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	<title>Francesca Rulli Archivi - 4sustainability</title>
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	<description>Your Way to Sustainable Fashion</description>
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	<title>Francesca Rulli Archivi - 4sustainability</title>
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	<item>
		<title>E-COMMERCE E IMPATTO AMBIENTALE: LA GESTIONE DEI RESI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/e-commerce-e-impatto-ambientale-la-gestione-dei-resi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2024 14:07:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con la sua crescita prepotente, l’e-commerce ha rivoluzionato le nostre abitudini di acquisto, ma dietro la comodità di un clic [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/e-commerce-e-impatto-ambientale-la-gestione-dei-resi/">E-COMMERCE E IMPATTO AMBIENTALE: LA GESTIONE DEI RESI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Con la sua crescita prepotente, l’e-commerce ha rivoluzionato le nostre abitudini di acquisto, ma dietro la comodità di un clic online si nasconde un impatto ambientale importante, specie quando si tratta di restituire quello che abbiamo comprato. Il fenomeno del reso compulsivo, in particolare, sta costringendo aziende e consumatori a rivedere le proprie scelte.</em></p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;">L’impatto ambientale dei resi</span></h2>
<p>Secondo il Global Web Index, le persone di età compresa tra i 25 e i 44 anni che hanno spedito indietro gli articoli acquistati nell’arco di un anno sono circa il <strong>70%</strong>.<br />
A causa dei resi, solo negli Stati Uniti, il settore dell’e-commerce genera annualmente circa 5 miliardi di chili di rifiuti e 15 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Globalmente, il ciclo di acquisto e reso compulsivo, incentivato dalla gratuità dell’opzione, ha un impatto ancora più devastante, soprattutto per ragioni riconducibili al<strong> packaging</strong> e ai <strong>trasporti</strong>.<br />
Altri studi recenti ci dicono che i trasporti contribuiscono al 15% delle emissioni di gas serra del commercio elettronico, mentre il packaging rappresenta addirittura il 75% delle emissioni. Il tasso medio di reso si attesta al 14%, ma per i grandi player dell’e-commerce può raggiungere addirittura il 50%, con un impatto ambientale connesso pari al 9% delle emissioni di gas serra per ogni ordine di acquisto.<br />
A livello di settore, <strong>è l’industria dell’abbigliamento a performare peggio</strong>: un’indagine realizzata da McKinsey poco prima della pandemia ha evidenziato un tasso di restituzione del 25 percento per l’abbigliamento sui canali e-commerce rispetto al 20 percento complessivo.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I serial returner</span></h2>
<p>Il reso gratuito ha dato vita a una nuova categoria di consumatori: i <strong>serial returner</strong>, che comprano volontariamente più di quello che intendono tenere. Secondo due indagini analoghe di Barclayscard e Narvar, la percentuale si attesta rispettivamente attorno al 30% e al 40% degli acquirenti online. Alcuni clienti scelgono diverse versioni di uno stesso prodotto – colori e taglie, per lo più – per scegliere comodamente a casa e restituire poi quello che non convince.</p>
<p>Rientrano nella categoria, ma con caratteristiche tutte proprie, i <strong>wardrober</strong> – che acquistano un capo con l’intenzione di indossarlo per una serata e restituirlo l’indomani – e i <strong>social media wardrober</strong>: influencer o aspiranti tali che comprano vestiti e accessori da abbinare e sfoggiare sui social con l’hashtag <strong>#OOTD</strong> (outfit of the day).</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Amazon e gli altri</span></h2>
<p><strong>Amazon</strong>, il colosso dell’e-commerce fondato da Jeff Bezos, ha introdotto politiche di reso gratuito che hanno contribuito a normalizzare tra i consumatori il comportamento di reso compulsivo. Incluso il tipo che non dipende da qualche difetto del prodotto o magari da un errore di taglia, ma dal fatto che, semplicemente, si è cambiata idea.<br />
Secondo la National Retail Federation americana, nel 2022 i clienti hanno restituito circa il 17% della merce acquistata su Amazon, per un totale di 816 miliardi di dollari. Come abbiamo visto, però, la comodità del reso gratuito ha costi ambientali enormi.</p>
<p>Per farsene un’idea più precisa, basta seguire <em>step by step</em> il viaggio che fa, ad esempio, una maglietta dal momento dell’ordine.<br />
Il processo inizia con l’imballaggio e la spedizione del capo dal magazzino al centro di smistamento, attraverso camion o aerei che producono gas inquinanti. Una volta ricevuto il pacco, se l’articolo non soddisfa le aspettative del consumatore può essere restituito anche senza motivi oggettivi.<br />
La maglietta torna dunque in magazzino, il pacco viene disimballato e ispezionato. Anche se il capo è integro e inutilizzato, non può essere rimesso in vendita come nuovo, per cui le opzioni si riducono fondamentalmente a due: il rivenditore lo restituisce al fornitore dietro una commissione, oppure lo smaltisce, opzione molto comune perché è lo stesso sistema informatico a suggerirla come più economica. Sempre McKinsey ci dice che il 10% degli articoli moda – abiti e scarpe femminili, in particolare – finiscono in discarica.</p>
<p>Amazon informa di aver introdotto <strong>politiche di gestione dei resi molto più sostenibili</strong>: quando un prodotto non può essere rivenduto, la priorità è donarlo, altrimenti se ne valuta il riciclo. L’inceneritore? Solo in casi limite.<br />
Sui resi gratuiti, stanno facendo retromarcia anche altri nomi importanti come <strong>Zara</strong>, <strong>H&amp;M</strong>, <strong>J.Crew</strong>, <strong>Anthropologie</strong>, <strong>Abercrombie &amp; Fitch</strong>&#8230; Le motivazioni non hanno a che fare solo con l’etica: secondo il <em>Wall Street Journal</em>, le aziende coinvolte perdono almeno il 50% del margine sui resi in spese per trasporti, stoccaggio, controlli, eventuali lavaggi e packaging.<br />
Un recente report del British Fashion Council ha calcolato in 7 miliardi di sterline il costo dei resi nel 2022 per l’e-commerce del settore moda. Una perdita notevole di profitto, considerato che circa la metà degli articoli restituiti vengono rimessi in vendita scontati del 40%. E un’eccellente ragione per incoraggiare i brand a rivedere le proprie policy, cominciando e ad addebitare ai clienti parte dei costi di gestione dei resi dovuti ad acquisti online sbagliati. Nel Regno Unito questo <strong>ticket di restituzione</strong> è pari a 1,95 sterline, mentre in Australia si aggira intorno agli 8 dollari.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Soluzioni e best practice</span></h2>
<p>Secondo Statista, nel 2026 le vendite nel settore dell’e-commerce cresceranno globalmente fino a 8,148 miliardi di dollari in tutto il mondo (nel 2014 si attestavano intorno a poco più di 1 miliardo). È evidente da questi numeri che nemmeno un gigante come Amazon è in grado da solo di fare la differenza. <strong>Serve un intervento a più livelli</strong> che coinvolga consumatori, venditori, autorità e società civile.</p>
<p>I <strong>consumatori</strong> hanno bisogno di essere educati sui danni dei resi compulsivi gratuiti, vanno incoraggiati a fare <strong>acquisti più consapevoli</strong> e a tradurre le proprie buone intenzioni in comportamenti coerenti.<br />
I <strong>venditori</strong>, per parte loro, dovrebbero <strong>limitare o eliminare i resi gratuiti</strong>, dando informazioni precise sui prodotti e adottando accorgimenti in grado di prevenire e limitare i casi di restituzione: per l’abbigliamento, ad esempio, foto e video di alta qualità capaci di “catturare” i dettagli, recensioni dei clienti e indicazioni sulla vestibilità dei modelli sembrano produrre risultati incoraggianti.</p>
<p>E poi c’è la nuova frontiera dei <strong>camerini virtuali</strong>, un mercato per cui si profetizza una crescita fino a quasi 15 miliardi di dollari entro il 2029: avatar 3D in grado di rappresentare digitalmente il nostro corpo ci permetteranno di indossare vestiti e accessori prima di passare alla cassa.</p>
<p><em>Last but not least</em>, l’<strong>intelligenza artificiale generativa</strong>. Sistemi come Fashion Assistant di <strong>Zalando</strong>, per esempio, aprono all’interazione con il negozio virtuale: i clienti possono conversare con l’assistente alle vendite proprio come farebbero in un negozio fisico, utilizzando le proprie parole per fare domande mirate e ricevere suggerimenti utili a finalizzare sì l’acquisto, ma consapevole!</p>
<p>Logica similare per il Virtual Stylist di <strong>Levi’s</strong>, un chatbot sviluppato per migliorare l’esperienza di shopping online e gestire meglio il magazzino modulando le disponibilità in base alla domanda. Disponibile sia sul sito del brand che su Facebook, il Virtual Stylist “intervista” i clienti per capire le loro preferenze sui jeans e suggerire i modelli migliori, mostrando anche immagini di acquirenti che indossano i jeans con caratteristiche simili.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">A ognuno la sua parte</span></h2>
<p>“<em>Il nostro impegno a supporto della filiera produttiva della moda – </em>spiega <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO di <strong>Process Factory</strong> e <strong><a href="https://ympact.life/" target="_blank" rel="noopener">Ympact</a></strong> e ideatrice del sistema <strong><a href="https://www.4sustainability.it/framework-sostenibilita-moda/">4sustainability</a></strong><em> – è fortemente incentrato sulla riduzione d’impatto dei processi che stanno dietro a ogni capo</em>: <em>tagliare i consumi di acqua e di energia e le emissioni di CO<sub>2</sub> in atmosfera, eliminare la chimica tossica e nociva, incrementare la percentuale di materiale riciclato, riutilizzare gli scarti di produzione…<br />
