Sull’economia circolare, non manca la letteratura, ma c’è ancora poca chiarezza sulle sue implicazioni concrete. Di cosa stiamo parlando, esattamente? Proviamo a mettere alcuni punti fermi partendo dall’attualità.
Sul comparto moda, la pandemia ha agito da detonatore, facendo emergere contraddizioni che esistono in realtà da tempo. Una fra le tante è la sproporzione tra domanda e offerta: appena una ventina di anni fa, le case di moda uscivano con due collezioni all’anno, oggi alcuni brand arrivano a proporne 24, una ogni 15 giorni! Abiti indossati una manciata di volte e capi nemmeno mai venduti finiscono al macero: soldi in fumo, specie in un periodo come quello da cui stiamo cercando faticosamente di uscire in cui il consumatore, stando agli studi più autorevoli, sembra non avere più la voglia, né le occasioni per giustificare l’ennesimo acquisto.

Il crescente interesse, anzi, verso indumenti di migliore qualità e, dunque, più durevoli, sta spingendo i brand a rivedere le proprie politiche produttive. La parola d’ordine è “tagliare”, passando dalla logica del take-make-waste tipica del modello di economia lineare a un modello di produzione e consumo che estende il ciclo di vita dei prodotti per abbattere la quota di rifiuti (economia circolare). Il tutto si riassume in una serie di azioni che curiosamente hanno in comune la stessa iniziale:

  • Ridurre, cioè produrre beni e servizi usando una minore quantità di risorse della natura.
  • Riusare, cioè allungare la vita utile del prodotto invece di buttarlo via al minimo segno di usura.
  • Riciclare, cioè smaltire correttamente i rifiuti per poterli trasformare in nuove risorse.

Ridurre

Secondo una recente pubblicazione dell’Unione Europea, intitolata Ecodesign your future. How ecodesign can help the environment by making products smarter, ben l’80% dell’impatto ambientale di un prodotto si definisce al momento della sua progettazione. Questo significa che in fase di design è possibile incidere sui suoi contenuti effettivi di sostenibilità prendendo in considerazione le materie prime, i processi di lavorazione e il destino del prodotto una volta esaurita la sua funzione originaria.

  • Materie prime. Un buon inizio è optare per materie prime a minore impatto ambientale rispetto a quelle “tradizionali” (artificiali, sintetiche, ma anche naturali come il cotone, che richiede acqua ed energia in abbondanza). Le alternative possibili sono diverse e vanno dalle materie prime biologiche a quelle riciclate e/o rigenerate, a quelle “tecnologiche” di ultima concezione. Importante anche razionalizzare le materie prime, perché – detto in parole povere – più componenti ci sono in un capo, più sarà difficile smaltirlo.
  • Processi di lavorazione. La domanda da porsi, in questo caso, è se sia possibile (e come) rivedere i processi di trasformazione delle materie prime in prodotti finiti, riducendone per esempio l’impronta idrica, implementando un sistema di gestione della chimica più rispettoso dell’ambiente, minimizzando gli scarti di produzione, eccetera.
  • Fine vita. Anche in questo caso bisogna giocare d’anticipo, valutando già in fase di design come spostare in avanti la dismissione del prodotto in coerenza con i principi dell’economia circolare e cioè come recuperare, riciclare o riutilizzare anziché distruggere.

Riusare

Se un capo è di buona qualità, può durare anni ed è questo a fare la differenza in termini di impatto ambientale! Tanto per dare un’idea, basterebbe raddoppiare il numero medio di volte in cui ogni capo viene indossato per arrivare a tagliare le emissioni in atmosfera del 44%.

Il raggiungimento del traguardo è legato anche alla fortuna di modelli alternativi capaci di soddisfare non solo le necessità primarie legate all’acquisto di un abito – proteggersi dal freddo o salvaguardare il proprio senso del pudore, per esempio – ma anche il bisogno legittimo di esprimere attraverso i vestiti la propria identità, dichiarare l’appartenenza a un gruppo, fare un regalo a una persona cara o semplicemente gratificarsi con qualcosa di bello.

