare la strada, sviluppando <b>metodi e soluzioni idonei a innescare il cambiamento</b>, i prossimi dieci andranno dedicati a <b>migliorare e misurare le performance</b>, facendo affidamento su <b>sistemi affidabili e condivisi</b>.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>IL BILANCIO DI SOSTENIBILITÀ</strong></span></h2>
<p>Il documento in cui naturalmente confluiscono (o dovrebbero confluire) i cosiddetti <b>KPIs – Key Performance Indicators</b> è il <b>Report o Bilancio di Sostenibilità</b>. Se realizzato con metodo, il Report è uno strumento potente di comunicazione verso i clienti e di definizione e implementazione delle azioni di sviluppo sostenibile. Non un punto d’arrivo, dunque, ma un appuntamento ricorrente per ogni azienda che, volendo crescere integrando etica e business, riconosca la necessità di misurarsi e rimisurarsi nella massima trasparenza.</p>
<p>Costruito da <span style="color: #99b800;"><strong><a style="color: #99b800;" href="http://www.processfactory.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Process Factory</a></strong></span> su questi principi, il <span style="color: #99b800;"><strong><a style="color: #99b800;" href="https://www.4sustainability.it/reporting-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Protocollo Reporting 4sustainability</a></strong></span> si caratterizza per un forte <b>approccio metodologico</b>, per il <b>coinvolgimento di tutte le funzioni aziendali </b>e per la <b>centralità assegnata ai processi</b>. Un piano di attività rigorose riferito nell’ispirazione e negli obiettivi agli <b>SDGs</b> e all’<b>UN Global Compact</b>, allineato allo standard globale per la reportistica <b>GRI – Global Reporting Initiative</b>, strutturato sulla <b>raccolta dati per KPIs</b> e oggi supportato da una piattaforma informatica per la loro raccolta e tracciabilità. Un percorso progettato e messo in opera per elevare il Bilancio di Sostenibilità <b>da strumento di sola comunicazione istituzionale </b>a <b>guida per la generazione del valore</b>.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>TECNOLOGIA A SUPPORTO DEL METODO</strong></span></h2>
<p>Process Factory ha cercato un partner in grado di supportare tecnologicamente il suo Protocollo Reporting 4sustainability e l’ha trovato in <a href="https://www.fabricalab.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color: #99b800;"><strong>Fabrica Lab</strong></span></a>, società specializzata nella progettazione di soluzioni di Business Intelligence, Big Data, Data Integration Tools, Product Lifecycle Management, Corporate Performance Management e Identity and Access Management.<br />
L’unione di risorse umane e competenze ha dato vita a <b>un nuovo software web collaborativo e multicanale</b> che innova in termini di concept e tecnologia un processo condotto oggi in modo per lo più manuale. Obiettivo ultimo della piattaforma, che sarà presentata a breve con riferimento proprio al settore del <i>fashion &amp; luxury</i>, è <b>ottimizzare le attività di reporting</b>, semplificando la compilazione dei dati e rendendo tale processo più accurato e rapido e più solido il complesso delle informazioni.<br />
Le aziende, in definitiva, hanno bisogno di questo: di strumenti efficaci ma snelli, facili da utilizzare e dunque di reale supporto al miglioramento delle prestazioni di sostenibilità.</p>
<p><b>Francesca Rulli, </b><b>Founder &amp; CEO Process Factory / 4sustainability</b><b>®</b></p>
<h3 style="text-align: center;"><a href="https://www.4sustainability.it/reporting-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color: #99b800;">SCOPRI DI PIÙ SUL PROTOCOLLO REPORTING 4SUSTAINABILITY®</span></a></h3>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/misurare-le-performance-per-essere-credibili/">SVILUPPO SOSTENIBILE: MISURARE LE PERFORMANCE PER ESSERE CREDIBILI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>SDGs E AGENDA 2030: SAPPIAMO DAVVERO COSA SONO?