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	<title>standard e linee guida Archivi - 4sustainability</title>
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	<description>Your Way to Sustainable Fashion</description>
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	<title>standard e linee guida Archivi - 4sustainability</title>
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	<item>
		<title>GREEN CLAIMS DIRECTIVE: STRETTA DELL’UNIONE EUROPEA SUL GREENWASHING</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/green-claims-directive-stretta-dell-unione-europea-sul-greenwashing/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Apr 2023 13:08:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È uscita il 22 marzo la proposta di Green Claims Directive sulla fondatezza delle comunicazioni ambientali. L’approvazione da parte del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>È uscita il 22 marzo la proposta di Green Claims Directive sulla fondatezza delle comunicazioni ambientali. L’approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio Europeo è attesa per la metà del 2024. </em></p></blockquote>
<p>La <strong><em>Green Claims Directive</em></strong> nasce con l’obiettivo di incentivare in tutti i Paesi dell’Unione il ricorso a <em>green claim</em> chiari, affidabili e verificabili, in grado di <strong>tutelare il consumatore nelle sue scelte</strong> e <strong>uniformare i criteri di etichettatura e verifica dei dati di sostenibilità</strong>.<br />
Un’ottima notizia e tutti contenti! Non proprio, alla luce delle aspettative della vigilia e della bozza di proposta, dai contenuti decisamente più rigorosi, trapelata un paio di settimane prima della pubblicazione ufficiale del testo. Ci sono settori e settori, però. E per il <strong>mondo moda</strong>, le novità sono significative, non solo a livello simbolico.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>I numeri del green washing</strong></span></h2>
<p>Alle origini della proposta della Commissione UE ci sono due indagini condotte sulle dichiarazioni di sostenibilità nel 2014 e nel 2020. È stato preso in considerazione un campione di 150 <em>claim</em> ambientali riferiti a prodotti di diversa tipologia e valutati secondo quattro parametri: <strong>chiarezza</strong>, <strong>univocità</strong>, <strong>accuratezza</strong> e <strong>verificabilità</strong>.<br />
Secondo l’indagine del 2020, il <strong>53,3%</strong> delle dichiarazioni forniva <strong>informazioni vaghe, fuorvianti o infondate</strong> sulle caratteristiche dei prodotti in esame. Nel 40% dei casi, mancava il <strong>supporto dei dati</strong>: impossibile dimostrare la veridicità di quanto asserito.</p>
<p>Una conferma ci viene anche da una ricognizione dell’Autorità di Cooperazione per la Tutela dei Consumatori effettuata ancora nel 2020, che ha analizzato 344 dichiarazioni di sostenibilità. Nel <strong>57,5%</strong> dei casi, si è rilevata l’assenza di elementi sufficienti a giudicare la correttezza della dichiarazione, nel <strong>50%</strong> la difficoltà di stabilire se la dichiarazione si riferisse all’intero prodotto o soltanto a una sua componente, all’azienda oppure solo a determinati prodotti (<strong>36%</strong>) e quale fase del ciclo di vita del prodotto effettivamente coprisse.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>I benefici previsti</strong></span></h2>
<p>Nulla contrasta gli esercizi di <em>greenwashing</em> come la chiarezza, l’affidabilità e la verificabilità dei dati. Prevenire il <em>greenwashing</em> nelle sue varie espressioni favorisce la diffusione di <strong>modelli di economia circolare</strong> perché indirizza i comportamenti d’acquisto in senso tale da influire sulle strategie produttive delle aziende: più consapevolezza, più acquisti responsabili, maggiore spinta sulle aziende a <strong>implementare progetti concreti di sostenibilità</strong>.</p>
<p>Un altro vantaggio deriva dall’introduzione di <strong>parametri condivisi</strong> per l’inserimento in etichetta di dati di sostenibilità, che evidentemente devono poter essere anche verificati. Standardizzare aiuta la chiarezza e limita la proliferazione di etichette ambientali e marchi di qualità ecologica che coprono aspetti diversi, adottano approcci operativi diversi e sono soggetti a forme diverse di controllo.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Gli impatti sull’impresa</strong></span></h2>
<p>I destinatari della proposta sono tutte le imprese che operano in territorio UE con <strong>oltre 10 dipendenti</strong> e un <strong>fatturato superiore ai 2 milioni di Euro</strong>.<br />
Per le <strong>microimprese</strong> che volessero comunque far parte della transizione verde, sono previste misure idonee di <strong>accesso al credito</strong> e <strong>assistenza tecnico-organizzativa</strong>. Per tutte le altre, è evidente che dovranno sostenere il <strong>costo dell’investimento a monte</strong>, ma questo dipenderà in gran parte dal tipo di dichiarazione ambientale applicata a quanti prodotti. È intuibile, per esempio, che un <em>claim</em> sull’intero ciclo di vita un prodotto richiederà un investimento significativamente superiore a quello necessario per una dichiarazione incentrata su un singolo attributo di prodotto: il <strong><em>packaging </em></strong>ecologico, per esempio.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Requisiti minimi richiesti</strong></span></h2>
<p>Per evitare dichiarazioni vaghe, fuorvianti o ingannevoli, la <em>Green Claims Directive</em> prevede che la fondatezza delle asserzioni ambientali esplicite poggi su una valutazione che soddisfi una serie di requisiti minimi. La valutazione dovrà, per ogni prodotto:</p>
<ul>
<li>provare la rilevanza degli impatti e delle prestazioni dal punto di vista del ciclo di vita;</li>
<li>basarsi su prove scientifiche riconosciute e conoscenze tecniche all&#8217;avanguardia;</li>
<li>dimostrare se l’indicazione è accurata per l’intero prodotto o solo per parti di esso;</li>
<li>tenere conto di tutti gli aspetti e degli impatti significativi per valutare la performance;</li>
<li>stabilire se un risultato positivo implica un peggioramento significativo di un altro impatto (cambiamento climatico, consumo risorse e circolarità, uso sostenibile e salvaguardia delle risorse idriche e marine, inquinamento, biodiversità, benessere di animali ed ecosistemi);</li>
<li>fornire informazioni sul fatto che il prodotto abbia prestazioni ambientali significativamente migliori rispetto alla pratica comune;</li>
<li>comunicare in modo trasparente e dettagliato le compensazioni dei gas a effetto serra, specificando per esempio se tali compensazioni si riferiscono a riduzioni o rimozioni delle emissioni e descrivere in che modo le compensazioni sono contabilizzate per riflettere l’impatto dichiarato sul clima.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Limiti…</strong></span></h2>
<p>La Direttiva UE sui <em>Green Claims</em> è una buona notizia di per sé, ma le fila <strong>dei delusi</strong> s’ingrossano via via che se ne “digeriscono” i dettagli. Sembra infatti che la versione circolata giorni prima in via ufficiosa facesse riferimento a un metodo scientifico precisato per poter sostanziare le comunicazioni di natura ambientale, riferimento che nel testo ufficiale sparisce. Alle imprese si raccomanda semplicemente di fondare le loro affermazioni su <strong>generiche evidenze scientifiche</strong>, lasciando una discrezionalità che non aiuta evidentemente l’armonizzazione dei criteri.</p>