La prospettiva lato consumatore mi sembra meno a fuoco. Dinamiche come quella dei resi nell’e-commerce, per esempio, danno la misura dell’incoerenza con cui facciamo tante scelte di acquisto e cioè senza considerane l’impatto o non avendone proprio coscienza.<br />
I brand possono e devono educare il consumatore a crescere, incoraggiando comportamenti più sostenibili e tornando indietro su politiche che hanno ampiamente dimostrato i propri limiti come quella del reso gratuito.<br />
Anche il consumatore è chiamato però a fare la sua parte. Per crescere in consapevolezza suggerisco la visione della docu-serie </em>Junk <em>di Matteo Ward, l’accento sulle montagne di abiti in Ghana, in Cile, in Indonesia… Ad alimentarle, per lo più, sono i prodotti dell’ultra fast fashion, più economici da gettar via che da ricondizionare”.</em></p>
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		<item>
		<title>VEGANO VS SOSTENIBILE: SCOPRI LE DIFFERENZE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/vegano-vs-sostenibile-scopri-le-differenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2023 11:11:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa vuol dire vegano e cosa sostenibile? I due termini non coincidono affatto, anzi. Consapevolmente o meno, molti brand di [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Cosa vuol dire vegano e cosa sostenibile? I due termini non coincidono affatto, anzi. Consapevolmente o meno, molti brand di moda utilizzano il primo in maniera impropria. E non sono pochi nemmeno i casi di chi si professa vegano senza pari attenzione all’ambiente. Vediamo di mettere ordine per aiutare anche i consumatori a fare scelte di acquisto consapevoli.</em></p></blockquote>
<p>Che cos’è la <strong>moda vegana</strong>? Semplicemente, una moda fatta di abiti e accessori prodotti senza far del male agli animali, utilizzando materiali e processi che non ne mettano a rischio la salute e la vita. In sostanza, un capo di abbigliamento, una borsa, un paio di scarpe… possono definirsi vegani se realizzati senza alcun impiego di lana, seta, pelle e pelliccia.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Vegano e sostenibile sono la stessa cosa?</span></h2>
<p>È abbastanza intuitivo che <strong>vegano non significa né ecologico né sostenibile</strong>. Il PVC, per esempio, è una scelta perfettamente vegana, ma la tossicità del materiale, il suo impatto sull’ambiente sono ben documentati.</p>
<p>La prima distinzione da fare è fra <strong>etica e sostenibilità</strong>. L’etica riguarda ad esempio i diritti e il benessere dei lavoratori, ma anche il tema dello sfruttamento degli animali: è ciò che ci consente di scegliere fra ciò che riteniamo giusto e ingiusto.</p>
<p>La sostenibilità correttamente intesa – tenendo cioè conto delle sue tre dimensioni ambientale, sociale ed economico-organizzativa – comprende l’etica, ma anche aspetti-chiave quale gli impatti della produzione sull’ambiente e, dunque, le risorse consumate, i processi, la gestione delle sostanze chimiche e dei rifiuti…</p>
<p>Una persona vegana può trovare sbagliato indossare un capo in pelle che un tempo era un essere vivente perché la <em>sua </em>sensibilità e la <em>sua</em> etica gli impediscono di farlo. È una posizione comprensibile e rispettabile, ma stiamo parlando di etica, non di sostenibilità.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Vegano e Cruelty Free sono sinonimi?</span></h2>
<p>Si fa spesso confusione anche sull’espressione <strong>Cruelty Free</strong>, che non è necessariamente un requisito della moda vegana. Cruelty Free fa infatti riferimento solo ai test sugli animali e al modo in cui vengono trattati: senza crudeltà, appunto. Un prodotto non testato sugli animali, dunque, è a tutti gli effetti Cruelty Free, ma può comunque contenere degli ingredienti di origine animale.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">La moda vegana è amica del pianeta?</span></h2>
<p>Difficile liquidare la domanda con un sì o con un no. Se guardiamo solo alle <strong>emissioni di CO<sub>2</sub></strong> causate dai materiali di origine animale rispetto a quelle prodotte dalle alternative vegane, la risposta è generalmente sì. Le <strong><a href="https://www.4sustainability.it/impronta-ambientale-dei-prodotti-il-metodo-lca/">valutazioni basate sul ciclo di vita dei prodotti</a></strong> mostrano che la produzione della pelle di origine bovina comporta emissioni di gas serra più elevate rispetto, per esempio, a quelle derivanti dalla produzione di cotone o poliestere.</p>
<p>Alcune di queste emissioni provengono dal metano prodotto delle mucche attraverso la digestione, altre dalla produzione di cibo e dalla deforestazione collegata alla <strong>catena di approvvigionamento della pelle</strong>. Problemi simili ci sono per la lana e la seta, che hanno bisogno di quantità importanti di energia per essere lavorate e concorrono dunque al <strong>riscaldamento globale</strong> più di alternative sintetiche come il poliestere e l’acetato.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Durabilità, fine vita… Chi vince?</span></h2>
<p>Per trarre una conclusione intellettualmente onesta sul confronto vegano <em>versus</em> sostenibile, bisogna <strong>considerare tutti i punti di vista</strong>, inclusa la parte per cui – studi comparati alla mano – un bene in pelle dura mediamente di più del corrispondente prodotto con materiale sintetico. Idem per un maglione di lana messo a confronto con alternative vegane come il cotone, il poli-cotone e il poliestere: a livello di durabilità, performa meglio la lana.</p>
<p>Altro tema rilevante è quello delle <strong>microplastiche</strong> rilasciate nei corsi d’acqua durante il lavaggio dei capi sintetici. E poi c’è la gestione del fine vita, che per i capi e accessori con componenti sintetiche pone qualche problemino. Non fanno eccezione alternative a base vegetale della pelle come <strong>Piñatex</strong>, o <strong>Mylo</strong>, prodotti rispettivamente da scarti dell’ananas e da funghi: entrambi presentano delle componenti sintetiche e non sono dunque completamente biodegradabili. Il che, tuttavia, è vero anche per certa pelle di origine animale, la cui <strong>biodegradabilità</strong> dipende dal processo di concia adottato per trattarla.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Quali conclusioni trarre?</span></h2>
<p>Con tante variabili di cui tenere conto, alla fine non vince nessuno, perché <strong>non esiste un’opzione in assoluto migliore</strong>. La questione è soprattutto culturale e coinvolge tutti gli stakeholder del sistema, compresi i consumatori che possono spingere in una direzione o nell’altra con le loro scelte d’acquisto.</p>
<p>“<em>Come per molti aspetti di sostenibilità, semplificare rischia di essere solo un aiuto al greenwashing. E il confronto fra prodotti con caratteristiche vegane e prodotti a ridotto impatto ambientale non fa eccezione</em>”, spiega <strong>Giovanni Graziani</strong>, Consulente <strong><a href="https://www.processfactory.it/">Process Factory</a></strong> specializzato in Environmental Footprint e LCA Analyses. “<em>Dobbiamo considerare tutte le variabili della sostenibilità per tendere a prodotti idealmente in grado di raccontare la propria storia, dando evidenza di informazioni sulla catena di fornitura, i modelli di produzione, le materie prime, l’uso della chimica, l’attenzione alle persone…</em>”.</p>
<p>L’obiettivo più sensato è lavorare insieme per <strong>rendere sostenibili <em>tutti </em>i materiali e <em>tutti </em>i prodotti</strong>, <strong>vegani e non vegani</strong>. A quel punto, usare capi e accessori di origine animale o meno sarà davvero una scelta etica personale.</p>
<p>“<em>Pensiamo a un prodotto composto da materie prime sì di origine animale, ma provenienti da filiera di recupero</em>”, prosegue Giovanni. “<em>Non potremmo considerare questo approccio sia sostenibile che etico? Chiaro che bisogna poter contare su strumenti di lavoro credibili in grado di gestire la complessità. Come il <strong>framework 4sustainability®</strong>, fra gli altri</em>”.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>AZIENDE 4SUSTAINABILITY: CHE NUMERI!</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/aziende-4sustainability-che-numeri/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 13:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[aziende 4S]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ratti, Girani, Servizi e Seta&#8230; La famiglia delle aziende 4sustainability si arricchisce ogni giorno di nuovi nomi! E sono sempre di più anche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/aziende-4sustainability-che-numeri/">AZIENDE 4SUSTAINABILITY: CHE NUMERI!</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>Ratti, Girani, Servizi e Seta&#8230; La famiglia delle aziende 4sustainability si arricchisce ogni giorno di nuovi nomi! E sono sempre di più anche le imprese che conquistano il livello Excellence su uno o più pillar del framework.</em></p></blockquote>
<p>Sai qual è la sezione più vista del sito 4sustainability, <strong>Home Page</strong> a parte? Le pagine che si contendono ogni mese i primi tre posti in classifica sono diverse, ma la gallery delle <strong>Aziende 4s</strong> non manca mai. Nel tempo, è diventata un riferimento importante per chi, brand in testa, voglia verificare il livello di autorevolezza del percorso di sostenibilità intrapreso dalle aziende della filiera; per le aziende della filiera, <em>the place you must be</em> per dare evidenza al mercato del proprio impegno concreto per la <strong>riduzione degli impatti</strong>.</p>
<p>Parlano i <strong>numeri</strong>: quelli che misurano e comunicano le performance delle aziende che aderiscono al framework e quelli delle visualizzazioni della pagina in cui le aziende sono citate, con l’indicazione dei <strong>pillar attivati</strong> e del relativo <strong>livello di implementazione</strong> raggiunto.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Fuori i nomi</span></h2>