</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/sdgs-e-agenda-2030-sappiamo-davvero-cosa-sono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Jan 2020 10:49:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[report di sostenibilità]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=84141</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sentiamo spesso parlare di SDGs, noi stessi ne abbiamo fatto un traguardo a cui tendere e un principio ispiratore. Ma [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/sdgs-e-agenda-2030-sappiamo-davvero-cosa-sono/">SDGs E AGENDA 2030: SAPPIAMO DAVVERO COSA SONO?</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Sentiamo spesso parlare di <strong>SDGs</strong>, noi stessi ne abbiamo fatto <span style="color: #99b800;"><strong><a style="color: #99b800;" href="https://www.4sustainability.it/4-sustainability/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un traguardo a cui tendere e un principio ispiratore</a></strong></span>. Ma sappiamo davvero di che si tratta? Partiamo dall’acronimo, che sta per <span style="color: #99b800;"><strong><a style="color: #99b800;" href="https://sdgs.un.org/goals" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Sustainable Development Goals</em></a></strong></span>. Si tratta degli <strong>Obiettivi di Sviluppo Sostenibile</strong>, definiti nel settembre del 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU, che bilanciano le <strong>tre dimensioni dello sviluppo sostenibile</strong>: economica, sociale e ambientale. Gli SDGs rientrano nell’Agenda 2030, il programma d’azione per lo sviluppo sostenibile messo a punto per <strong>stimolare progetti in aree di importanza cruciale</strong> per l’umanità: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Collaborazione.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>I PILASTRI DEL PROGRAMMA</strong></span></h2>
<p><strong><em>Persone</em>:</strong> l’impegno condiviso è porre fine alla povertà e alla fame in tutte le loro forme, assicurando che tutti gli esseri umani possano realizzare il proprio potenziale con dignità e pari opportunità in un ambiente sano.</p>
<p><strong><em>Pianeta</em>:</strong> l’obiettivo è proteggere il pianeta dal degrado attraverso modalità di consumo e produzione consapevoli, gestendo le risorse naturali in maniera sostenibile e adottando misure urgenti di contrasto cambiamento climatico, in modo da soddisfare i bisogni delle generazioni presenti e di quelle future.</p>
<p><strong><em>Prosperità</em>:</strong> il fine ultimo è far sì che tutti gli esseri umani possano godere di un’esistenza prosperosa e soddisfacente e che il progresso economico, sociale e tecnologico avvenga in armonia con la natura.</p>
<p><strong><em>Pace</em></strong>: la comune determinazione, in questo caso, è la promozione di società pacifiche, giuste e inclusive, libere dalla paura e dalla violenza.</p>
<p><strong><em>Collaborazione</em>:</strong> l’impegno consiste nel mobilitare i mezzi necessari per attuare l’Agenda 2030 attraverso una Collaborazione Globale per lo Sviluppo Sostenibile, basata su uno spirito di rafforzata solidarietà globale incentrata in particolare sui bisogni dei più poveri e dei più vulnerabili.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>QUALI E QUANTI SONO, NELLO SPECIFICO, QUESTI OBIETTIVI?</strong></span></h2>
<p>I cosiddetti SDGs sono 17, a loro volta articolati in una serie di traguardi per un totale di 169: numeri importanti che sottolineano la rilevanza e l’ambizione dell’Agenda 2030.</p>
<ul>
<li><strong>Obiettivo 1</strong>. Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo</li>
<li><strong>Obiettivo 2</strong>. Porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile</li>
<li><strong>Obiettivo 3</strong>. Assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età</li>
<li><strong>Obiettivo 4.</strong> Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva e opportunità di apprendimento per tutti</li>
<li><strong>Obiettivo 5</strong>. Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze</li>
<li><strong>Obiettivo 6</strong>. Garantire a tutti la disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie</li>
<li><strong>Obiettivo 7</strong>. Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni</li>
<li><strong>Obiettivo 8</strong>. Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti</li>