<p>L’osservazione è di base corretta, ma bisogna <strong>tenere conto del contesto</strong>. Ci sono settori più pronti di altri e la moda, ahimè, non è fra questi. Un grosso scoglio, oltre alla sua frammentazione congenita, sta nella difficoltà estrema di raccogliere i dati d’impatto relativi ai vari processi e alle diverse realtà coinvolte nella produzione. Ottenere misurazioni basate su evidenze scientifiche e dati primari – condivisi cioè da fornitori che contribuiscono direttamente alla realizzazione del prodotto – è una sfida impegnativa da moltiplicare, oltretutto, per centinaia di prodotti differenti inseriti in collezione.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>…e opportunità</strong></span></h2>
<p>Per l’industria del fashion &amp; luxury, la <em>Green Claims Directive</em> è un’opportunità e una spinta a <strong>stringere i tempi</strong>. Entro la sua definitiva entrata in vigore, le aziende dovranno dotarsi infatti di un <strong>sistema di ingaggio</strong> dei propri fornitori e di raccolta e gestione dei dati d’impatto fondato su metodologie riconosciute.</p>
<p>“<em>I brand potranno rispondere in modo credibile alla normativa in arrivo solo rivolgendosi stabilmente a fornitori preparati, collaborativi e supportati da metodi e piattaforme IT di raccolta dati</em>”, rileva <strong>Francesca Rulli</strong>. “<em>Con </em><strong><a href="https://www.4sustainability.it/4-sustainability/">4sustainability®</a></strong><em> andiamo esattamente in questa direzione: strutturare filiere sostenibili, applicare metodi riconosciuti per la misurazione degli impatti e la condivisione dei dati con i clienti. E costruire </em>claim<em> di sostenibilità a norma di legge</em>”.</p>
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		<item>
		<title>MODA: TRACCIARE LA SOSTENIBILITÀ DIVENTA UN OBBLIGO DI LEGGE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/moda-tracciare-la-sostenibilita-diventa-un-obbligo-di-legge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 14:07:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un sassolino in montagna si smuove per una qualche ragione e comincia a calare, a correre e precipitare, trascinando con [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/moda-tracciare-la-sostenibilita-diventa-un-obbligo-di-legge/">MODA: TRACCIARE LA SOSTENIBILITÀ DIVENTA UN OBBLIGO DI LEGGE</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Un sassolino in montagna si smuove per una qualche ragione e comincia a calare, a correre e precipitare, trascinando con sé altri sassi e altra terra… Fino a diventare uno smottamento, poi una frana che arriva fino a valle.<br />
Definire “sassolino” il <strong>disegno di legge presentato nello Stato di New York</strong> per obbligare le aziende di moda a tracciare e comunicare il loro impatto ambientale lungo la catena del valore è perfino riduttivo e ciò che potrebbe innescare nel fashion è a tutti gli effetti una valanga straordinaria per natura e portata.</p></blockquote>
<p>Stiamo assistendo a qualcosa di simile sulla <strong>due diligence in materia di diritti umani e ambiente</strong>, con il legislatore europeo e di tanti stati nazionali – Germania, Francia, Regno Unito, Australia, solo per citarne alcuni – impegnati a rincorrersi per definire le nuove responsabilità di brand e grandi aziende della filiera.<br />
Il <strong>Fashion Sustainability and Social Accountability Act</strong>, tuttavia, segnerebbe una svolta ancora più importante, perché in gioco ci sono <em>tutti </em>gli aspetti legati alla sostenibilità dell’industria della moda</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I contenuti innovativi della proposta</span></h2>
<ul>
<li>L’obbligo per le aziende di mappare almeno il 50% della loro filiera, dalla scelta delle materie prime alla logistica, misurando gli impatti sociali e ambientali in termini di emissioni di CO<sub>2</sub>, consumo d’acqua e di energia, gestione delle sostanze chimiche, salari, ecc.</li>
<li>L’obbligo di dare evidenza pubblica dei loro volumi di produzione e dei consumi di cotone e poliestere.</li>
<li>L’obbligo temporale di dodici mesi per identificare i fornitori da coinvolgere nella mappatura e di 18 mesi per analizzarne l’impatto.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;">Le aziende interessate</span></h2>
<p>A completare questo quadro sintetico, aggiungiamo che la norma si applicherebbe alle aziende di moda che operano a New York indipendentemente dal luogo d’origine con un <strong>fatturato superiore ai cento milioni di dollari l’anno</strong> – Inditex, H&amp;M, Shein… tutti i grandi gruppi del settore, in pratica – e che sono previste <strong>sanzioni per i trasgressori</strong> fino al 2% del fatturato annuo, con l’inserimento dei “cattivi” in un elenco pubblico.</p>
<p>Se approvato, l’Assembly Bill A8352/S7428 introdotto dalla deputata <strong>Anna Kelles </strong>e dalla senatrice <strong>Alessandra Biaggi</strong> dello Stato di New York con il sostegno di ONG della moda e della sostenibilità tra cui <strong>Stella McCartney</strong>, il <strong>New Standard Institute</strong>, il <strong>Natural Resources Defence Council</strong> e la <strong>NY City Environmental Justice Alliance</strong>, diverrebbe insomma la legge più ambiziosa mai varata sulla moda sostenibile.</p>
<p>I tempi? Brevissimi: negli intenti dei promotori, <strong>il voto potrebbe arrivare già a primavera</strong>. E la valanga di cui sopra sarebbe allora inevitabile, anche perché di “sassolini” sparsi ce ne sono altri. Più piccoli, magari, ma eloquenti circa le dinamiche in atto.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Paris Fashion Week e Copenhagen Fashion Week</span></h2>
<p>Legata solo alle <strong>passerelle</strong>, ma analoga nei presupposti è per esempio la decisione di misurare l’impatto ambientale, sociale ed economico delle aziende protagoniste della <strong>settimana della moda di Parigi</strong>, già applicata durante la stagione <strong>primavera-estate 2022</strong>. È mancato un po’ di coraggio, perché le aziende coinvolte hanno potuto scegliere se mantenere o meno riservate le loro performance… Ma il segnale è comunque interessante, soprattutto se letto in combinato con il piano d’azione della <strong>Copenhagen Fashion Week</strong> in cui si vincola la partecipazione delle aziende al raggiungimento di un <strong>punteggio minimo di sostenibilità in sei diverse aree di interesse</strong>: direzione strategica, design, materie prime smart, condizioni di lavoro, coinvolgimento dei consumatori ed eventi.</p>
<p>Fra questi requisiti minimi, citiamo a titolo d’esempio l’impegno a <strong>non distruggere i capi invenduti</strong>, l’impegno a utilizzare nella metà almeno delle proprie collezioni <strong>prodotti certificati o biologici</strong> e <strong>tessuti da riuso o da riciclo</strong>, l’impegno a usare solo <strong>packaging sostenibile</strong> e ad allestire i propri stand con <strong>scenografie a rifiuti zero</strong>, l’impegno a riproporre campioni già mostrati o a digitalizzare l’attività relativa, la disponibilità di un elenco stilato di <strong>sostanze soggette a restrizioni</strong> in coerenza con la <strong>direttiva EU REACH</strong>, il rispetto delle normative più stringenti in materia di accesso al lavoro e di <strong>salute e sicurezza</strong> per i propri dipendenti e collaboratori, l’adozione di politiche chiare di <strong>informazione interna</strong> e di <strong>comunicazione ai consumatori</strong> circa le proprie strategie di sostenibilità… Fino ai criteri di casting per le modelle impegnate nei defilé.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Il segreto è nel backstage</span></h2>