<p>Sono tantissime le realtà già censite, al netto di quelle a cui non è stato ancora rilasciato il livello di implementazione del pillar o dei pillar attivati. Impossibile citarle tutte, anche perché se ne aggiungono di nuove ogni giorno. Tra le ultime in ordine di tempo, <strong>Ratti</strong>, <strong>Servizi e Seta</strong>, <strong>Girani Tessuti</strong>, <strong>Floridi Group</strong>, <strong>Bianchi e Nardi</strong>, <strong>Tessitura Pertile</strong>, <strong>Tintoria Lariana</strong>… C’è chi parte con una sola iniziativa sulla base delle priorità individuate in fase di primo assessment e chi opta subito per una strategia multi pillar, una scelta di campo eloquente anche a livello comunicativo.</p>
<p>“<em>Finalmente abbiamo trovato il partner per valorizzare il nostro impegno per la sostenibilità, che ci garantisce anche sulla strada più corretta da prendere</em>”, afferma <strong>Alberto Enoch</strong>, CEO di Servizi e Seta. “<em>Essere green è un’espressione culturale, uno stile di vita… ma i progetti hanno bisogno di un presidio serio e di una comunicazione all’altezza</em>”.</p>
<p>Anche tra le adesioni della prima e della seconda ora, si moltiplicano le situazioni di chi è partito dal <strong><a href="https://www.4sustainability.it/chemical-management/">CHEM</a></strong> – primo nucleo del framework – e si ritrova oggi impegnato su più pillar, ben interpretando un approccio alla sostenibilità che per dirsi strutturato dovrebbe comunque arrivare a comprendere tutte le dimensioni rilevanti per l’industria della moda. A quota 5 pillar su 6 citiamo fra gli altri <strong>Lanificio dell’Olivo</strong> e <strong>Botto Giuseppe</strong> e la lista si allunga se consideriamo chi è già a quota 3 o 4.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Prestazioni d&#8217;eccellenza</span></h2>
<p>E parliamo dei migliori, manifatture e lavorazioni che hanno raggiunto il livello Excellence nella creazione di un sistema di gestione delle sostanze chimiche impiegate in produzione. Sono oltre 20, distribuite in tutti i principali distretti italiani della moda: <strong>Successori Reda</strong>, <strong>Creazioni Digitali</strong>, <strong>Jersey Mode</strong>… E ancora <strong>Jackytex</strong>, <strong>Menchi Tessuti</strong>, <strong>Lanificio Bigagli</strong>, con l’Excellence raggiunto sul CHEM e un notevole Advanced su <strong><a href="https://www.4sustainability.it/materials/">MATERIALS</a></strong>.</p>
<p>“<em>Nessuno si dispiaccia della mancata citazione: anche per noi è diventato difficile rappresentare nella sua completezza la filiera che sceglie 4sustainability per realizzare il suo percorso di cambiamento</em>”, spiega <strong>Francesca Rulli</strong>. “<em>Ogni relazione stretta o consolidata, oggi progetto portato avanti è un tassello fondamentale nella costruzione di un percorso comune. E questo conta moltissimo, per noi. Perché più la sostenibilità accelera, più le aziende dimostrano di saper cogliere i vantaggi di un sistema unico e strutturato allineato agli standard e alle metodologie globalmente più accreditate, oltre che alle priorità del mercato. Soddisfatti? Di più: orgogliosi”.</em></p>
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			</item>
		<item>
		<title>ADVISORY BOARD 4SUSTAINABILITY, L’ANNO DELLA MATURITÀ</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/advisory-board-4sustainability-l-anno-della-maturita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Dec 2022 11:09:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=97555</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’Advisory Board 4sustainability ha chiuso con soddisfazione il suo primo anno di lavoro. L’ultima riunione del 2022 è servita anche [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/advisory-board-4sustainability-l-anno-della-maturita/">ADVISORY BOARD 4SUSTAINABILITY, L’ANNO DELLA MATURITÀ</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p><em>L’Advisory Board 4sustainability ha chiuso con soddisfazione il suo primo anno di lavoro. L’ultima riunione del 2022 è servita anche a fare il punto sulle attività svolte fino a qui e ad impostare gli obiettivi di una nuova stagione all’insegna della crescita. Su tutti i fronti.</em></p></blockquote>
<p>L’Advisory Board 4sustainability è una <em>task force</em> a supporto della metodologia 4sustainability, <strong>un laboratorio di idee per accompagnare l’evoluzione del framework</strong> catturando il valore implicito nella <strong>collaborazione fra gli stakeholder</strong> del fashion &amp; luxury.<br />
Al di là delle sue funzioni dichiarate di ascolto e confronto, ha obiettivi anche più ambiziosi, amplificati dalla centralità crescente della sostenibilità – e di una produzione moda sostenibile, in particolare – nelle agende di tutti gli attori del sistema. L’esplosione della tematica, infatti, ha gravato la filiera di richieste da parte dei brand sempre più pressanti e, ahimè, disomogenee. Con tutte le difficoltà di risposta che questo genera ad aziende già alle prese con i rincari di energia e materie prime.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Unità di visione e tecnologia per cambiare davvero</span></h2>
<p>Un sistema che funziona ha bisogno di un linguaggio comune, di metodi e obiettivi condivisi!<strong> Mercato, legislatore, opinione pubblica</strong>… tutto spinge verso questo approccio assolutamente necessario, se vogliamo presidiare gli aspetti-chiave della misurazione delle performance per la riduzione d’impatto. È la sfida che i brand devono affrontare riconoscendo il ruolo decisivo che svolge in questo senso la filiera e accettandone la complicità.</p>
<p>L’Advisory Board 4sustainability si è occupato anche di output e cioè delle attività altrettanto essenziali di rendicontazione, dei dati da agganciare al prodotto, di strumenti di comunicazione… E di come la <strong>tecnologia</strong> possa supportare la raccolta, la gestione e la condivisione efficiente delle informazioni qualitative e quantitative su cui si fonda la credibilità del cambiamento.</p>
<p>Il framework 4sustainability, naturalmente, ha occupato estesamente il lavoro del Board. Obiettivo ultimo, lo sviluppo e la crescita del sistema in termini di accessibilità, efficacia e autorevolezza. Nel 2022, si sono revisionate le metriche dei pillar e il loro allineamento alle iniziative, alle metodologie e alle linee guida globalmente più accreditate: <strong>ZDHC</strong> per la chimica, <strong>Textile Exchange</strong> per i materiali, <strong>GHG Protocol</strong> per il calcolo dell’impronta idrica (Water Footprint) e di carbonio (Carbon Footprint), ecc. Unico pillar le cui metriche sono ancora in fase di test è CYCLE, ma l’impegno del Board è arrivare alla costruzione di un <strong>indice di circolarità </strong>già nei primi mesi del 2023.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Dall&#8217;ambizione al progetto</span></h2>
<p>“<em>È stato un anno fondamentale per l’evoluzione di 4sustainability</em>”, sottolinea <strong><a href="https://www.4sustainability.it/francesca-rulli/">Francesca Rulli</a></strong>. “<em>Il confronto continuo del team con i membri permanenti del Board e con i membri ospiti chiamati a rappresentare in alcune riunioni le istanze di brand, organizzazioni internazionali, piattaforme di e-commerce… mi hanno confermato una volta di più l’importanza dello scambio per la crescita. La sensazione è che 4sustainability sia oggi attrezzato per scalare a un livello superiore di riconoscibilità e autorevolezza, che sia entrato in una fase di maturità in cui l’ambizione diventa progetto!&#8221; </em>Da Francesca e <strong>Giuditta Passini</strong>, un grazie speciale agli altri membri effettivi del Board: <strong>Successori Reda</strong>, <strong>Eurojersey</strong>, <strong>Albini Group</strong>, <strong>Lanificio dell’Olivo</strong>, <strong>The ID Factory</strong>, <strong>Valentina Neri,</strong><strong>Alessandro Brun</strong>. Grazie anche a <strong>Chiara Morelli</strong>, <strong>Daniele Massetti</strong>, <strong>Maria Teresa Pisani</strong>… e a tutti gli altri ospiti che accetteranno di contribuire anche solo per il tempo di una riunione allo sviluppo del nostro percorso comune”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/advisory-board-4sustainability-l-anno-della-maturita/">ADVISORY BOARD 4SUSTAINABILITY, L’ANNO DELLA MATURITÀ</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>ADVISORY BOARD 4SUSTAINABILITY® SUBITO AL LAVORO</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/advisoy-board-4sustainability-subito-al-lavoro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2022 13:57:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Advisory Board 4sustainability è ufficialmente operativo! Di cosa si tratta, anzitutto: di una task force a supporto della value proposition [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>L’Advisory Board 4sustainability è ufficialmente operativo! Di cosa si tratta, anzitutto: di una <em>task force</em> a supporto della <em>value proposition</em> e della metodologia 4sustainability, un laboratorio di idee per accompagnare l’evoluzione del framework catturando il valore aggiunto implicito nella collaborazione fra gli stakeholder del fashion &amp; luxury.</p></blockquote>
<p>Aperto ai rappresentanti del mondo accademico e dell’associazionismo, dei brand, delle aziende della filiera e dei consumatori finali, l&#8217;Advisory Board Board si propone come luogo di ascolto e di confronto sui temi della sostenibilità rilevanti per il settore, gli stessi presidiati dalle iniziative della <span style="color: #99b812;"><strong><a style="color: #99b812;" href="https://www.4sustainability.it/4-sustainability/">roadmap 4sustainability</a></strong></span>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Perché un Advisory Board</strong></span></h2>