Ora, far evolvere il settore verso la circolarità non significa trascurare questi bisogni, ma semplicemente soddisfarli in un modo diverso. Attraverso il noleggio su abbonamento, per esempio, che permette di ricevere ogni mese un certo numero di capi, indossarli e poi restituirli pagando una fee mensile.
Dobbiamo partecipare a una soirée o a un matrimonio elegante? Il noleggio “one shot” può essere una buona idea per evitare l’acquisto di un abito impegnativo che indosseremo una volta e dimenticheremo poi nell’armadio per chissà quante stagioni.
Un fenomeno in prepotente crescita è la vendita di capi di lusso di seconda mano e il successo di e-commerce come Vestiaire Collective o The RealReal sta lì a dimostrarlo. Di recente ha debuttato anche lo store digitale di Gucci, dove a mettere in vendita i capi della griffe sono non soltanto i privati ma anche le boutique ufficiali. Il second hand sta prendendo piede anche al di fuori del segmento luxury, con piattaforme come Vinted o Depop che puntano evidentemente a platee più estese e più giovani.

Riciclare

Riciclare significa trasformare i rifiuti – tessili, nel nostro caso – in prodotti idonei a un nuovo utilizzo. Una definizione semplice per un tema complesso in termini sia concettuali che tecnici, tanto da ingenerare interpretazioni erronee come quella per cui la pratica del riciclo viene di volta in volta assimilata al modello di economia circolare – materia evidentemente molto più ampia – o al processo di upcycling, che significa in realtà riutilizzare gli oggetti per creare un prodotto di maggiore qualità, sia essa vera o percepita.

Un’altra distinzione su cui spesso si glissa è quella fra riciclo meccanico e riciclo chimico: si parla di riciclo meccanico quando la fibra tessile viene triturata meccanicamente per ottenere nuove fibre da filare e bobinare anche in mix con fibre vergini; si parla di riciclo chimico, quando le fibre – sintetiche, soprattutto – vengono sciolte e ri-estruse.

La tendenza a semplificare ci porta talvolta a ragionare per compartimenti stagni, per cui è istintivo pensare di utilizzare la fibra ottenuta dal riciclo di una vecchia maglietta per produrne un’altra. Il bello del riciclo sta invece proprio nella commistione virtuosa fra settori che sulla carta hanno poco o nulla in comune. Questo dialogo esiste già, per fortuna: dal riciclo di scarti tessili si ottengono materiali per i materassi e le imbottiture dei sedili, i panelli insonorizzanti per l’edilizia, alcune componenti delle sneakers e tanto altro ancora.

Un ultimo distinguo importante è quello fra riciclo post consumer e pre consumer. Il primo si riferisce al recupero e alla trasformazione di capi usati, che impegna il consumatore a smaltire correttamente ciò che non mette più. Una buona azione volontaria, finora, che diverrà a breve obbligo di legge: entro il 2025, infatti, la raccolta differenziata dei prodotti tessili non sarà più un’opzione in Europa; l’Italia ha voluto addirittura accelerare i tempi, rendendola obbligatoria a partire già dell’anno prossimo.

E il riciclo pre consumer? I prodotti tessili, in questo caso, sono le tonnellate di sfridi e scarti di produzione che molte aziende si stanno impegnando da una parte a recuperare, dall’altra a ridurre ottimizzando per esempio le tecniche di taglio.

Parola agli esperti

Francesca Rulli, CEO di Process Factory e ideatrice del marchio 4sustainability che attesta le performance di sostenibilità della filiera del fashion, è convinta che nei prossimi anni assisteremo a un grande fermento. “L’economia circolare è una materia in crescente evoluzione sulla quale dovrà intervenire anche il legislatore. Assisteremo necessariamente allo sviluppo di nuovi processi, nuove competenze, nuove filiere… Ma il cambiamento più grande andrà misurato sul piano culturale e interesserà sia la platea globale dei consumatori che le aziende produttrici e gli sviluppatori di prodotto. La sfida? Considerare l’intero ciclo di vita del prodotto prima che sia prodotto. E prima, chiaramente, di decidere di acquistarlo”.