<p>In passerella, si sa, va in scena la moda nei suoi aspetti più attraenti. Le aziende mostrano il meglio di sé e in questo “meglio”, da qualche anno, non c’è più solo la creatività intesa in senso estetico, ma anche il valore aggiunto legato ai <strong>contenuti di sostenibilità </strong>– autentici, misurabili e dimostrabili – delle collezioni. Il backstage, in questo senso, conta più dello show. E per backstage intendiamo lo sforzo impresso dalle aziende per trasformare in senso sostenibile la propria produzione e le metodologie più innovative sviluppate per sostenere questo sforzo. <strong>4sustainability</strong> rientra a pieno titolo in questo contesto virtuoso, in quanto <strong>marchio di garanzia</strong> e <strong>framework di implementazione</strong> di progetti concreti di sostenibilità.</p>
<p>“<em>Sono anni</em> – spiega la sua creatrice <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>che studiamo un sistema di <strong>raccolta </strong>dati di filiera, già applicato e continuamente migliorato sulla base delle successive evidenze. Questo impegno si basa sulla consapevolezza profonda che nessun brand può dirsi sostenibile senza che anche il suo modello produttivo lo sia. E per dotarsi di un <strong>modello di produzione sostenibile</strong>, la sola strada è <strong>mappare la filiera</strong>, coinvolgerla gradualmente in percentuali significative, raccogliere i dati di impatto ambientale e sociale per costruire insieme dei <strong>percorsi di miglioramento</strong> da monitorare nel tempo. Nasce da qui il sistema 4sustainability di <strong><a href="https://www.4sustainability.it/4s-per-i-brand/" target="_blank" rel="noopener">assessment e monitoraggio di filiera</a></strong>, già digitalizzato nella 4s Platform per la sua applicabilità a filiere anche lontane. Siamo felici che anche il legislatore, finalmente, stia spingendo in questa stessa direzione, perché avremo modo di capitalizzare gli investimenti fatti e l’esperienza maturata sul campo a fianco delle aziende</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/moda-tracciare-la-sostenibilita-diventa-un-obbligo-di-legge/">MODA: TRACCIARE LA SOSTENIBILITÀ DIVENTA UN OBBLIGO DI LEGGE</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>DUE DILIGENCE SU AMBIENTE E DIRITTI UMANI: LA GERMANIA BATTE SUL TEMPO L’EUROPA</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/due-diligence-su-ambiente-e-diritti-umani-la-germania-batte-sul-tempo-l-europa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Sep 2021 10:39:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[filiera sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se in Europa è slittata a fine anno la pubblicazione della proposta di legge che renderà obbligatoria per tutti gli [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/due-diligence-su-ambiente-e-diritti-umani-la-germania-batte-sul-tempo-l-europa/">DUE DILIGENCE SU AMBIENTE E DIRITTI UMANI: LA GERMANIA BATTE SUL TEMPO L’EUROPA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Se in Europa è slittata a fine anno la pubblicazione della proposta di legge che renderà obbligatoria per tutti gli Stati membri la due diligence in materia di ambiente e diritti umani, la Germania si porta avanti con l’approvazione della <strong>Supply Chain Law</strong>. Licenziata dal Bundesrat il 25 giugno scorso, la legge introduce nuovi obblighi e responsabilità per molte multinazionali attive in territorio tedesco, candidandosi a fungere da modello anche per la normativa europea.<br />
Ma quali sono gli aspetti chiave della legge tedesca?</p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>1. Entità interessate e tempi di introduzione</strong></span></h2>
<p>A partire da <strong>gennaio 2023</strong>, la legge si applicherà alle società che hanno in Germania la sede legale, la principale sede operativa, la sede amministrativa e/o ogni filiale registrata e che sempre in Germania contano <strong>almeno 3000 dipendenti</strong>. Già da <strong>gennaio 2024</strong>, tale limite scenderà a <strong>1000</strong> dipendenti. Poiché la legge, inoltre, richiede alle aziende interessate di garantire che anche i loro fornitori, spesso di piccole dimensioni, soddisfino i nuovi requisiti, la nuova legge sarà di fatto rilevante anche per tante aziende con meno di 1000 dipendenti.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>2. Diritti umani e rischi ambientali interessati dalla nuova legge</strong></span></h2>
<p>La legge definisce i <strong>rischi per i diritti umani</strong> che prende in considerazione, includendo fra gli altri i rischi relativi al lavoro forzato e minorile, i rischi professionali e i danni ambientali che incidono sui diritti umani e qualsiasi altro atto od omissione di un’azienda che possa comportare una “violazione particolarmente grave” di un diritto umano.<br />
Quanto ai <strong>rischi ambientali</strong>, rientrano nella normativa quelli causati da inquinanti organici persistenti, da mercurio e da rifiuti pericolosi.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>3. Ambito dell&#8217;obbligo di due diligence</strong></span></h2>
<h3><strong>Attività proprie dell’azienda e attività dei fornitori diretti</strong></h3>
<h4><span style="color: #808080;"><em>Definire i rischi</em></span></h4>
<p>Alle società interessate dalla nuova legge viene richiesto di valutare i rischi per l’ambiente e i diritti umani riconducibili alle proprie attività e a quelle dei loro <strong>fornitori di primo livello</strong>. L&#8217;analisi dei rischi dovrà essere aggiornata annualmente e ogni qualvolta cambi il profilo di rischio dell&#8217;azienda, ad esempio a seguito del lancio di nuovi prodotti, progetti o attività commerciali.</p>
<h4><span style="color: #808080;"><em>Prevenire e mitigare rischi e violazioni</em></span></h4>
<p>Le aziende devono <strong>agire “senza indebito ritardo”</strong> per mitigare i rischi identificati. Tra le misure di mitigazione previste dalla legge sono inclusi, per esempio, l’assicurazione fornita dai fornitori diretti che opereranno nel rispetto dei diritti umani e degli standard ambientali e l’impegno a condurre sugli stessi fornitori audit periodici di controllo. Se una violazione nella catena di approvvigionamento si è già verificata o è ritenuta imminente, la società interessata dovrà porre in essere prontamente le azioni correttive più idonee a prevenire, interrompere o mitigare la violazione, inclusa – laddove necessario – la <strong>cessazione del rapporto d&#8217;affari con il fornitore</strong>.</p>
<h3><strong>Rischi nei livelli inferiori delle catene di approvvigionamento</strong></h3>
<p>Se un&#8217;azienda viene a “conoscenza comprovata” di una violazione dei diritti umani o degli standard ambientali da parte di uno dei suoi <strong>fornitori indiretti</strong>, deve procedere a un’analisi dei rischi, stabilire misure preventive adeguate nei confronti del fornitore indiretto e sviluppare e attuare un piano per gestire detta violazione.</p>
<h3><strong>Meccanismo di reclamo</strong></h3>
<p>Le società interessate devono definire per i propri lavoratori e per i lavoratori delle aziende della sua catena di fornitura una procedura di reclamo accessibile.</p>
<h3><strong>Report</strong></h3>