<p>La costituzione di un Advisory Board era un passo inevitabile, potremmo dire quasi fisiologico… Dopo aver testato il framework 4sustainability su quasi <strong>200 realtà della filiera italiana</strong> e averne verificato la funzionalità e la coerenza con gli standard e le iniziative internazionali più autorevoli e diffusi; dopo aver raccolto dalle aziende <strong>migliaia di informazioni e dati di misurazione</strong> delle performance di sostenibilità, dati che restituiscono un quadro più che interessante in termini di crescita sostenibile; dopo aver registrato <strong>riconoscimenti diffusi dal mercato</strong> sull’autorevolezza del sistema… Dopo tutto questo, abbiamo ritenuto doveroso creare un organismo idoneo a far crescere 4sustainability come sistema collaborativo di misurazione e miglioramento dell’impatto della filiera moda in linea con le normative in arrivo, le esigenze del mercato e le metodologie di implementazione.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Work in progress</strong></span></h2>
<p>La costituzione formale dell’Advisory Board ha dato luogo a un piano di riunioni fra stakeholder, tra cui <strong>membri permanenti</strong> – in rappresentanza della filiera moda, del mondo accademico e della ricerca, dei consumatori e del settore IT – e <strong>membri ospiti</strong>, in rappresentanza di brand internazionali del fashion &amp; luxury e di piattaforme nazionali e internazionali di e-commerce, invitati di volta in volta per allargare ulteriormente il confronto. Diverse le presenze già confermate per le prossime riunioni in calendario.</p>
<p>Siamo orgogliosi di poter contare per questo primo anno di attività sul contributo dei seguenti membri effettivi in affiancamento al team 4sustainability: <strong>Successori Reda</strong>, <strong>Eurojersey</strong>, <strong>Albini Group</strong> e <strong>Lanificio dell&#8217;Olivo</strong> per la filiera, <strong>Valentina Neri</strong> per il consumatore, <strong>Alessandro Brun</strong> per il mondo accademico, <strong>The ID Factory</strong> per i provider IT.</p>
<p>Il primo meeting del Board tenutosi nei giorni scorsi si è incentrato sulla valutazione dei bisogni a cui il framework 4sustainability deve dare risposta, sui vincoli e le opportunità del mercato, le tendenze e le metodologie da integrare e gli output da restituire.<br />
Quali sono e quali saranno i bisogni da presidiare? A quali vincoli e rischi bisogna prestare particolare attenzione? Quali partnership vanno coltivate nel tempo in quanto strategiche?<br />
Quali sono i trend (sociali, tecnologici, legislativi…) e i trend-setter da tenere sotto osservazione?<br />
Il dibattito e i contributi del gruppo di lavoro hanno permesso di validare gli elementi fondamentali dell’attuale <em>value proposition</em> come <strong>sistema unico di misurazione degli impatti di filiera finalizzata al loro miglioramento</strong> e di individuare nuove opportunità di sviluppo e affinamento rispetto alle esigenze del futuro.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La direzione è il cambiamento</strong></span></h2>
<p>“<em>L&#8217;esperienza </em>– commenta con orgoglio <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>ci conferma ogni giorno quanto la modalità collaborativa sia la strada più giusta per crescere. Tutto quello che siamo riusciti a costruire fin qui e il cambiamento che siamo impegnati a supportare attraverso metodi e strumenti strutturati deriva dall’ascolto continuo degli stakeholder diretti e indiretti. Solo proseguendo sulla strada della condivisione, della collaborazione e della sistematizzazione degli sforzi verso obiettivi comuni potremo migliorare nel tempo la nostra capacità di portare valore alla trasformazione del sistema moda. Grazie al primo Board 4sustainability per aver scelto di contribuire a questo entusiasmante percorso!</em>”</p>
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		<title>GIOVANI E COMPORTAMENTI D&#8217;ACQUISTO, FOCUS SULLA (IN)SOSTENIBILITÀ DEL FASHION</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/giovani-e-comportamenti-d-acquistco-focus-sulla-insostenibilita-del-fashion/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Apr 2022 12:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=97250</guid>

					<description><![CDATA[<p>S’intitola The young consumer and a path to sustainability il report pubblicato a febbraio da Credit Suisse Research Institute (CSRI) [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>S’intitola <em>The young consumer and a path to sustainability</em> il report pubblicato a febbraio da Credit Suisse Research Institute (CSRI) sul modo in cui i consumatori più giovani interpretano e vivono il cambiamento climatico attraverso i loro comportamenti d&#8217;acquisto. Gli intervistati sono 10mila fra i 16 e i 40 anni, provenienti da Brasile, Cina, Francia, Germania, India, Messico, Regno Unito, Svizzera, Sud Africa e Stati Uniti. Un campione che rappresenta già oggi il 48% della spesa globale dei consumatori ma che, secondo le stime, potrebbe crescere fino al 69% entro il 2040.</p></blockquote>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Chi sono e dove vivono i consumatori più attenti alla sostenibilità</strong></span></h2>
<p><strong>Eugène Klerk</strong>, responsabile Global ESG &amp; Thematic Research di <a href="https://www.credit-suisse.com/media/assets/corporate/docs/about-us/research/publications/csri-the-young-consumer-and-a-path-to-sustainability.pdf" target="_blank" rel="noopener"><strong>Credit Suisse</strong></a>, sottolinea il dato ormai acquisito per cui i giovani prendono molto più sul serio la <strong>questione climatica</strong> rispetto alle generazioni precedenti, comprendendone la gravità e preparando la strada verso il cambiamento. “<em>I Millennials</em> – rileva – <em>conoscono e s’ispirano all’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile più della Generazione Z, mentre i consumatori dei mercati emergenti si dimostrano a sorpresa più impegnati sul fronte ambientale di quelli dei mercati più sviluppati</em>”.</p>
<p>Altra evidenza poco scontata è che in Messico, India e Cina vive la quota più alta di consumatori attenti all&#8217;ambiente, disposti ad accettare norme più rigide, a pagare un prezzo maggiore per prodotti più sostenibili e a dirottare i propri acquisti su alternative <em>green</em>. Per i giovani consumatori di Francia, Germania e Stati Uniti sembra delinearsi la tendenza contraria.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I timori per il futuro</span></h2>
<p>Dalla ricerca emerge <strong>un</strong> <strong>alto livello di ansia</strong> tra i consumatori più giovani: la maggioranza assoluta del campione si dice infatti preoccupato o molto preoccupato per l&#8217;ambiente. E la <strong>fiducia in un futuro più sostenibile</strong> è bassa: la percentuale di chi ritiene possibile il raggiungimento degli obiettivi di lungo termine di lotta al cambiamento climatico non arriva nemmeno al 30%. Una voce positiva è invece l’intenzione, dichiarata da un corposo 75% di giovani, di assumere abitudini più sostenibili. Il 25% cercherà di convincere amici e familiari a fare lo stesso… Con quali risultati è tutto da vedere.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">A lezione di moda sostenibile</span></h2>
<p>Per mostrare le cose da prospettive diverse e contribuire a un cambiamento positivo, la <strong>conoscenza </strong>è sempre la base. Assunto che emerge con forza anche dall’indagine di Credit Suisse: il 60% dei consumatori intervistati avanza la necessità di <strong>affrontare questi temi a scuola</strong>, tanto più alla luce della correlazione provata fra livello di istruzione e impegno sulle varie dimensioni della sostenibilità.</p>
<p>Un altro fronte strategico è quello della divulgazione, che significa poi avvicinare un pubblico quanto più ampio possibile a tematiche complesse, ma con implicazioni tangibili nella vita di tutti noi. In questa direzione va il libro di <strong>Francesca Rulli <a href="https://www.4sustainability.it/francesca-rulli/"><em>Fashionisti consapevoli. Vademecum della moda sostenbile</em></a> </strong>(Dario Flaccovio Editore), che si rivolge ai consumatori attraverso un linguaggio il più semplice possibile facendo luce su tanti aspetti poco noti o male intesi della moda sostenibile.<br />
“<em>Se con questo volume avrò guadagnato alla causa anche solo un lettore, avrò raggiunto l’obiettivo</em>”, rileva l’autrice, CEO di <strong>Process Factory</strong> e ideatrice del framework <strong>4sustainability®</strong>. Starà a ciascuno di noi, naturalmente, decidere poi se essere o meno parte attiva del cambiamento.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Comportamenti d&#8217;acquisto: dove stiamo andando?</span></h2>
<p>Partiamo con le note dolenti: per un quarto degli intervistati, le questioni ambientali non hanno influenzato né la frequenza, né le scelte d’acquisto. Se prendiamo in considerazione il campione, c’è di buono che il 37,8% di chi vive nei mercati sviluppati e il 41,1% di chi vive nei mercati emergenti dichiara di aver cominciato effettivamente a comprare meno capi nuovi. Sintomo (speriamo) di una <strong>maggiore consapevolezza</strong> dell&#8217;impatto enorme che la moda ha sull&#8217;ambiente.<br />
Lo confermerebbero anche altri dati come quello relativo alle intenzioni di acquisto più orientate all’etica delle nuove generazioni: il 60% sarebbe incline a <strong>passare ad alternative sostenibili</strong> e il 25% a non comprare più moda in-sostenibile. Il 20%, purtroppo, ammette di non voler considerare temi ambientali o sociali nei propri acquisti futuri. E soprattutto su questa quota bisognerà lavorare.</p>
<p>I giovani dei mercati sviluppati, secondo il sondaggio, sono più netti nel “condannare” il sistema della moda come non sostenibile dei loro coetanei dei paesi emergenti, ma un po’ meno preoccupati per l’ambiente, un po’ meno propensi a pagare un surplus per capi a contenuto maggiore di sostenibilità. Sembra un paradosso, ma non sempre c’è coerenza, d’altra parte, fra ciò che sappiamo o pensiamo e il modo in cui ci comportiamo: chi fuma è ben consapevole dei rischi che corre, eppure spesso e volentieri non ha alcuna intenzione di smettere.</p>