<li><strong>Obiettivo 9</strong>. Costruire infrastrutture resilienti, promuovere l&#8217;innovazione e un’industrializzazione equa, responsabile e sostenibile</li>
<li><strong>Obiettivo 10</strong>. Ridurre l&#8217;ineguaglianza all&#8217;interno delle nazioni e fra di esse</li>
<li><strong>Obiettivo 11</strong>. Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili</li>
<li><strong>Obiettivo 12</strong>. Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo</li>
<li><strong>Obiettivo 13</strong>. Promuovere a tutti i livelli azioni per combattere il cambiamento climatico</li>
<li><strong>Obiettivo 14</strong>. Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile</li>
<li><strong>Obiettivo 15</strong>. Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre</li>
<li><strong>Obiettivo 16</strong>. Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile</li>
<li><strong>Obiettivo 17</strong>. Rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>PERCHÈ È COS</strong><strong>Ì</strong><strong> IMPORTANTE L’AGENDA 2030?</strong></span></h2>
<p>Miliardi di persone, oggi, vivono nella povertà più assoluta. La <strong>disuguaglianza </strong>è in crescita sia da paese a paese sia all’interno delle singole nazioni. La <strong>disparità di genere</strong> continua a rappresentare una sfida chiave. La <strong>disoccupazione</strong>, specialmente quella giovanile, rappresenta una priorità.</p>
<p>Le minacce globali che incombono sulla salute, i sempre più frequenti e violenti <strong>disastri naturali</strong>, la crescita vertiginosa dei <strong>conflitti </strong>e il terrorismo minacciano di compromettere i progressi degli ultimi decenni.</p>
<p>Il <strong>cambiamento climatico</strong> è una delle sfide più grandi della nostra epoca e il suo impatto negativo compromette le capacità degli stati di realizzare uno sviluppo sostenibile. L’aumento della temperatura globale, l’innalzamento del livello del mare, l’acidificazione degli oceani e gli altri effetti del cambiamento climatico stanno mettendo seriamente a repentaglio le zone costiere e i territori al di sotto del livello del mare.</p>
<p>Allo stesso tempo, però, la nostra è un’epoca di<strong> grandi opportunità</strong>. Sono stati compiuti passi significativi in termini di sviluppo. Decine di migliaia di persone, nel corso degli ultimi decenni, sono uscite dalla povertà estrema. L’<strong>accesso all’istruzione </strong>è aumentato sia per i ragazzi che per le ragazze. La <strong>diffusione dei mezzi di comunicazione</strong> e d’informazione di massa e l’<strong>interconnessione globale </strong>– così come le scoperte scientifiche e tecnologiche, permettono oggi di accelerare il progresso dell’uomo, colmando il<strong> divario digitale</strong> e favorendo lo sviluppo di società basate sulla conoscenza.</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>COSA PENSANO GLI ITALIANI DEGLI SDGs?</strong></span></h2>
<p>Secondo un sondaggio realizzato all’inizio del 2019 dalla Fondazione Unipolis, è emerso come l’<strong>80% degli italiani </strong>voglia una politica improntata alla sostenibilità. In particolare:</p>
<ul>
<li>Il 63,6% degli intervistati si dice favorevole alla realizzazione di politiche per lo sviluppo sostenibile</li>
<li>Il 20,1% si professa molto favorevole</li>
<li>Il 7,9% si dice contrario o molto contrario</li>
<li>L’8,5% non sa o non risponde.</li>
</ul>
<p>Nella fascia d’età tra i 15 e i 14 anni, la percentuale dei favorevoli balza addirittura al 91,6%, contro un comunque ottimo 75,3% degli over 65. Anche tra chi possiede un titolo di studio alto, la percentuale dei favorevoli supera quota 90. Ciò che se ne ricava è un trend per cui maggiore il livello d’informazione, di istruzione e di curiosità – tipico, quest’ultimo, delle nuove generazioni – maggiore risulta anche l’apertura di credito ai principi dello sviluppo sostenibile. E l&#8217;interesse verso gli SDGs.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/sdgs-e-agenda-2030-sappiamo-davvero-cosa-sono/">SDGs E AGENDA 2030: SAPPIAMO DAVVERO COSA SONO?</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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