<p>Le società interessate dovranno <strong>riferire annualmente sulle attività di due diligence</strong> nell&#8217;anno fiscale precedente, pubblicando e rendendo disponibile per sette anni, sui propri siti web, la relativa reportistica. Le informazioni di cui si deve dare evidenza riguardano eventuali rischi o violazioni individuati dall&#8217;azienda, le misure adottate per adempiere agli obblighi di adeguata verifica, la valutazione sull’efficacia di tali misure e gli interventi di cui si prevede la successiva adozione.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>4. Sanzioni</strong></span></h2>
<p>L&#8217;inadempimento degli obblighi di legge può comportare a carico dell&#8217;azienda, per ogni violazione, <strong>sanzioni amministrative pecuniarie da 100.000 Euro a 8 milioni di Euro</strong>.<br />
Per le aziende con un fatturato medio annuo superiore a 400 milioni di Euro, la legge consentirà <strong>sanzioni fino al 2% del fatturato globale medio annuo</strong> per mancata adozione di azioni correttive laddove nell’operato proprio o di un fornitore diretto sia verificata una violazione dei diritti umani o degli obblighi ambientali definiti dalla legge. L’inosservanza della legge può comportare anche l&#8217;<strong>esclusione dagli appalti pubblici </strong>fino a un massimo di tre anni.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>5. Responsabilità civile</strong></span></h2>
<p>Gli individui che denunciano la violazione di un diritto umano fondamentale quale, ad esempio, il diritto alla vita, possono incaricare i sindacati o le ONG registrate in Germania in possesso di determinati requisiti a presentare in tribunale per loro contro <strong>richieste di risarcimento</strong>. Sebbene sia espressamente chiarito che la legge non introduce una nuova causa di azione, questa previsione aumenterà probabilmente il numero di <strong>azioni legali </strong>per presunte violazioni dei diritti umani.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La situazione nel Vecchio Continente</strong></span></h2>
<p>Che a Bruxelles si decida o meno di allineare la proposta di legge europea al modello tedesco, le aziende interessate devono cominciare a prepararsi in vista della sua entrata in vigore, aggiornando se necessario le proprie politiche di due diligence in materia di diritti umani e di ambiente, i propri processi di valutazione e mitigazione dei rischi, i meccanismi di reclamo e le prassi di rendicontazione.<br />
Le imprese europee non ancora interessate, d’altra parte, farebbero bene a prendere spunto dalla legge tedesca come indicazione di ciò che potrebbe presto valere anche per loro. Ovunque, infatti, il tema della responsabilità delle aziende sulle proprie catene di approvvigionamento è pressante. Si segnalano iniziative legislative e campagne di valutazione sulla due diligence dei diritti umani in Paesi come <strong>Lussemburgo</strong>, <strong>Danimarca</strong>, <strong>Austria</strong>, <strong>Spagna</strong>. Extra UE, il dibattito è molto vivo anche in <strong>Svizzera</strong>.</p>
<p>Quale sia la tendenza lo si evince inoltre da leggi come quella britannica sulla schiavitù moderna (<strong><a href="https://www.gov.uk/government/collections/modern-slavery" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Modern Slavery Act</a></strong>), che impone alle aziende di comunicare come stanno contrastando il <strong>traffico di esseri umani</strong> e il <strong>lavoro forzato</strong> nelle loro catene di fornitura.<br />
Il <strong>Devoir de Vigilance </strong>francese richiede alle aziende di adottare misure concrete per rispettare la due diligence, che includano l&#8217;analisi dei rischi, la valutazione dei fornitori e i sistemi di denuncia.<br />
L’ultima <strong>legge olandese contro il lavoro minorile</strong> obbliga le imprese che vendono prodotti e beni di consumo a controllare i rischi del <strong>lavoro minorile</strong> e ad adottare idonee contromisure nei casi in cui vengano riscontrati.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il sistema 4sustainability</strong></span></h2>
<p>Gradualmente ma inevitabilmente, tutte le imprese dovranno dotarsi di <strong>sistemi di monitoraggio</strong> delle proprie filiere sui temi della responsabilità sociale e ambientale, per dimostrare la concretezza di un impegno volto anche al <strong>coinvolgimento dei fornitori</strong>.</p>
<p>“<strong><a href="https://www.4sustainability.it/4-sustainability/"><em>4sustainability</em></a></strong><em> è un framework che risponde esattamente a questa necessità favorendo la <strong>collaborazione fra brand e filiera</strong></em>”, spiega <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO di Process Factory e ideatrice del sistema 4s. Un sistema che supporta il brand nel processo di raccolta dati e monitoraggio dei propri fornitori e supporta la filiera nell’implementazione di progetti coerenti con le richieste di adeguamento dei brand a determinati requisiti.<br />
<em><br />
“Seguiamo da tempo l’iter legislativo europeo sulla due diligence e le iniziative che alcuni Stati membri stanno portando avanti ognuno con i propri tempi”, </em>prosegue Rulli<em>. “Tutte puntano di fatto allo stesso risultato e cioè a rendere obbligatorie prassi operative che il mercato ha già indotto le aziende più evolute ad adottare. Quello che colpisce favorevolmente della Supply Chain Law tedesca è il suo <strong>corposo apparato sanzionatorio</strong>, una dimostrazione della rilevanza che il legislatore attribuisce ai temi dell’ambiente e dei diritti umani per lo sviluppo economico. È evidente già oggi che nessuna azienda potrà dichiararsi sostenibile e risultare credibile se non si avvale di filiere ugualmente responsabili. La scelta dei fornitori deve essere coerente: in qualunque parte del mondo si produca, la valutazione non può e non deve essere di natura squisitamente economica</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/due-diligence-su-ambiente-e-diritti-umani-la-germania-batte-sul-tempo-l-europa/">DUE DILIGENCE SU AMBIENTE E DIRITTI UMANI: LA GERMANIA BATTE SUL TEMPO L’EUROPA</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<item>
		<title>RIFIUTI TESSILI: LE LINEE GUIDA DI UTILITALIA</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/rifiuti-tessili-le-linee-guida-di-utilitalia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Feb 2021 15:49:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[economia circolare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Parlamento Europeo ha fissato al 1° gennaio 2025 la data entro cui la raccolta differenziata dei rifiuti tessili diverrà [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Il <strong>Parlamento Europeo</strong> ha fissato al <strong>1° gennaio 2025</strong> la data entro cui la raccolta differenziata dei <strong>rifiuti tessili</strong> diverrà obbligatoria, un orizzonte che l’Italia ha anticipato peraltro al 2022.</p>
<p>Si inseriscono in questo quadro le <a href="https://www.utilitalia.it/dms/file/open/?86f0716a-1af2-48e1-b028-6db1501ba4c5"><span style="color: #99b811;"><strong>Linee guida per l’affidamento del servizio di raccolta degli indumenti usati</strong></span></a>, stilate da <strong>Utilitalia</strong> – la Federazione delle aziende che operano nei servizi pubblici di Acqua, Ambiente, Energia Elettrica e Gas – per indirizzare l’organizzazione del servizio di gestione integrandone le finalità sociali con principi di <strong>trasparenza</strong>, <strong>tracciabilità </strong>e<strong> legalità</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b811;"><strong>Qualche numero</strong></span></h2>