<p>Un’altra evidenza interessante riguarda l’influenza che la <strong>comunicazione </strong>può esercitare sui comportamenti d’acquisto. Nei mercati emergenti, il 55% circa degli intervistati utilizza i social media come fonte d’informazione, per farsi un’idea sui prodotti di moda e/o sui brand. Il che se da una parte aumenta le possibilità di reperire informazioni utili, dall’altra amplifica il concetto di responsabilità legata alla <strong>trasparenza</strong> e alla veridicità di ciò che si comunica.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Il fast fashion perde colpi</strong></span></h2>
<p>Sembrava inarrestabile il fenomeno della fast fashion, quel modello di produzione e consumo di massa che vive sulla <strong>proposta continua di nuovi capi a prezzi ridotti</strong> e sulla stimolazione dell’impulso all’acquisto. Design allettante, investimento minimo e vita breve… con ovvie ripercussioni sul clima e sull’ambiente. Per una serie di concause, il trend sarebbe oggi in brusca frenata. “Colpa” della pandemia da Covid-19, del rincaro delle risorse energetiche, ma anche delle <strong>mutate sensibilità dei consumatori.</strong> La studio di Credit Suisse parrebbe confermare: nei mercati sviluppati, i giovani dicono di voler comprare meno fast fashion (-13%) e meno luxury fashion (-2,2%), per orientarsi più volentieri verso <strong>servizi di noleggio</strong> (5,9%) e abbigliamento di<strong> seconda mano </strong>(31,0%). Situazione diversa per i mercati emergenti, in cui la domanda di fast fashion è tutt’altro che in declino: i redditi mediamente bassi certo non favoriscono l’acquisto di capi più sostenibili e ancora di base più cari.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Tiriamo le somme</strong></span></h2>
<p>Fra tendenze delineate e <strong>apparenti paradossi</strong>, una cosa è chiara: la comprensione e l’indirizzamento delle inclinazioni d’acquisto dei giovani consumatori verso prodotti più sostenibili è uno dei <strong>fattori di accelerazione</strong> più potenti nella trasformazione dei modelli di produzione del fashion, secondo nemmeno alla spinta delle <strong>normative di prossima pubblicazione</strong> sulla materia.<br />
“<em>Quello che possiamo osservare guardando all’Italia è che le aziende stanno rafforzando gli investimenti</em>”, rileva Francesca Rulli. “<em>È in atto un processo virtuoso per cui sempre più imprese implementano azioni di riduzione di impatto ambientale e di valorizzazione delle risorse umane, contribuendo con le loro performance alla sostenibilità di una filiera che i brand mostrano oggi di saper riconosce e premiare</em>”.</p>
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		<title>MATERIE PRIME SOSTENIBILI, OCCHIO ALLE PATENTI</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/materie-prime-sostenibili-occhio-alle-patenti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2022 12:22:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[materie prime]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cotone, lana, poliestere… Non c’è materiale che, durante il suo ciclo produttivo, non generi un qualche impatto ambientale e sociale. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Cotone, lana, poliestere… Non c’è materiale che, durante il suo ciclo produttivo, non generi un qualche impatto ambientale e sociale. E di questi impatti dobbiamo essere coscienti, se vogliamo fare la nostra parte per una moda più sostenibile. Con una premessa a monte: dare una patente di sostenibilità alle materie prime per definire con certezza se una sia meglio dell’altra non ha letteralmente senso.</p></blockquote>
<p>Poiché  ogni fibra ha le sue peculiarità e si presta ad alcuni usi e non ad altri, stilare una classifica di <a title="sostenibilità" href="https://www.4sustainability.it/la-sostenibilita-come-visione/">sostenibilità</a> sarebbe impossibile, oltre che superficiale. Cosa possiamo fare, allora? In che termini possiamo definire i contenuti di sostenibilità di un materiale? Semplicemente, possiamo elencarne i <strong>vantaggi</strong>, le <strong>criticità</strong> e le <strong>eventuali alternative</strong> meno impattanti, lasciando in secondo piano altri aspetti come costi e caratteristiche tecniche che meritano come ovvio una trattazione a parte.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Difficile comparare</strong></span></h2>
<p>Alle materie prime sono imputabili i due terzi dell’impatto del prodotto in termini di acqua, energia, emissioni, rifiuti e consumo del suolo. Basta questo dato della <strong><a href="https://www.globalfashionagenda.com/">Global Fashion Agenda</a></strong>, il più importante forum internazionale sulla sostenibilità nella moda, per comprendere quanto sia alta la posta in gioco. Ora, la scelta istintiva, nell’intento di <a title="Riduzione Impatto Ambientale Moda" href="https://www.4sustainability.it/impronta-ambientale-dei-prodotti-il-metodo-lca/">ridurre l’impronta ambientale</a> dei nostri acquisti, sarebbe preferire i capi realizzati con fibre naturali. Peccato che la questione sia molto più intricata&#8230;</p>
<p>Prendiamo per esempio il <strong>cotone</strong>, la cui coltivazione impiega circa un quarto degli insetticidi ed erbicidi usati a livello globale. Se venisse completamente sostituito dal <strong>cotone biologico</strong>, il fabbisogno di energia primaria crollerebbe del 62%. Rimpiazzare il <strong>poliestere</strong> vergine con il <strong>poliestere riciclato</strong>, invece, permetterebbe di tagliare fino al 90% l’uso di sostanze tossiche, del 60% il consumo di energia e fino al 40% le emissioni.</p>
<p>Questi numeri ci dicono quanto siano articolate le considerazioni da fare e quanto sia opportuno – alla luce anche di un quadro ulteriormente complicato dalla molteplicità dei <strong>sistemi di misurazione</strong> in uso – che l’industria della moda colga l’invito della Global Fashion Agenda “<em>a concentrarsi sullo sviluppo di nuove materie prime più sostenibili</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>La produzione di fibre</strong></span></h2>
<p>Dalla lettura dell’ultimo report di <strong>Textile Exchange</strong> relativo al 2019 – che non risente quindi degli effetti del Covid – emerge che la produzione globale di fibre ammonta a 111 milioni di tonnellate, una quantità raddoppiata negli ultimi 20 anni e cresciuta del 2,7% rispetto al 2018. Continuando a questo ritmo, di qui al 2030 raggiungerebbe i 146 milioni di tonnellate.</p>
<p>Le <strong>fibre sintetiche</strong> la fanno da padrone. Il poliestere rappresenta da solo il 52% della produzione globale, ma considerando anche il nylon e le altre fibre sintetiche si arriva al 62,9%. Il cotone è secondo in classifica, con una produzione nel 2019 di 25,7 milioni di tonnellate, di cui circa il 25% può essere definito sostenibile. Quanto alle <strong>fibre artificiali cellulosiche</strong> – vale a dire viscosa, acetato, lyocell, modal e cupro – siamo in pieno exploit: fino al 1990 ne venivano prodotte circa 3 milioni di tonnellate all’anno, passate a 7 milioni di tonnellate nel 2019.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Focus su lana e cotone</strong></span></h2>
<p>Per capire meglio pro e contro delle diverse materie prime in ottica sostenibile, stringiamo l’obiettivo su due fibre tessili fra le più utilizzate e familiari anche alla platea dei consumatori: lana a e cotone.</p>
<h3><strong>LANA</strong></h3>
<p>Il principale vantaggio della lana in termini ambientali è che si tratta di una risorsa naturale, rinnovabile e completamente biodegradabile.<br />
Lavorare la lana presenta però dei <strong>limiti</strong> da tenere in considerazione. In fase di <strong>lavaggio</strong>, anzitutto, perché i passaggi indispensabili per purificare la lana ed eliminare gli scarti richiedono un ingente apporto di acqua e sostanze chimiche.</p>
<p>Gli allevamenti intensivi di bestiame contribuiscono ad aggravare la <strong>degradazione del suolo</strong>, accelerando il processo di desertificazione delle aree geografiche già interessate da ondate frequenti di siccità.<br />
Pur essendo una fibra naturale, inoltre, anche la lana ha un’incidenza sui <strong>cambiamenti climatici</strong>. Il metano e il protossido di azoto derivanti dalle deiezioni animali, infatti, sono gas serra.<br />
Dalla dimensione prettamente ambientale a quella etica legata al <strong>benessere degli animali</strong>, il passo è breve. Come facciamo a capire se il nostro maglione è stato realizzato senza maltrattare gli animali? E quali sono le “alternative” sostenibili? Possiamo individuare tre grandi famiglie.</p>
<h3><strong>Lana biologica</strong></h3>
<p>Proviene da allevamenti in cui gli animali sono lasciati liberi di muoversi, nutriti con mangimi biologici e curati con metodi naturali, senza il ricorso indiscriminato agli antibiotici. Il riferimento principe è l’insieme delle cinque libertà fondamentali dell’animale codificate nel 1979 dal <strong>Farm Animal Welfare Council (FAWC)</strong>, lo schema certificativo più diffuso il <strong>Global Organic Textile Standard (GOTS)</strong>.</p>
<h3><strong>Lana responsabile</strong></h3>
<p>La certificazione più nota si chiama <strong>RWS (Responsible Wool Standard)</strong>, è stata sviluppata da Textile Exchange e fa leva sul concetto di catena di custodia: se notiamo il marchio RWS sull’etichetta del nostro maglione, questo significa in linea di massima che gli step della produzione sono stati certificati. Simili alla certificazione RWS, perché accomunati dalla stessa attenzione al welfare animale, vi sono altri schemi verificati attraverso audit di terza parte, come il neozelandese <strong>ZQ</strong>, <strong>Nativa</strong>, <strong>Schneider</strong>, <strong>SustainaWool </strong>e altri ancora.</p>
<h3><strong>Lana riciclata</strong></h3>
<p>Più che di lana riciclata, dovremmo parlare tecnicamente di lana rigenerata, cioè realizzata con materia prima ottenuta dal riuso di rifiuti con destinazione identica rispetto a quella della sua “prima vita”. Due i grandi vantaggi in termini di sostenibilità: si riduce il fabbisogno di materie prime vergini e si evita la fase di tintura, con tutto il prevedibile risparmio di acqua e prodotti chimici che si porta dietro. Come schemi certificativi di riferimento, citiamo tra gli altri ancora GOTS e <strong>Recycled Claim Standard (RCS)</strong>.</p>