<p>Il diffondersi della <strong>fast fashion</strong> ha generato nel tempo un enorme volume di abiti a basso prezzo, che ha portato a una riduzione del ciclo di vita dei singoli capi e ad un aumento proporzionale di rifiuti tessili. In Europa, l’acquisto di abiti a persona è aumentato dal 1996 di oltre il 40%: <strong>si stima che ogni cittadino UE consumi annualmente quasi 26 kg di prodotti tessili e ne smaltisca circa 11 kg</strong>. La vecchia abitudine di regalare ad altri i vestiti dismessi è passata gradualmente di moda, soppiantata dal bidone della spazzatura. Esattamente l’opposto di quanto suggerisce il <strong>modello di economia circolare</strong>, fondata per l’appunto sul <strong>recupero, riuso e </strong><a href="https://www.4sustainability.it/recycle/"><span style="color: #99b811;"><strong>riciclo</strong></span></a> dei prodotti.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span style="color: #99b811;"><strong>Le criticità della filiera di gestione</strong></span></h2>
<p>La gestione dei rifiuti tessili, va detto, non è banale. Fra le tante criticità da risolvere, c’è la <strong>pluralità di soggetti che operano nella filiera, </strong>attori solidali o con finalità di lucro che interagiscono fra loro spesso sovrapponendosi. Le maggiori zone d’ombra sono quelle legate alla <strong>destinazione falsamente solidale degli abiti usati</strong>: commercio in nero, false pratiche di igienizzazione, frodi doganali, reati fiscali&#8230;<br />
Le Linee Guida di Utilitalia nascono come contributo tanto alla <strong>semplificazione</strong> quanto alla <strong>trasparenza della filiera</strong>. Un set di indicazioni utili per selezionare operatori onesti, efficienti e trasparenti, appunto, e migliorare il livello della concorrenza attraverso <strong>strumenti idonei di rendicontazione e informazione</strong>.</p>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span style="color: #99b811;"><strong>ReCom, un esempio virtuoso</strong></span></h2>
<p>Si chiama <strong>reCom</strong>, il progetto pilota sviluppato da <strong>Process Factory</strong> in collaborazione con <strong><a href="https://4sustainability.us19.list-manage.com/track/click?u=c11ff3d451540d963bacd604a&amp;id=38b277e368&amp;e=49fd9bf580"><span style="color: #99b811;">Green Line</span></a></strong> per mettere a valore l’impegno delle aziende tessili nelle pratiche di raccolta, ottimizzazione e riciclo dei rifiuti. Sì, perché proprio le aziende del settore dovrebbero essere le prime a dare l’esempio trasformando gli scarti di lavorazione e confezione in risorsa.<br />
Come funziona reCom? Gli step del protocollo, in estrema sintesi, sono quattro:</p>
<ol>
<li>L’azienda che decide di aderire al progetto sottoscrive un <strong>commitment</strong>, un impegno a integrare nelle proprie politiche i valori etici e di responsabilità sociale impliciti nel protocollo.</li>
<li>L’azienda viene formata sulle <strong>buone prassi di gestione</strong> per l’ottimizzazione del processo di riciclo dei rifiuti e riceve la relativa procedura di gestione.</li>
<li>Green Line raccoglie, seleziona e lavora i rifiuti in base alla loro composizione e destinazione trasformandoli in <strong>nuova materia prima</strong>.</li>
<li>Process Factory produce <strong>un report annuale di valutazione dell’impatto ambientale del processo</strong> sulla base dei quantitativi conferiti a Green Line, dando evidenza dei risparmi conseguiti ed esprimendo un indice di sostenibilità calcolato sulle tre dimensioni-chiave della gestione dei rifiuti adottata: ambientale, sociale ed economica.</li>
</ol>
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		<title>PACKAGING SOSTENIBILE: FARE MEGLIO SI PUÒ</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/packaging-sostenibile-fare-meglio-si-puo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Jan 2021 14:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mancavano delle linee guida chiare sul packaging sostenibile o, quantomeno, più sostenibile di quello oggi in uso. Accogliamo quindi con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mancavano delle linee guida chiare sul <strong>packaging sostenibile</strong> o, quantomeno, più sostenibile di quello oggi in uso. Accogliamo quindi con favore quelle elaborate da<span style="color: #99b800;"> <a style="color: #99b800;" href="https://www.gs1us.org/industries/apparel-general-merchandise/initiative" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>GS1 US Apparel and General Merchandise Initiative</strong></a></span>, perché offrono delle indicazioni interessanti per il <strong>settore moda e abbigliamento</strong>, specie in questi tempi di ricorso crescente agli <strong>acquisti online</strong>.</p>
<p>GS1 US è un gruppo di lavoro che riunisce produttori, fornitori, rivenditori, ma anche <em>solution provider</em> e associazioni di categoria allo scopo di fare squadra per identificare le sfide proposte dal mercato e sviluppare soluzioni e piani d’azione coerenti.<span style="color: #99b800;"> <a style="color: #99b800;" href="https://www.gs1us.org/DesktopModules/Bring2mind/DMX/Download.aspx?Command=Core_Download&amp;EntryId=2261&amp;language=en-US&amp;PortalId=0&amp;TabId=134" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><em>Best Practice Guideline for Sustainability in Packaging Materials</em></strong></a></span> s’inserisce in questo solco, <strong>un vademecum per guidare le aziende nella scelta del packaging più virtuoso</strong> e cioè capace di assolvere le funzioni per cui serve impattando il meno possibile sull’ambiente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>IL COMMENTO DEGLI ESPERTI</strong></span></h2>
<p>“<em>L’azienda che affronta un percorso di trasformazione del suo modello di business in senso sostenibile</em> – spiega <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO e Founder di <strong>Process Factory/4sustainability®</strong> – <em>si sofferma in genere sugli aspetti centrali della produzione: materie prime, chimica, impatto ambientale dei processi, circolarità, impianti… Il packaging viene troppo spesso trascurato, quando ha invece un peso importante nella costruzione di un approccio a minore impatto. È evidente che alcuni cambiamenti sono di più facile attuazione, mentre altri, relativi per esempio all’uso delle buste in plastica, richiedono investimenti rilevanti anche in termini d’innovazione. Ecco perché una linea guida può essere d’aiuto, soprattutto se la si considera uno strumento in divenire ampliabile e migliorabile grazie alle esperienze di chi, sul packaging sostenibile, è già un passo avanti</em>”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>GLI OBIETTIVI DELLE LINEE GUIDA</strong></span></h2>
<ul>
<li>presentare le azioni che è possibile intraprendere per <strong>ridurre i consumi di risorse impiegate nel packaging</strong> ma anche nella logistica dei prodotti (dal fornitore al brand/retailer, dal retailer al consumatore, ecc.)</li>
<li>suggerire idee e soluzioni per <strong>limitare la produzione di rifiuti</strong>, in particolare quelli di plastica</li>
<li>allineare le attività di brand e retailer agli <span style="color: #99b800;"><a style="color: #99b800;" href="https://www.4sustainability.it/sdgs-e-agenda-2030-sappiamo-davvero-cosa-sono/"><strong>Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite</strong></a></span> (UN SDGs)</li>
<li>incentivare il ricorso a spedizioni che garantiscano la <strong>sicurezza del prodotto</strong> minimizzando al contempo il packaging non riciclabile</li>
<li>introdurre <strong>forme alternative al packaging convenzionale</strong></li>
</ul>