<h3><strong>COTONE</strong></h3>
<p>Quando dobbiamo scegliere una tutina per neonato, un set di lenzuola o una t-shirt, il consiglio della nonna è sempre lo stesso: controllare sull’etichetta che siano di puro cotone. Sulle proprietà di questa fibra naturale – fresca, traspirante, resistente e ipoallergenica – siamo tutti d’accordo. Che dire, però, della sostenibilità?<br />
Trattandosi di una fibra naturale, il cotone è biodegradabile – si decompone in media in un paio di mesi – e questo è per l’appunto uno dei suoi maggiori vantaggi ambientali.</p>
<p>Promettente è anche la possibilità di riutilizzare gli <strong>scarti di produzione</strong>, ad esempio per realizzare materiali fonoassorbenti o isolanti impiegati in edilizia.<br />
Dei contro abbiamo in parte già detto. Le pratiche agricole convenzionali fanno largo uso di <strong>prodotti chimici</strong> per accelerare la crescita delle piante di cotone, prodotti nocivi per la salute dell’uomo che concorrono anche all’impoverimento del suolo. E poi c’è lo spreco immane di acqua, causato, prima ancora che da esigenze di coltivazione, da sistemi obsoleti di <strong>gestione idrica</strong>.</p>
<p>Un capitolo terribile è poi quello dello sfruttamento del <strong>lavoro minorile</strong> e del <strong>lavoro forzato</strong>: milioni di persone impiegate nei campi di cotone senza alcun tipo di tutela.<br />
Le alternative sostenibili, almeno sulla carta, esistono. Proviamo a riassumere le principali.</p>
<h3><strong>Cotone biologico</strong></h3>
<p>Secondo Textile Exchange, il cotone organico o biologico – certificato <strong>Organic Cotton Standard (OCS)</strong> o GOTS, per esempio – consuma il 62% di energia in meno e il 71% di acqua in meno rispetto a quello tradizionale. La differenza sta soprattutto nella fase di coltivazione, perché – fra le altre cose – gli OGM sono vietati, i semi non vengono trattati con sostanze chimiche e si tengono alla larga i parassiti attraverso metodi naturali, invece che attraverso l’uso di diserbanti e pesticidi.</p>
<h3><strong>Cotone riciclato</strong></h3>
<p>La seconda grande famiglia è rappresentata dal cotone riciclato, la cui produzione ha un impatto significativamente inferiore perché non richiede l’impiego di fibra vergine ma utilizza solo materiali pre-consumer (cioè gli scarti di produzione) o post-consumer (cioè gli abiti dismessi).<br />
Se vogliamo accertarci che un capo sia realizzato con materie prime riciclate, possiamo cercare il simbolo di certificazioni come <strong>Global Recycle Standard (GRS)</strong> e RCS.</p>
<h3><strong>Iniziative standard</strong></h3>
<p>Oltre alle certificazioni, esistono anche alcune iniziative svincolate dal prodotto a cui ogni brand è libero di aderire per supportare un modello più sostenibile. La più partecipata in assoluto, incentrata sulla formazione degli agricoltori, è <strong>Better Cotton Initiative (BCI)</strong>. Gli agricoltori imparano a usare in modo più efficiente l’acqua, a prediligere tecniche rispettose dell’equilibrio del suolo e degli habitat naturali, a minimizzare l’uso di sostanze chimiche tossiche e a garantire condizioni di lavoro dignitose.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Tutto limpido?</strong></span></h2>
<p>Il cotone è secondo solo al poliestere nella classifica delle fibre più comuni, con quasi 26 milioni di tonnellate prodotte nel 2019. Circa l’80% proviene da appena sei Paesi: <strong>India</strong>, <strong>Cina</strong>, <strong>USA</strong>, <strong>Pakistan</strong>, <strong>Brasile</strong> e <strong>Uzbekistan</strong>. L’India, in particolare, è il più grande produttore al mondo di cotone biologico, con una crescita del 48% nell’ultimo anno, a dispetto della pandemia. Crescita, tuttavia, che secondo più fonti sarebbe falsa, perché falsa è l’etichetta “biologico” associata al cotone.</p>
<p>Sul banco degli imputati c&#8217;è <strong>un sistema di certificazione opaco</strong>, se non proprio fraudolento. Ai consumatori viene garantito il materiale “biologico” dei marchi, che si basano su timbri ufficiali di approvazione di organizzazioni esterne. Questi timbri si basano a loro volta su rapporti di agenzie di ispezione locali poco trasparenti, che fondano le loro conclusioni su un&#8217;unica ispezione annuale pianificata o su alcune visite casuali.</p>
<p>Nel 2009, l&#8217;agenzia di esportazione agricola indiana ha scoperto una frode su larga scala, con interi villaggi che certificavano come biologico il cotone geneticamente modificato. Il governo ha promesso che avrebbe rilasciato il software di tracciamento digitale l’anno successivo. Non l&#8217;ha mai fatto.</p>
<p>La <strong>credibilità delle agenzie di ispezione</strong>, nel frattempo, è stata distrutta. Al punto che l’Unione Europea ha votato per non accettare più l’export biologico indiano certificato da alcune agenzie internazionali.</p>
<h2><span style="color: #99b812;"><strong>Strutturare l&#8217;impegno</strong></span></h2>
<p>Secondo <strong><a href="https://www.4sustainability.it/francesca-rulli/">Francesca Rulli</a></strong>, CEO di <strong>Process Factory/4sustainability®</strong>, gli schemi certificativi hanno una funzione importante, purché le verifiche a monte siano eseguite con logiche di correttezza e <strong>trasparenza</strong> e purché rientrino, da parte delle aziende, in un impegno trasversale per la sostenibilità che non può evidentemente limitarsi all’ottenimento di un bollino. “<em>Il marchio di garanzia, se il processo di rilascio a monte è credibile, è ciò che ci permette di riconoscere i contenuti di sostenibilità di un dato prodotto. E ha tanto più valore quanto più è integrato in <strong>un percorso strutturato</strong> per la creazione di un modello di produzione sostenibile. Il framework 4sustainability è nato per supportare esattamente questo impegno, misurando le <strong>performance </strong>delle imprese della filiera su tutte le <strong>dimensioni della sostenibilità</strong> rilevanti per il settore”.<br />
</em>Insomma, serve un approccio sistemico. Il singolo attributo di un prodotto è buona cosa, ma non abbastanza da incidere sulla riduzione d’impatto della produzione. È ciò che Rulli prova a “tradurre” nel suo libro <em><strong><a href="https://www.darioflaccovio.it/economia-e-business/1905-fashionisti-consapevoli-vademecum-della-moda-sostenibile.html" target="_blank" rel="noopener">Fashionisti consapevoli. Vademecum della moda sostenibile </a></strong></em>(Dario Flaccovio Editore 2022) pensando a un pubblico più ampio di quello dei soli addetti ai lavori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/materie-prime-sostenibili-occhio-alle-patenti/">MATERIE PRIME SOSTENIBILI, OCCHIO ALLE PATENTI</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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		<title>ANGELO VASINO: COLTIVARE LA SOSTENIBILITÀ</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/angelo-vasino-coltivare-la-sostenibilita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Feb 2022 13:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[aziende 4S]]></category>
		<category><![CDATA[filiera sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote>
<p style="text-align: left;"><em>&#8220;Il rumore di una tessitura ti fa socchiudere gli occhi e sorridere, come quando si corre mentre nevica. Il rumore di una tessitura è continuo e inumano, fatto di mille suoni metallici sovrapposti, eppure a volte sembra una risata&#8221;. </em>(Edoardo Nesi)</p>
<p style="text-align: left;">
</blockquote>
<p>È sufficiente questa frase, scelta per l’Home Page del sito aziendale, per dedurre che l’attività di realizzare tessuti, per <strong>Angelo Vasino SpA</strong>, non è né è mai stata solo business. Dietro c’è del romanticismo vero e una visione del lavoro portata avanti con l’attenzione forse inconsapevole, al principio – ma non per questo meno rilevante – ad aspetti-chiave della sostenibilità sia ambientale che sociale.</p>
<p>L’incontro con <strong><a href="https://www.processfactory.it/" target="_blank" rel="noopener">Process Factory</a></strong> e l’adesione al <strong>commitment 4sustainability</strong> hanno strutturato questa vocazione in un percorso che si arricchirà nel tempo di nuovi progetti e che è partito, come giusto che sia, da una valutazione mirata a individuare <strong>punti di forza e priorità di intervento</strong>. Da questa fotografia è emersa la scelta, da parte dell’azienda, di avviare l’iniziativa <strong><a href="https://www.4sustainability.it/trace/">4s TRACE</a></strong> di mappatura, coinvolgimento e monitoraggio dei fornitori, che hanno adottato la carta dei valori 4sustainability e raccolto dati sulle <strong>performance di sostenibilità</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Una tradizione lunga settant’anni</span></h2>
<p>L’azienda nasce nel <strong>1955 </strong>a Chieri, dove l’arte tessile è di casa già dal Medioevo. Angelo Vasino riunisce due telai, un orditoio e due operaie, creando una piccola tessitura che già negli anni Sessanta si affaccia sui mercati internazionali, esportando i suoi tessuti in Germania, Francia, Giappone e Stati Uniti.</p>
<p>Se gli anni Settanta sono quelli della consacrazione internazionale, in cui l’azienda rifornisce di tessuti di pregio molte grandi griffe di alta moda – da <strong>Pierre Cardin</strong> a <strong>Yves Saint Laurent</strong>, <strong>Céline</strong>, <strong>Christian Lacroix</strong>, <strong>Chloé</strong>, <strong>Courrège</strong>… – negli anni Novanta prende forma la vocazione dell’azienda all’innovazione, con il rinnovamento integrale degli spazi e delle tecnologie produttive e un’attività continua di sperimentazione e ricerca applicata a processi e prodotti. Una tradizione che continua anche oggi con il recente acquisto di <strong>telai a tecnologia 4.0</strong> e il progetto in corso per dotarsi di un <strong>impianto fotovoltaico</strong>.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">DNA sostenibile</span></h2>
<p>Per tante aziende della filiera, la sostenibilità consiste in una serie di comportamenti naturalmente improntati alla <strong>responsabilità</strong> e al <strong>buon senso</strong>. Comportamenti sui quali si può ben costruire, lavorando sulla <strong>consapevolezza </strong>e pianificando l’impegno per indirizzarlo a <strong>un modello praticabile di sviluppo sostenibile</strong>.<br />
Angelo Vasino è in questo senso un’azienda tipo. C’è un contesto favorevole e una visione idonea a implementare <strong>progetti concreti di sostenibilità</strong> con ritorni interessanti già nel medio periodo. La proprietà ha ben chiaro, infatti, che le maggiori opportunità di crescita risiedono proprio nell’investire su processi e risorse sostenibili.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Social Farm Experience</span></h2>
<p>Prendiamo ad esempio la dimensione sociale della sostenibilità, l’attenzione alla sicurezza e al <strong>benessere dei lavoratori</strong>. Angelo Vasino presidia bene da sempre questi aspetti, con l’indice degli infortuni pari a zero, ma anche con <strong>un approccio creativo</strong> di cui è espressione, per esempio, la <strong>Social Farm</strong> dell’azienda. Di cosa si tratta? Di un’impresa agricola a tutti gli effetti, avviata da <strong>Renato e Giuseppe Vasino</strong> nella prima fase della pandemia e del <em>lockdown</em> più rigoroso.</p>
<p>“<em>Le macchine ferme, i lavoratori a casa… Non ero così fiducioso che l’attività ripartisse”, </em>ricorda l’AD Renato Vasino. <em>“Temevo che l’inattività forzata, alla lunga, avrebbe avvilito la squadra. Ho immaginato un progetto che motivasse le persone e le mantenesse attive in vista della ripresa. Il terreno attiguo agli stabilimenti faceva al caso nostro. Lo abbiamo ripulito, suddiviso in lotti e seminato. Abbiamo acquistato gli attrezzi agricoli necessari, realizzato una serra e un impianto di irrigazione, piantato decine di alberi, costituito la società… I dipendenti hanno accolto con favore l’iniziativa della Social Farm dando ciascuno il proprio contributo. Poi il lavoro è ripreso, per fortuna, ma il progetto va avanti con un aiuto esterno e uno scopo in parte rimodulato. Si continua a seminare e a raccogliere; oggi abbiamo anche 70 galline da uova con tanto di nursery per i pulcini! Tutto quello che produciamo – zucchine, pomodori, spinaci, cardi, broccoli… coltivati senza l’ausilio di pesticidi o fertilizzanti chimici – lo mettiamo in vendita sul territorio e i nostri dipendenti, chiaramente, hanno il diritto di prelazione sull’acquisto a un prezzo di favore</em>”.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Il percorso si struttura</span></h2>
<p>È questa la <strong>sostenibilità sociale</strong>? Secondo <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO di Process Factory, per un’azienda impegnata a dimostrare il proprio impatto positivo, investire sulle persone e sul loro senso di appartenenza è un fattore-chiave. “<em>La Vasino Social Farm è un esempio eclatante di questo approccio, sempre rispettoso e doppiamente meritevole per il contributo di originalità e concretezza che porta con sé. L’Assessment 4sustainability che ha dato il via alla collaborazione ha consentito di dare una misura a tutto questo, evidenziando le priorità di azione per il futuro. Sarà bello lavorare insieme per realizzarle e costruire un modello compiuto di impresa sostenibile</em>”.</p>
<p>“<em>Quando mi domandano perché io mi sia impelagato in questa impresa – </em>sottolinea Renato Vasino<em> – rispondo ‘perché mi conviene’. Collaboratori coinvolti e partecipi sono una ricchezza per l’azienda, sono più soddisfatti e dunque più produttivi. È solo una parte del lavoro da fare, non è sufficiente questo per definirsi sostenibili… La sostenibilità è un obiettivo che deve impegnare l’azienda in modo strutturato su tante dimensioni diverse e di questo abbiamo piena consapevolezza. La collaborazione con Process Factory ci aiuterà a ridurre l’impatto della nostra produzione con gradualità ma determinazione, così da lasciare alle nuove generazioni un pianeta possibilmente migliore di quello che abbiamo trovato</em>”.</p>
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		<title>MODA: SUSTAINABILITY MANAGER CERCASI!</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/moda-sustainability-manager-cercasi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jan 2022 13:57:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=95622</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le imprese della filiera moda hanno bisogno di professionisti capaci di cogliere le opportunità della transizione sostenibile. Il sistema scolastico [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Le imprese della filiera moda hanno bisogno di professionisti capaci di cogliere le opportunità della transizione sostenibile. Il sistema scolastico e accademico, però, si muove con tempi più lenti rispetto alle esigenze del mercato. Per colmare questo gap di consapevolezza, al via dal 2 marzo il percorso 4sustainability di training online per formare i futuri Sustainability Manager!</p></blockquote>
<p>Valorizzazione della sostenibilità, promozione della natura e, ancora, pensiero critico, capacità di adattamento, iniziativa individuale. Sono soltanto alcune delle 12 competenze chiave individuate dalla <strong>Commissione Europea</strong> per far crescere la cultura della sostenibilità, come impone il <strong>Green Deal</strong>, il piano per decarbonizzare il Continente. Nelle pagine del report GreenComp, pubblicato a gennaio 2022, le istituzioni dell’Unione mettono nero su bianco che la sostenibilità – intesa sia nella sua accezione più valoriale che in senso tecnico-scientifico – deve diventare parte integrante dei <strong>programmi educativi</strong> a tutti i livelli, dalla scuola primaria alla formazione professionale.</p>
<p>Considerata la complessità della sua filiera, la <strong>moda</strong> è senza dubbio tra i settori che hanno urgente bisogno di introdurre<strong> competenze</strong> in materia. Sono sempre di più le aziende alla ricerca di figure che supportino la transizione dei loro modelli di business verso la sostenibilità. Figure che però, attualmente, sono molto difficili da reperire sul mercato.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">La proposta di Process Factory</span></h2>
<p>Per rispondere in modo puntuale a questa esigenza, <strong>Process Factory</strong> lancia un nuovo percorso di <strong>training per Sustainability Manager</strong>, sviluppato ad hoc per la <strong>filiera moda</strong> e qualificato <strong><a href="https://aicqsicev.it/" target="_blank" rel="noopener">AICQ Sicev</a></strong>, il più importante ente italiano di <strong>certificazione delle competenze</strong>. Si tratta di un piano agile di formazione online in <strong>10 moduli</strong> per creare consapevolezza sui temi della sostenibilità rilevanti per il comparto, accompagnando la crescita delle risorse che già lavorano nella filiera e dotando delle conoscenze di base chi punta a candidarsi per il ricercatissimo ruolo di Sustainability Manager. Sono aperte le iscrizioni sia per la sessione primaverile, in programma dal 2 marzo al 5 maggio 2022, sia per la sessione autunnale, dal 22 settembre al 24 novembre 2022. Le lezioni, della durata di due ore e mezza ciascuna, si potranno seguire in <strong>diretta streaming</strong>.<br />
Durante il percorso formativo il team di Process Factory metterà a frutto l’expertise maturata con <strong>4sustainability®</strong>, framework di implementazione e marchio che garantisce le performance di sostenibilità della filiera del fashion &amp; luxury. Un sistema che finora è stato scelto finora da oltre <strong><a href="https://www.4sustainability.it/aziende-4s/" target="_blank" rel="noopener">160 aziende</a></strong>, tra brand internazionali e realtà della filiera italiana.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Competenze per crescere sostenibili</span></h2>
<p><em>“Troppo spesso ci si focalizza soltanto sui costi della transizione verso la sostenibilità, ma la verità è che si tratta di un’enorme opportunità di crescita economica e professionale”, </em>dichiara <strong>Francesca Rulli</strong>, CEO di Process Factory e ideatrice di 4sustainability. <em>“Con questo percorso di training, Process Factory intende contribuire alla crescita professionale di chi già lavora nel comparto moda, trasmettendo quelle competenze che sono indispensabili per restare al passo con gli sviluppi del settore. Sosteniamo da sempre che integrare la sostenibilità nel modello di business è prima di tutto una questione culturale, perché senza conoscenza e metodo non si realizzano performance ambientali e sociali. Un piano di formazione online, agile e progettato ad hoc, può rivelarsi molto competitivo per cominciare a colmare ora e subito questo gap di competenze”.</em></p>
<h2><span style="color: #99b812;">Le sfide aperte per il fashion</span></h2>
<p>I temi su cui la moda dovrà lavorare, d’altra parte, sono tanti e dirimenti. Con il <strong>Fashion Industry Charter for Climate Action</strong>, lanciato nel 2018 e rinnovato alla Cop 26 di Glasgow, decine di brand si sono impegnati a prefissare target di <strong>decarbonizzazione</strong> basati sulla scienza o, in alternativa, a dimezzare le proprie emissioni di gas serra entro il 2030 (e non più solo ridurle del 30%, come prevedeva la prima versione). A partire da novembre 2021, ciascuno di essi ha dodici mesi di tempo per specificare le strategie e i metodi con cui intende raggiungere questo traguardo. Ogni firmatario promette inoltre di <strong>coinvolgere i fornitori</strong> nella riduzione delle emissioni, anche tramite <strong>meccanismi incentivanti</strong>, e di definire obiettivi di abbassamento dell’impatto climatico delle materie prime ritenute prioritarie. Promesse ambiziose e onerose che sono state fatte proprie da gruppi del calibro di <strong>Kering</strong>, <strong>Primark</strong>, <strong>Adidas</strong>, <strong>H&amp;M</strong> e molti altri.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Sustainability Manager: chi ce l&#8217;ha, performa meglio</span></h2>