<p><strong> </strong></p>
<h2><span style="color: #99b800;"><strong>SU COSA INTERVENIRE?</strong></span></h2>
<h3><strong>POLYBAG</strong></h3>
<p>Tra i tanti spunti offerti dal documento, le considerazioni sulle polybag risultano interessanti anche per il consumatore. Le polybag, per capirci, sono le buste in plastica trasparente – in <strong>LDPE (Low Density Polyethylene)</strong>, per essere più precisi – utilizzate comunemente per movimentare i prodotti dalla fabbrica ai centri di distribuzione, ai negozi, fino a casa nostra. “Comunemente” perché creano una specie di effetto-cuscinetto che protegge molto bene il prodotto. <strong>Cosa fare per limitarne l’impatto?</strong></p>
<p>La strada maestra è la <strong>ricerca di materiali alternativi</strong> al citato LDPE che ne mantengano però le <strong>caratteristiche di trasparenza</strong> e garantiscano soprattutto la protezione del prodotto da polveri, sporco, sfregamento…</p>
<p>Un’altra possibilità è il <strong>riciclo delle polybag</strong>, che oggi, tuttavia, non è possibile in diversi Paesi. C’è poi la complicazione rappresentata da <strong>etichette, adesivi e altre componenti aggiuntive </strong>per la chiusura della busta, ad esempio, che possono condizionare e non poco la riciclabilità.</p>
<p>Dove si può sicuramente <strong>intervenire è sul formato e sullo spessore della plastica</strong>, che dovrebbero essere commisurati alle dimensioni e alle caratteristiche del capo. Quante volte, invece, ci ritroviamo a maneggiare articoli che navigano in buste enormi e più consistenti del necessario? Ecco, stare attenti a questi “dettagli” significherebbe ridurre moltissimo i rifiuti di plastica, come sempre succede quando una piccola buona pratica è moltiplicata per i <strong>grandi numeri</strong>.</p>
<h3><strong>TECNICHE DI PIEGATURA</strong></h3>
<p>Un aspetto spesso trascurato che, invece, può essere un’alternativa interessante alle polybag e ad altri tipi di packaging sono le tecniche di piegatura. Un esempio sostenibile è la <strong>tecnica del</strong> <strong><em>roll and tie</em></strong>, che consiste nell’avvolgere il prodotto su se stesso legandolo con un nastro, uno spago, ecc: non è applicabile ai capi più delicati, ma in tanti casi garantisce un livello di protezione più che sufficiente.</p>
<p>In generale, basterebbe guardare uno dei tanti tutorial in rete che insegnano come piegare i vestiti per <strong>ottimizzare lo spazio</strong> in valigia: i modi sono tanti e tutti utili a ridimensionare l’ingombro del capo e, quindi, anche dell’involto necessario a contenerlo.</p>
<h3><strong>SCATOLE IN CARTONE</strong></h3>
<p>Anche in questo caso, è buona prassi verificare che il <strong>formato,</strong> lo <strong>spessore</strong> e la <strong>grammatura</strong> siano quelli minimi necessari alle esigenze di contenimento e protezione del prodotto.</p>
<p>Il <strong>design della scatola</strong> ha pure la sua importanza: il modello <strong>One Panel Folder (OPF)</strong>, per esempio, utilizza meno materiale rispetto al <strong>Regular Slotted Container (RSC)</strong> ed è dunque preferibile. Così come è preferibile, in tanti casi, optare per modelli dotati di <strong>rivestimento interno</strong>: offrendo già una discreta protezione dall’esterno, permetteranno di evitare l’imbustamento del prodotto in polybag singole.</p>
<p>Quanto alle componenti aggiuntive come graffette, etichette e nastri adesivi… vale la stessa considerazione già fatta per le buste in plastica: evitarle, laddove possibile, semplifica la possibilità di riciclare le scatole.  Perché il riciclo, per l’appunto, è una delle pratiche più virtuose, si parli di cartone, di plastica e di qualsiasi altro elemento/materiale impiegato nel packaging.</p>
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		<title>GLI ACQUISTI SOSTENIBILI E LO STANDARD ISO 20400</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/gli-acquisti-sostenibili-e-lo-standard-iso-20400/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 15:06:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, è cresciuto notevolmente l’interesse delle aziende verso la trasparenza delle supply chain e l’adozione di best practice [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni, è cresciuto notevolmente l’interesse delle aziende verso la trasparenza delle <em>supply chain</em> e l’adozione di <em>best practice</em> sui fronti ambientale, sociale ed economico-organizzativo. Entra in vigore in questo contesto, a settembre 2017, la norma <a href="http://store.uni.com/catalogo/uni-iso-20400-2017?josso_back_to=http://store.uni.com/josso-security-check.php&amp;josso_cmd=login_optional&amp;josso_partnerapp_host=store.uni.com" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>ISO 20400</strong></a>, il primo <strong>standard internazionale per gli acquisti sostenibili</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b811;">COSA DICE LA NORMA</span></h2>
<p>La norma è applicabile a ogni tipo di organizzazione e rappresenta un’opportunità importante per <strong>innescare un cambiamento positivo</strong> nella propria catena di fornitura. Fornisce indicazioni utili per integrare la sostenibilità nei processi di acquisto e “premiando” i fornitori – e i prodotti – in grado di generare benefici per l’ambiente e la collettività. Non si tratta di uno standard certificabile, ma è comunque possibile ricevere un’<strong>attestazione di conformità </strong>da parte di <strong>enti terzi accreditati</strong>.</p>
<h3><span style="color: #99b811;">QUANDO UN ACQUISTO PUÒ DIRSI SOSTENIBILE?</span></h3>
<p>La ISO 20400, che ha come riferimento le indicazioni contenute nella <strong>ISO 26000 </strong>sulla <strong>Responsabilità Sociale</strong>, dà una chiara definizione del concetto di <strong>acquisti sostenibili </strong>e degli <strong>impatti interni all’organizzazione</strong> derivanti dalla sua implementazione.</p>
<p>L’approvvigionamento sostenibile è definito nella norma come “<em>l’approvvigionamento che ha gli impatti ambientali, sociali ed economici più positivi sulla base dell’intero ciclo di vita</em>”. Per le aziende, è un supporto utile anche a <strong>minimizzare i rischi</strong> economico-finanziari, ambientali, sociali e i conseguenti danni reputazionali derivanti da una gestione superficiale delle <em>supply chain</em>.</p>
<h3><span style="color: #99b811;">DALLA TEORIA ALLA PRATICA</span></h3>
<p>Una volta definita la propria strategia di approvvigionamento, è chiaramente necessario che l’azienda stabilisca i criteri di sostenibilità da adottare, li integri nei processi di acquisto e verifichi che siano effettivamente rispettati.</p>
<p>In questa fase, non può mancare la definizione di alcuni <strong>parametri e indicatori</strong> utili a <strong>misurare le prestazioni</strong> in termini di pratiche di gestione, strategia e politica di <em>sustainable procurement</em>, fondamentali per “g<em>arantire che l’azienda stia rispettando le proprie priorità per acquisti sostenibili</em>”.</p>
<p>Ulteriore aspetto interessante suggerito dalla norma riguarda il <strong><em>benchmarking</em></strong>, ovvero l’analisi comparativa dei sistemi interni, dei processi e delle prestazioni con organizzazioni dello stesso tipo. A tale proposito, segnaliamo la piattaforma <strong>ISO20400.org</strong>, che punta a sviluppare una comunità globale di pratiche virtuose sullo standard e sugli acquisti sostenibili in genere.</p>
<h2><span style="color: #99b811;">FRANCESCA RULLI: &#8220;SERVONO PROCEDURE CREDIBILI E RENDICONTABILI&#8221;</span></h2>