<p>Nel mercato del lavoro c’è quindi ampio spazio per figure esperte di sostenibilità, anche nel nostro Paese. Sono oltre 441mila le imprese italiane che hanno investito in <strong>tecnologie e prodotti green</strong> nel quinquennio 2016-2020, conferma il <strong>rapporto Green Italy 2021</strong> di Fondazione Symbola.<br />
E sono imprese che esportano, innovano e creano occupazione più delle altre. Tra le realtà del comparto manifatturiero di dimensioni comprese tra i 5 e i 499 addetti, il 14% di quelle che hanno investito nella sostenibilità prospettano un aumento di fatturato per il 2021, contro un 9% delle altre.<br />
Nel settore <strong>moda</strong>, in particolare, una recente ricerca condotta su 100 aziende che hanno aderito alla roadmap 4sustainability dimostra che <strong>le performance migliori sono associate proprio alla presenza di un Sustainability Manager</strong>. Questo principio resta valido per tutte le sei dimensioni monitorate: tracciabilità, riduzione dell’impatto ambientale, materie prime sostenibili, economia circolare, aspetti sociali e buona chimica.</p>
<h3><span style="color: #808080;"><a style="color: #808080;" href="https://www.4sustainability.it/sustainability-manager/" target="_blank" rel="noopener">Scopri i moduli del percorso e le condizioni per iscriverti!</a></span></h3>
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		<title>MODA: TRACCIARE LA SOSTENIBILITÀ DIVENTA UN OBBLIGO DI LEGGE</title>
		<link>https://www.4sustainability.it/moda-tracciare-la-sostenibilita-diventa-un-obbligo-di-legge/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Santini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jan 2022 14:07:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[standard e linee guida]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Rulli]]></category>
		<category><![CDATA[sviluppo sostenibile]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.4sustainability.it/?p=95386</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un sassolino in montagna si smuove per una qualche ragione e comincia a calare, a correre e precipitare, trascinando con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Un sassolino in montagna si smuove per una qualche ragione e comincia a calare, a correre e precipitare, trascinando con sé altri sassi e altra terra… Fino a diventare uno smottamento, poi una frana che arriva fino a valle.<br />
Definire “sassolino” il <strong>disegno di legge presentato nello Stato di New York</strong> per obbligare le aziende di moda a tracciare e comunicare il loro impatto ambientale lungo la catena del valore è perfino riduttivo e ciò che potrebbe innescare nel fashion è a tutti gli effetti una valanga straordinaria per natura e portata.</p></blockquote>
<p>Stiamo assistendo a qualcosa di simile sulla <strong>due diligence in materia di diritti umani e ambiente</strong>, con il legislatore europeo e di tanti stati nazionali – Germania, Francia, Regno Unito, Australia, solo per citarne alcuni – impegnati a rincorrersi per definire le nuove responsabilità di brand e grandi aziende della filiera.<br />
Il <strong>Fashion Sustainability and Social Accountability Act</strong>, tuttavia, segnerebbe una svolta ancora più importante, perché in gioco ci sono <em>tutti </em>gli aspetti legati alla sostenibilità dell’industria della moda</p>
<h2><span style="color: #99b812;">I contenuti innovativi della proposta</span></h2>
<ul>
<li>L’obbligo per le aziende di mappare almeno il 50% della loro filiera, dalla scelta delle materie prime alla logistica, misurando gli impatti sociali e ambientali in termini di emissioni di CO<sub>2</sub>, consumo d’acqua e di energia, gestione delle sostanze chimiche, salari, ecc.</li>
<li>L’obbligo di dare evidenza pubblica dei loro volumi di produzione e dei consumi di cotone e poliestere.</li>
<li>L’obbligo temporale di dodici mesi per identificare i fornitori da coinvolgere nella mappatura e di 18 mesi per analizzarne l’impatto.</li>
</ul>
<h2><span style="color: #99b812;">Le aziende interessate</span></h2>
<p>A completare questo quadro sintetico, aggiungiamo che la norma si applicherebbe alle aziende di moda che operano a New York indipendentemente dal luogo d’origine con un <strong>fatturato superiore ai cento milioni di dollari l’anno</strong> – Inditex, H&amp;M, Shein… tutti i grandi gruppi del settore, in pratica – e che sono previste <strong>sanzioni per i trasgressori</strong> fino al 2% del fatturato annuo, con l’inserimento dei “cattivi” in un elenco pubblico.</p>
<p>Se approvato, l’Assembly Bill A8352/S7428 introdotto dalla deputata <strong>Anna Kelles </strong>e dalla senatrice <strong>Alessandra Biaggi</strong> dello Stato di New York con il sostegno di ONG della moda e della sostenibilità tra cui <strong>Stella McCartney</strong>, il <strong>New Standard Institute</strong>, il <strong>Natural Resources Defence Council</strong> e la <strong>NY City Environmental Justice Alliance</strong>, diverrebbe insomma la legge più ambiziosa mai varata sulla moda sostenibile.</p>
<p>I tempi? Brevissimi: negli intenti dei promotori, <strong>il voto potrebbe arrivare già a primavera</strong>. E la valanga di cui sopra sarebbe allora inevitabile, anche perché di “sassolini” sparsi ce ne sono altri. Più piccoli, magari, ma eloquenti circa le dinamiche in atto.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Paris Fashion Week e Copenhagen Fashion Week</span></h2>
<p>Legata solo alle <strong>passerelle</strong>, ma analoga nei presupposti è per esempio la decisione di misurare l’impatto ambientale, sociale ed economico delle aziende protagoniste della <strong>settimana della moda di Parigi</strong>, già applicata durante la stagione <strong>primavera-estate 2022</strong>. È mancato un po’ di coraggio, perché le aziende coinvolte hanno potuto scegliere se mantenere o meno riservate le loro performance… Ma il segnale è comunque interessante, soprattutto se letto in combinato con il piano d’azione della <strong>Copenhagen Fashion Week</strong> in cui si vincola la partecipazione delle aziende al raggiungimento di un <strong>punteggio minimo di sostenibilità in sei diverse aree di interesse</strong>: direzione strategica, design, materie prime smart, condizioni di lavoro, coinvolgimento dei consumatori ed eventi.</p>
<p>Fra questi requisiti minimi, citiamo a titolo d’esempio l’impegno a <strong>non distruggere i capi invenduti</strong>, l’impegno a utilizzare nella metà almeno delle proprie collezioni <strong>prodotti certificati o biologici</strong> e <strong>tessuti da riuso o da riciclo</strong>, l’impegno a usare solo <strong>packaging sostenibile</strong> e ad allestire i propri stand con <strong>scenografie a rifiuti zero</strong>, l’impegno a riproporre campioni già mostrati o a digitalizzare l’attività relativa, la disponibilità di un elenco stilato di <strong>sostanze soggette a restrizioni</strong> in coerenza con la <strong>direttiva EU REACH</strong>, il rispetto delle normative più stringenti in materia di accesso al lavoro e di <strong>salute e sicurezza</strong> per i propri dipendenti e collaboratori, l’adozione di politiche chiare di <strong>informazione interna</strong> e di <strong>comunicazione ai consumatori</strong> circa le proprie strategie di sostenibilità… Fino ai criteri di casting per le modelle impegnate nei defilé.</p>
<h2><span style="color: #99b812;">Il segreto è nel backstage</span></h2>
<p>In passerella, si sa, va in scena la moda nei suoi aspetti più attraenti. Le aziende mostrano il meglio di sé e in questo “meglio”, da qualche anno, non c’è più solo la creatività intesa in senso estetico, ma anche il valore aggiunto legato ai <strong>contenuti di sostenibilità </strong>– autentici, misurabili e dimostrabili – delle collezioni. Il backstage, in questo senso, conta più dello show. E per backstage intendiamo lo sforzo impresso dalle aziende per trasformare in senso sostenibile la propria produzione e le metodologie più innovative sviluppate per sostenere questo sforzo. <strong>4sustainability</strong> rientra a pieno titolo in questo contesto virtuoso, in quanto <strong>marchio di garanzia</strong> e <strong>framework di implementazione</strong> di progetti concreti di sostenibilità.</p>
<p>“<em>Sono anni</em> – spiega la sua creatrice <strong>Francesca Rulli</strong> – <em>che studiamo un sistema di <strong>raccolta </strong>dati di filiera, già applicato e continuamente migliorato sulla base delle successive evidenze. Questo impegno si basa sulla consapevolezza profonda che nessun brand può dirsi sostenibile senza che anche il suo modello produttivo lo sia. E per dotarsi di un <strong>modello di produzione sostenibile</strong>, la sola strada è <strong>mappare la filiera</strong>, coinvolgerla gradualmente in percentuali significative, raccogliere i dati di impatto ambientale e sociale per costruire insieme dei <strong>percorsi di miglioramento</strong> da monitorare nel tempo. Nasce da qui il sistema 4sustainability di <strong><a href="https://www.4sustainability.it/4s-per-i-brand/" target="_blank" rel="noopener">assessment e monitoraggio di filiera</a></strong>, già digitalizzato nella 4s Platform per la sua applicabilità a filiere anche lontane. Siamo felici che anche il legislatore, finalmente, stia spingendo in questa stessa direzione, perché avremo modo di capitalizzare gli investimenti fatti e l’esperienza maturata sul campo a fianco delle aziende</em>”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.4sustainability.it/moda-tracciare-la-sostenibilita-diventa-un-obbligo-di-legge/">MODA: TRACCIARE LA SOSTENIBILITÀ DIVENTA UN OBBLIGO DI LEGGE</a> proviene da <a href="https://www.4sustainability.it">4sustainability</a>.</p>
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