<p>“La norma suggerisce metodi e azioni del tutto fattibili per gli acquisti responsabili”, spiega <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO di Process Factory. “Per questo ci auguriamo che i brand e buona parte della filiera la adottino nello spirito e nel merito. Occorre che il mercato inizi ad applicare in materia <strong>procedure strutturate, credibili e rendicontabili</strong>, riconoscendo così i valori di sostenibilità implementati dalla filiera. Solo così potremo dimostrare quanta percentuale sul totale degli acquisti sia stata effettivamente convertita. Il <strong>metodo 4sustainability</strong> tende per questo alla costruzione di un processo di acquisti coerente con la ISO 20400 e a una successiva <a href="https://www.4sustainability.it/reporting-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>rendicontazione in KPI dei risultati ottenuti</strong></a>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/gli-acquisti-sostenibili-e-lo-standard-iso-20400/">GLI ACQUISTI SOSTENIBILI E LO STANDARD ISO 20400</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<item>
		<title>WASTEWATER GUIDELINES, ECCO LA NUOVA VERSIONE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/wastewater-guidelines-ecco-la-nuova-versione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2019 07:39:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[chemical management]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[ZDHC]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=83777</guid>

					<description><![CDATA[<p>ZDHC ha pubblicato recentemente la versione 1.1 delle linee guida sulle acque reflue. Uno standard unico e unificato che va [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>ZDHC ha pubblicato recentemente la versione 1.1<b> </b>delle<span style="color: #99b800;"><b> </b><a style="color: #99b800;" href="https://mailchi.mp/zdhc.org/zdhc-releases-updated-version-of-the-zdhc-wastewater-guidelines-version-1657233?e=d618d443ad" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><b>linee guida sulle acque reflue</b></a></span>. Uno <b>standard unico e unificato </b>che va oltre la conformità normativa e i parametri convenzionali. Rispetto alla prima versione, lanciata nel 2016, le <b>principali modifiche</b> riguardano:</p>
<ul>
<li>i requisiti per i fornitori che dispongono di un sistema di trattamento in loco a scarico zero di liquidi (ZLD)</li>
<li>la segnalazione dei limiti e dei metodi di prova per i parametri dei fanghi</li>
<li><span id="more-4463"></span>l’ampliamento dei metodi standard per l’analisi dei parametri convenzionali, che consentirà ai fornitori di utilizzare i dati o i risultati dei test di conformità legale per i requisiti di reporting ZDHC in base a determinate condizioni ed eccezioni</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b800;">PARAMETRI E VALORI LIMITE</span></h2>
<p>Per quanto riguarda i parametri e i valori limite delle acque reflue, segnaliamo, più che vere e proprie modifiche, l’aggiunta di nuove descrizioni e linee guida, il miglioramento e<b> </b>la<b> riformattazione del documento</b> per consentirne una migliore visione d’insieme – soprattutto per i marchi, i fornitori e i laboratori – e <b>l’inclusione delle linee guida sui limiti previsti per le relazioni di laboratorio per l’analisi dei fanghi</b>.</p>
<p><i>“<b>La versione 1.1 delle linee guida ZDHC sulle acque reflue viene rilasciata per facilitarne l’implementazione</b> chiarendo alcune delle istruzioni, in particolare quelle relative al campionamento e all’analisi. L’aggiornamento – </i>spiega <b>Scott Echols</b>, Direttore del programma ZDHC – <i>si basa</i> s<i>ui commenti e sulle conoscenze raccolte a partire dal rilascio della versione 1.0 nel novembre 2016. Ringraziamo, per questo, tutti coloro che hanno lavorato a questo aggiornamento e che hanno contribuito a migliorare l’usabilità di queste linee guida”.</i></p>
<p>I limiti relativi alle acque e ai fanghi sono attualmente in fase di revisione e, se necessario, saranno integrati nella versione 2.0 delle linee guida ZDHC sulle acque reflue. Il termine è fissato a fine 2020.</p>
<h2><span style="color: #99b800;">WASTEWATER MANAGEMENT, LA FORMAZIONE</span></h2>
<p>Per saperne di più, ricordiamo che <strong>Process Factory</strong> organizza ogni anno <span style="color: #99b800;"><strong><a style="color: #99b800;" href="https://www.4sustainability.it/corsi-zdhc/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">corsi di formazione accreditati ZDHC sulla gestione delle acque reflue</a></strong></span>. Al termine del training, i partecipanti hanno una completa panoramica delle Wastewater Guidelines di ZDHC, dei requisiti di campionamento e analisi delle acque e delle tecnologie disponibili per il loro trattamento. Il fine ultimo è fornire le conoscenze necessarie a gestire le <strong>situazioni di non conformità</strong> avendone comprese le cause a monte.</p>
<p><span style="color: #99b800;"><strong><a style="color: #99b800;" href="https://www.roadmaptozero.com/fileadmin/pdf/Files_2019/ZDHC_WastewaterGuidelines_V1.1_JUL19.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ACCEDI ALLA NUOVA VERSIONE DELLE WASTEWATER GUIDELINES</a></strong></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/wastewater-guidelines-ecco-la-nuova-versione/">WASTEWATER GUIDELINES, ECCO LA NUOVA VERSIONE</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>THE FASHION INDUSTRY CHARTER FOR CLIMATE ACTION</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/the-fashion-industry-charter-for-climate-action/</link>
					<comments>https://www.4sustainability.it/the-fashion-industry-charter-for-climate-action/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Barbara Guerrini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Dec 2018 11:56:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/sustainability-it/?p=3978</guid>

					<description><![CDATA[<p>Climate action, azione per il clima. Nel corso del 2018, i maggiori player della moda hanno lavorato insieme sotto la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/the-fashion-industry-charter-for-climate-action/">THE FASHION INDUSTRY CHARTER FOR CLIMATE ACTION</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #99b833;"><strong>Climate action</strong></span>, azione per il clima. Nel corso del <span style="color: #99b833;"><b>2018</b></span>, i maggiori <span style="color: #99b833;"><b>player della moda</b></span> hanno lavorato insieme sotto la supervisione delle <span style="color: #99b833;"><b>Nazioni Unite</b></span> per identificare i modi in cui impegnarsi concretamente sulla <span style="color: #669933;"><span style="color: #99b833;"><b>questione climatica</b></span>.</span><br />
È stata lanciata così <span style="color: #99b833;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #99b833; text-decoration: underline;" href="https://textilesforsdgs.org/climateaction/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">The Fashion Industry Charter for Climate Action</a></span></strong></span><i>, </i>il cui obiettivo è raggiungere <span style="color: #99b833;"><b>entro il 2050 </b>l’<b>azzeramento delle emissioni </b></span>e definire questioni come la selezione di materiali ecologici e sostenibili, il trasporto a basse emissioni di carbonio, il miglioramento del dialogo e della consapevolezza dei consumatori, l&#8217;esplorazione di modelli di business circolari… che saranno affrontate dai firmatari.</p>
<h2><span style="color: #99b833;">NEL 2030 IL PRIMO OBIETTIVO</span></h2>
<p><span style="color: #99b833;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #99b833;" href="https://unfccc.int/news/milestone-fashion-industry-charter-for-climate-action-launched" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline;">La Carta</span></a></span></strong></span>, in linea con gli obiettivi dell’<span style="color: #99b833;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a style="color: #99b833;" href="https://www.consilium.europa.eu/it/policies/climate-change/timeline/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici</a></span></strong></span>, attribuisce all’<span style="color: #99b833;"><strong>industria della moda</strong></span> una <span style="color: #99b833;"><b>responsabilità importante </b></span>in termini di impatto climatico. Allo stesso tempo, le riconosce però <span style="color: #99b833;"><b>enormi potenzialità </b></span>per ridurre le emissioni attraverso un modello di sviluppo sostenibile.</p>
<p>Pur avendo fissato il <span style="color: #99b833;"><strong>traguardo finale nel 2050</strong></span>, i firmatari ne hanno definito anche uno più ravvicinato. La volontà, <span style="color: #99b833;"><strong>entro il 2030</strong></span>, è di <span style="color: #99b833;"><strong>ridurre del 30% le emissioni di gas a effetto serra </strong></span>in forma aggregata. A partire <span style="color: #99b833;"><strong>dal 2025</strong></span>, inoltre, diverranno effettive misure quali la <span style="color: #99b833;"><strong>graduale eliminazione delle caldaie a carbone</strong></span> o di altre fonti di produzione di calore e di energia elettrica a carbone sia nelle imprese direttamente impegnate nell’iniziativa che in quelle della catena di fornitura.</p>
<h2><strong><span style="color: #99b833;">LAVORARE INSIEME PER AZZERARE LE EMISSIONI</span></strong></h2>
<p>Per realizzare i principi sanciti dalla Carta, i firmatari e le organizzazioni che la sostengono <span style="color: #99b833;"><b>lavoreranno insieme</b></span> per identificare e aumentare le pratiche migliori, affrontare le lacune, facilitare e rafforzare la collaborazione tra le parti interessate, unire le risorse e condividere gli strumenti per consentire al settore di raggiungere i suoi obiettivi climatici</p>
<h3 style="text-align: center;"><a href="https://www.4sustainability.it/climate-4s/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color: #99b833;">SCOPRI DI PIÙ SU CLIMATE 4SUSTAINABILITY®, IL PROTOCOLLO CHE DELINEA UN PERCORSO DI RIDUZIONE DELLE EMISSIONI DI GAS CLIMALTERANTI IN LINEA CON GLI OBIETTIVI DEL FASHION INDUSTRY CHARTER FOR CLIMATE ACTION</span></a></h3>
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		<title>ZDHC GATEWAY E MRSL CONFORMANCE GUIDANCE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/zdhc-gateway-e-mrsl-conformance-guidance/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Jun 2017 14:31:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[chemical management]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[ZDHC]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ZDHC &#8211; Zero Discharge of Hazardous Chemicals ha pubblicato la sua MRSL Conformance Guidance, un sistema di indicazione concepito per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_82852" aria-describedby="caption-attachment-82852" style="width: 300px" class="wp-caption alignnone"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-82852 size-medium" src="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2017/06/4sustainability_MRSL_Conformance_Guidance_big-300x214.jpg" alt="ZDHC GATEWAY E MRSL CONFORMANCE GUIDANCE" width="300" height="214" srcset="https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2017/06/4sustainability_MRSL_Conformance_Guidance_big-300x214.jpg 300w, https://www.4sustainability.it/wp-content/uploads/2017/06/4sustainability_MRSL_Conformance_Guidance_big.jpg 350w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-82852" class="wp-caption-text">ZDHC GATEWAY E MRSL CONFORMANCE GUIDANCE</figcaption></figure>
<p><a title="ZDHC GATEWAY E MRSL CONFORMANCE GUIDANCE" href="https://www.4sustainability.it/sustainability-it/archivio/zdhc-gateway-e-mrsl-conformance-guidance/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline;">ZDHC &#8211; Zero Discharge of Hazardous Chemicals</span></a> ha pubblicato la sua <span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.roadmaptozero.com/fileadmin/pdf/Files_2017/MRSL_Conformance_Guidance_052017.pdf">MRSL Conformance Guidance</a></span>, un sistema di indicazione concepito per stabilire la misura in cui una formulazione chimica è conforme o meno ai requisiti della <span style="color: #000000;">ZDHC MRSL.</span><br />
Con l’acronimo MRSL – lo ricordiamo – s’intende la lista di sostanze chimiche il cui uso intenzionale è proibito nella produzione di articoli tessili, pelle naturale e sintetica, nonché di finiture per prodotti tessili e calzature.<span id="more-3332"></span><br />
La conformità con la ZDHC MRSL è parte integrante di un <span style="color: #669933;">approccio globale alla gestione delle sostanze chimiche</span> finalizzato a promuovere la sostenibilità nel settore moda e a ridurre la dispersione di sostanze pericolose nell’ambiente.</p>
<p>La guida di conformità ZDHC MRSL è indirizzata ai <span style="color: #669933;">brand</span>, ai fornitori di <span style="color: #669933;">prodotti chimici e di materie prime</span>, alle <span style="color: #669933;">aziende di finissaggio</span> e agli <span style="color: #669933;">enti di certificazione</span>.<br />
I <span style="color: #669933;">livelli di conformità alla ZDHC MRSL</span> vanno <span style="color: #669933;">da 0 a 3</span> e forniscono a chi acquista prodotti chimici un giudizio di merito circa la corrispondenza di ogni prodotto alla lista delle sostanze il cui uso in produzione è proibito o fortemente limitato. Quanto più alto è il livello di conformità, tanto maggiore è la <span style="color: #669933;">garanzia di trasparenza e responsabilità</span> relativamente alla  sostanza e al suo produttore.</p>
<p>La Conformance Guidance costituisce la spina dorsale del <span style="color: #669933;">Gateway ZDHC &#8211; Chemical Module</span>, vale a dire il “luogo” in cui i fornitori chimici possono registrare la propria azienda e le proprie formulazioni e mostrarne i livelli di conformità secondo il sistema di indicazione stabilito dalla guida. Produttori e brand possono utilizzare il Chemical Module per trovare alternative più sicure conformi alla MRSL di Zero Discharge.</p>
<p>Gli organismi di certificazione interessati al riconoscimento da parte di ZDHC possono adeguarsi ai requisiti stabiliti nella Conformance Guidance in modo che il loro processo di certificazione sia accettato quale parte del sistema di indicazione per la conformità alla ZDHC MRSL.</p>
<p>«Implementare in azienda un sistema di gestione delle sostanze chimiche è tutt’altro che immediato», ha detto <span style="color: #669933;">Francesca Rulli</span>, esperta di sostenibilità e ideatrice di 4sustainability. «Con questa guida, ZDHC fornisce alle imprese della filiera <span style="color: #669933;">un formidabile strumento di semplificazione</span>, che si arricchirà sempre di più nel tempo secondo la roadmap di Zero Discharge»</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.roadmaptozero.com/fileadmin/pdf/Files_2017/MRSL_Conformance_Guidance_052017.pdf">Il testo della ZDHC MRSL Conformance Guidance è disponibile per il download</a></span></p>
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